Birobijan: la terra salvata dalla lingua

di Ilaria Myr

Una donna cinese manda il proprio figlio a una scuola di yiddish. Un occidentale, incredulo, le chiede il perché di questa decisione. La signora gli risponde: “Nella vita può sempre servire”. Potrebbe tranquillamente essere una barzelletta tipica dello humour ebraico, ma è invece è un episodio realmente successo nella Repubblica autonoma ebraica del Birobijan, chiamata, non per niente, l’Israele siberiana.

Situata al confine con la Cina, a 9 mila chilometri da Mosca, è l’unico Paese al mondo in cui oggi si parla ancora yiddish, la lingua uccisa durante la Shoah insieme ai milioni di ebrei che la parlavano. Ma chi l’avrebbe mai detto che questo Stato ebraico, creato da Stalin nel 1930 per risolvere la “questione ebraica”, sarebbe diventato l’unico Paese al mondo ad avere lo yiddish come lingua ufficiale, contando vere e proprie delegazioni istituzionali riconosciute tutt’oggi da quelle russe?

Eppure, questa è la realtà: un Paese vivo e vitale, la cui storia, ignorata dai più, non smette di accendere la curiosità di chiunque ne venga a conoscenza.

Un esempio recente ce lo dà lo scrittore francese di origine polacca Marek Halter, che ha girato un documentario in Birobijan, da cui è tratta la storiella della mamma cinese che manda il figlio a scuola di yiddish “perché non si sa mai”. Mentre nella regione è ambientato l’ultimo suo romanzo appena uscito in Francia, L’inconnue de Birobidzhan (Robert Laffont).
Tutto inizia nel primo ventennio del 1900. Allo scoppio della rivoluzione bolscevica, gli ebrei dell’impero zarista erano quasi 5 milioni, banditi dall’amministrazione pubblica e dalle scuole. Dagli anni Venti, però, la situazione cambia radicalmente, e li ritroviamo in tutte le istituzioni della nuova Russia. Leader politici: Trotzki, Kamenev, Radek, Zinoviev… Dalla politica ai giornali, dal teatro alla musica, dalla letteratura al cinema: il regista Sergej Ejzenstejn, gli scrittori Isaak Babel, Sergej Esenin, Vassilij Grossman e Boris Pasternak, il pittore Marc Chagall, sono solo alcuni dei nomi più noti degli ebrei russi profondamente attivi e in posizioni importanti e carismatiche.Troppo per Stalin che, infastidito, dietro consiglio di Michail Kalinin, presidente del Soviet Supremo, decide trasferire tutti gli ebrei in una repubblica autonoma, come tanti altri popoli dell’Unione Sovietica. In questo modo, col pretesto di tutelarne i diritti, e senza correre il rischio di essere accusate di antisemitismo, le autorità non avrebbero più avuto ebrei nei numerosi posti di responsabilità che allora occupavano. Inizialmente, la proposta piacque molto agli ebrei, che però non si immaginavano di ricevere un pezzo di Siberia, al confine con la Cina: una zona, chiamata Birobijan perché situata fra due fiumi, il Bira e il Bidzhan. Inizia così l’esodo verso questa landa desolata: migliaia sono le famiglie ebraiche che vi si trasferiscono, entusiaste di andare a creare il primo Stato ebraico e per di più socialista. Israele, infatti, sarebbe nata solo 15 anni dopo. Per opporsi all’ebraico raccomandato dai sionisti, che all’epoca i comunisti consideravano lingua da sinagoga, il governo dichiarò lo yiddish idioma definitivo del proletariato ebraico, lingua ufficiale del neonato Stato.

L’Israele siberiana

E così, è sotto la pressione della guerra e dei pogrom che migliaia di ebrei europei e russi “sbarcano” nella Israele siberiana, come già viene chiamata allora, dando alla sua nascita un forte impulso. Si sviluppa l’agricoltura, basata sul sistema dei kolchoz -quello che porta il nome di Waldheim diventa uno dei più esemplari dell’Unione Sovietica-, nascono sinagoghe, scuole, teatri, la biblioteca dedicata all’autore di lingua yiddish Shalom Aleichem, mentre parallelamente cresce la solidarietà economica internazionale nei confronti dei fratelli siberiani. Le purghe staliniane danno però una brusca frenata a questa generosità e la situazione peggiora, fino al 1953, anno in cui muore Stalin e il Birobijan apre i cancelli dei suoi confini. Gli ebrei sovietici partono in massa per Israele, e per la sorella siberiana di Eretz Israel inizia una lenta agonia, che però non si traduce mai in morte definitiva. Nel 1959, ad esempio, sembra che la popolazione ebraica ammontasse a più di 12.000 persone, l’8,8 per cento dell’intera regione. Ecco infatti nascere, negli anni Settanta, teatri yiddish, ed ecco, ancora, crescere l’insegnamento della lingua e delle tradizioni ebraiche nelle scuole pubbliche, in quanto parte fondante dell’eredità culturale della regione. Viene fondato anche un giornale, Il Birobijaner Stern (La stella di Birobijan), tuttora esistente e letto anche da molti non ebrei, che vogliono informarsi su quello che succede fra gli ebrei. “Da loro c’è sempre qualcosa da imparare”, risponde un lettore russo allo stupore di Marek Halter.

Oggi il Birobijan è uno Stato ebraico profondamente vivo, che accoglie all’ingresso della città principale (anch’essa chiamata Birobijan) i visitatori con un’iscrizione in caratteri cirillici ed ebraici, posta su un edificio monumentale. Sempre in lingua  ebraica è la scritta posta sulla stazione ferroviaria, la cui piazza è dominata da un monumento a forma di menorah. Qualche metro più avanti, un’imponente scultura in bronzo rappresenta il leggendario personaggio di Tevije il lattivendolo, l’eroe popolare inventato da Sholem Aleichem, celebre scrittore di lingua yiddish a cui è dedicata anche una via della città.

Fine dell’isolamento

In questo Stato, grande due volte il Belgio, su un totale di 75.000 abitanti, circa 8.000 sono ebrei, anche se sembra che quasi tutte le famiglie abbiano almeno un parente o un antenato ebreo. La sinagoga, terminata nel 2004, si trova accanto al complesso che ospita le classi della Sunday School, una libreria, un museo e gli uffici amministrativi. Secondo il rabbino capo rav Mordechai Schneider, rappresentante dei Chabad nella Regione, “oggi si può godere dei benefici della cultura ebraica e non avere paura di ritornare alle proprie radici. È una regione sicura, in cui non esiste l’antisemitismo. Nel prossimo futuro prevediamo di aprire anche la prima scuola ebraica”. L’isolamento  sta andando allentandosi: una prova ne è il primo programma, creato nel 2007 dall’Università Bar Ilan di Tel Aviv, di studi estivi di lingua e cultura yiddish in Birobijan (Birobijan Summer Yiddish Program), a cui possono partecipare studenti universitari e tutti coloro che sono interessati. Forse, allora, -in barba a chi voleva annientare il popolo ebraico e la sua cultura- qualcuno potrà davvero dire “l’anno prossimo a Birobijan”.

Un contributo video della Televisione Svizzera:
http://la1.rsi.ch/home/networks/la1/cultura/Storie/2013/01/07/birobidzhan.html

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