la copertina di una rivusta yiddish fra le due guerre

Il revival dello yiddish e il purismo linguistico: dalle strade dei quartieri ultraortodossi alla didattica dello YIVO

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di Cyril Aslanov

[Ebraica: letteratura come vita] In un tempo dove l’uso vivo e spontaneo dello yiddish retrocede (meno di 3 milioni di persone lo parlano oggi abitualmente, quando alla vigilia della Shoah erano più di 11 milioni) sorge la speranza che la trasmissione di questa lingua minacciata sarà garantita per le generazioni future. Grazie agli sforzi dello YIVO (Yidisher visnshaftlekher institut/Istituto scientifico ebraico per lo studio della lingua e del mondo yiddish) di New York si propaga l’insegnamento di uno yiddish standardizzato chiamato appunto YIVO-yidish o Klal-yidish, “yiddish generico”. Questa varietà linguistica rappresenta la sublimazione e la regolarizzazione del dialetto originariamente in uso nella Lituania e in altri luoghi che facevano parte del Granducato di Lituania, come la Bielorussia o il sud della Lettonia.

I corsi di yiddish, dispensati nella sede-madre di New York o nella sua succursale argentina, oppure in altri posti dove ex-allievi dello YIVO diffondono l’insegnamento della lingua (in Russia, in Ucraina e in Polonia per esempio) sono di un’efficienza impressionante. Tutte le persone che sono passate per questa formazione parlano uno yiddish perfetto, forse troppo perfetto… Infatti, lo YIVO-yidish è una lingua così ben regolata che non corrisponde alla dimensione vernacolare, che caratterizzava lo yiddish orientale prima della sua standardizzazione. È la conseguenza degli sforzi intrapresi, all’inizio del Novecento, con la conferenza di Czernovitz, nel 1908, e i primi passi dello YIVO a Vilna dopo il 1925, data della fondazione dell’Istituto da parte di Nochum Shtif, uno dei partecipanti alla conferenza di Czernovitz.

Perciò, quando un giovane, iniziato allo yiddish secondo gli standard dello YIVO, vuole parlare con parlanti nativi dello yiddish (con i nonni per esempio), si nota spesso un divario fra l’ideale linguistico coltivato dallo YIVO e lo yiddish autentico, ma non sempre standardizzato, usato dai veri parlanti della lingua. Così avviene ad esempio nel caso dello yiddish della Polonia, molto diverso dallo yiddish della Lituania che è alla base dello YIVO-yidish. La pronuncia profondamente erosa dello yiddish polacco rende spesso la comunicazione difficile fra i revivalisti, ispirati dallo YIVO, e gli autentici yiddishofoni.

Inoltre, era usuale in Polonia prendere in prestito molte parole tedesche, specialmente nelle parti sotto dominio austriaco o prussiano. Ora, uno dei principi cardine dello YIVO è quello di evitare i germanismi nello yiddish standardizzato. Quando c’era la necessità di usare un modello linguistico straniero, il linguista Max Weinreich, cofondatore dello YIVO, cercava di privilegiare il modello russo, per allontanare lo yiddish dal tedesco verso il quale rischiava di essere naturalmente attratto. Un esempio di questo tropismo verso il russo, per evitare l’entropia verso il tedesco, è la parola universitet, “università” che prende il genere maschile (der universitet) come in russo e non il genere femminile del tedesco (die Universität). Questo distanziamento linguistico che allontana lo yiddish dalla sua matrice tedesca (tedesco medioevale piuttosto che moderno) si chiama Sprachaufstand, letteralmente “insurrezione linguistica”.

Ma lo yiddish non germanizzato non era necessariamente praticato dagli utenti della lingua, meno preoccupati di politica linguistica e più coinvolti nella vita spontanea. Itzkhok Bashevis Singer, ad esempio, usava molti germanismi nel suo yiddish letterario, come si vede nel titolo Di familye Mushkat (La famiglia Moskat in traduzione italiana) dove compare la parola tedesca Familie “famiglia” invece di mishpokhe, parola di origine ebraica normalmente usata in yiddish.

La lotta contro i germanismi, iniziata da Max Weinreich e continuata dai suoi successori, non tiene conto del fatto che, durante parecchi secoli, la lingua alta delle comunità ebraiche dell’Europa orientale era l’antico yiddish occidentale (alt-yidish “vecchio yiddish”), molto più vicino al tedesco della prima età moderna che allo yiddish orientale.
Kafka, che non sapeva lo yiddish a prescindere dal suo interesse profondo per questa lingua, scrive nel suo Diario che la parola yiddish mame, “madre” e non solo “mamma”, è più materna di quanto sia la parola tedesca Mutter. Così facendo stava portando avanti un’idea preconcetta, nutrita dal contrasto fra lo yiddish orientale, lingua dell’etnoclasse ebraica dell’Europa orientale, e il tedesco, lingua della Bildung, ideale culturale degli ebrei della Mitteleuropa della quale Kafka faceva parte, nonostante la sua nostalgia per un’etnicità ebraica. Ora, muter esiste in alt-yidish e compare sistematicamente per designare le matriarche nelle traduzioni della Bibbia in yiddish occidentale: Muter Sore per Sara, Muter Rivke per Rebecca, Muter Leye per Lea e Muter Rokhel per Rachele.

In conclusione, forse il vero yiddish non è quello troppo perfetto e puro diffuso dallo YIVO, bensì lo yiddish vernacolare e alle volte scorretto e contaminato da influenze esterne, che si sente parlare nei quartieri ultraortodossi di Williamsburg, Anversa o Bnei Brak.

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