Blu Greenberg: «Vivo le tensioni interiori come una ricchezza: tra tradizione e futuro»

di Vittorio Robiati Bendaud

Energica, coraggiosa e piena di humour, vivacissima malgrado l’età. Chi è Blu Greenberg? Due le risposte possibili, che non pretendono essere esaustive. La prima: un’ebrea ortodossa. La seconda: una rivoluzionaria. Certamente, una delle menti più brillanti e originali dell’ebraismo contemporaneo. Per rendere ragione della prima risposta, vorrei far valere alcuni dati “empirici”. Anni fa, a Gerusalemme, una sera di Shabbat fui ospite di un amabile rav haredì egiziano che aveva fatto studi d’Ingegneria oltreché rabbinici. Facendo scorrere lo sguardo tra i suoi libri, individuai un piccolo libro con il nome dell’autrice, “Blu Greenberg”. Gli chiesi che ne pensasse, la risposta fu: “molto interessante”. Successivamente, ritrovai il libro in alcune case di amici Chabad Lubavitch, sia in Italia sia all’estero. Infine,  come Pollicino, ne ritrovai le tracce nelle riviste di alcuni ambienti del vasto e variegato mondo “modern orthodox”, dove gli scritti di Mrs Greenberg sono ampiamente citati.
Ma perché rivoluzionaria? In estrema sintesi, si potrebbe dire che si tratta di una delle maggiori, più influenti e più discusse “figure ponte” tra “femminismo” -uso questo lemma non in senso specifico, ma in senso generico – e ortodossia ebraica. Non a caso, dopo un impegno ventennale, iniziato negli anni ’70, Mrs Greenberg giunse a presiedere nel 1997 il JOFA (Jewish Orthodox Feminist Alliance), nel momento della fondazione di tale organismo, radicato in vari Paesi, per lo più nel mondo anglosassone e in Israele.

Scopo dell’organizzazione sarebbe quella di trovare una “via halakhica”, dunque tradizionale, per affrontare, considerare, dirimere necessità e questioni riguardanti la vita contemporanea delle donne ebree, il loro coinvolgimento e la loro fattiva responsabilità sia nei processi decisionali halakhici sia nella vita religiosa delle varie Comunità di appartenenza. Chiaramente questa sua posizione non è piaciuta ad alcune porzioni delle diverse forme dell’ortodossia ebraica contemporanea, come pure ha assai avvicinato alcune sue leaders alle posizioni minoritarie e criticate della “sinistra progressista” del mondo “modern orthodox” o, ancor più, a simpatie per il modello “conservative”, estraneo quindi all’ortodossia. Ed è altrettanto facile capire che in questa ultima decade le tensioni e le divaricazioni, anziché cercare una conciliazione, si siano esasperate.
Ciononostante, il libro di Blu Greenberg -dedicato al marito- On Women and Judaism. A view from Tradition (1981), resta, assieme a un interessantissimo testo in proposito di Rav E. Berkovits (Jewish Women in Time and Torah, 1990), una pietra miliare dell’analisi e della progettualità tradizionale in relazione alla questione femminile nell’ebraismo ortodosso. E resta così aperta la domanda che intitola il capitolo di apertura del libro -“Feminism: is it good for the Jews?”-, con le sue plurime e spesso escludentesi risposte, con i suoi slanci entusiastici, le precipitazioni e le ansie, le disillusioni e gli eventuali errori.
Scrive la Greenberg: “Ciascuno di noi nella propria vita opera delle scelte. (…) La mia, credo, possa essere articolata al meglio come una teoria positiva del conflitto. Certamente, in primo luogo, mi annovero tra le donne il cui orientamento identitario principale è quello di essere un’ebrea tradizionale, con tutti i relativi valori familiari e gli obblighi connessi, e che purtuttavia sono nel medesimo momento attratte dalle nozioni femministe egualitarie, alla conquista di nuovi orizzonti e di sviluppo personale. E così io vivo il conflitto. Lo vivo tutti i giorni, in migliaia di modi, che mi sospingono in una direzione o nell’altra. Sono giunta a comprendere che questo conflitto è un segnale del buono stato della mia salute e non di confusione. Questa tensione è la misura della ricchezza della mia vita e non un sintomo di uno stato di disordine. Cerco di trarre il massimo da entrambi questi mondi: la ricchezza tradizionale della famiglia ebraica e le nuove opportunità di crescita personale che il cosiddetto femminismo può offrirmi, in modalità che la società e la vita mai offrirono né a mia madre né a mia nonna”. Tuttavia, con grande onestà e lucidità, in chiusura del suo coraggioso e originale saggio, così Mrs Greenberg ammette a se stessa e ai lettori: “sto ancora cercando di comprendere quale impatto il femminismo possa avere sull’ebraismo e sulle relazioni umane così come esse sono definite dalla tradizione di Israele”.

Blu Greenberg è autrice di un ulteriore saggio How to run a traditional Jewish House (1989), Come condurre una tradizionale casa ebraica, in cui la pensatrice spiega come -molto correttamente!- la casa e la vita domestica siano l’espressione religiosa più autentica, centrale e originale della tradizione ebraica, e non invece la sinagoga. Anche in questo scritto Greenberg ha cercato di coniugare flessibilità e tradizione, prospettiva femminile e ortodossia. Qualche mese fa, sapendo bene che Mrs Greenberg studiò e frequentò la grande  filosofa Nechama Leibowits, che fu sua guida e Maestro, volli chiederle quale fu l’attitudine di Nechama in relazione al femminismo ebraico, all’epoca peraltro retaggio della Riforma e di altri movimenti ancor più radicali. La risposta fu più o meno questa: «ascoltava e faceva silenzio. Personalmente si considerava molto estranea alla vicenda, pur comprendendo le questioni in atto. Nechama riteneva però che l’obiettivo principale -l’unico ebraicamente e religiosamente essenziale- fosse che le donne potessero pienamente accedere ai testi della Tradizione -haggadici e normativi- (e ci sono le basi tradizionali da sempre per farlo), interpretarli tradizionalmente e insegnarli”. Questo era per lei, e anche per me, la cosa più importante».
Oggi, insieme al marito Yitz, Mrs Greenberg è considerata una figura guida, un ponte appunto tra le varie anime dell’ebraismo ortodosso. Ho avuto varie occasioni di incontrare i coniugi Greenberg. Rav Yitz è uno tra i più celebri pensatori ebraico americani, allievo di Rav J. D. Soloveitchik, impegnato nel Dialogo ebraico-cristiano e nella riflessione teologica sul Sionismo e sulla Shoah. Un intelletto poderoso e originale, radicato nell’ortodossia, rivendicante di giorno in giorno di esserne parte ed espressione. Molte sue posizioni filosofiche, come è noto, sono state aspramente criticate. Un uomo mite e riflessivo, immensamente colto e amichevole, spesso ripiegato sui commenti di Rashì, continuamente rileggente gli scritti di Rav Soloveitchik e dei lituani Maestri del Mùsar, che frequentò sin da giovanissimo, poiché suo padre studiava in un beth ha-keneset che si rifaceva a questo orientamento religioso. Non stupisce se sua moglie Blu sia oggi la compagna di studio più brillante che lui abbia avuto. E in questo forse sta il segreto della loro bellissima coppia.

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