Tra Beirut, Damasco e Teheran: la partita di Trump sul Libano

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di Davide Cucciati
La frase potrebbe sorprendere perché Hezbollah è designata dagli Stati Uniti come organizzazione terroristica, dispone di un proprio arsenale militare ed è la longa manus del regime islamico iraniano in Libano. Eppure, le parole del presidente americano sollevano una domanda che va oltre la cronaca quotidiana: perché Washington ritiene necessario confrontarsi con Hezbollah?

 

Il 15 giugno 2026 il Times of Israel ha riportato una frase di Trump destinata a far discutere: durante il vertice del G7, il presidente statunitense ha dichiarato di voler parlare con Hezbollah per “sistemare la questione libanese”.

La frase potrebbe sorprendere perché Hezbollah è designata dagli Stati Uniti come organizzazione terroristica, dispone di un proprio arsenale militare ed è la longa manus del regime islamico iraniano in Libano. Eppure, le parole del presidente americano sollevano una domanda che va oltre la cronaca quotidiana: perché Washington ritiene necessario confrontarsi con Hezbollah?

Reuters ha riferito che già nelle settimane precedenti Trump aveva affermato di aver comunicato con Hezbollah attraverso intermediari. Uno dei principali canali di contatto sarebbe stato Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese e storico alleato politico del movimento sciita. Axios ha ricostruito a sua volta il ruolo di Berri nei colloqui sul cessate il fuoco, evidenziando che Hezbollah avrebbe comunicato agli Stati Uniti la propria disponibilità a fermare gli attacchi contro Israele nel quadro di un accordo più ampio sul Libano.

Gli aggiornamenti delle ultime ore confermano quanto il dossier libanese sia ormai entrato nel negoziato tra Washington e Teheran. Hezbollah sostiene di aver ricevuto rassicurazioni dall’Iran: Teheran porterà anche la questione del ritiro delle truppe israeliane dal Libano nella prossima fase dei colloqui con gli Stati Uniti. Washington continua formalmente a tenere separati il dossier libanese e quello nucleare iraniano. Sul piano politico, però, il confine appare sempre più sottile: Trump ha criticato apertamente il modo in cui Israele ha gestito il fronte libanese e la guerra contro Hezbollah. Il presidente statunitense ha criticato in particolare i bombardamenti contro palazzi residenziali utilizzati da Hezbollah, osservando che in quegli edifici vivono anche civili. Ha inoltre suggerito che dovrebbe essere la Siria a occuparsi del contrasto al movimento sciita, sostenendo che Damasco potrebbe fare “un lavoro migliore” di Israele.

Hezbollah è stata accusata di alcuni dei più gravi attentati antiebraici dell’epoca contemporanea. Nel 1994 l’attacco contro il centro ebraico AMIA di Buenos Aires provocò 85 morti e oltre 300 feriti. Come ricordato su Mosaico, la giustizia argentina ha attribuito l’esecuzione materiale dell’attentato a Hezbollah e la regia politica e strategica alle più alte autorità della Repubblica Islamica dell’Iran.

Il Partito di Dio e il problema del monopolio della forza

La storia del movimento, tuttavia, è più complessa di quanto suggeriscano le sole cronache di guerra o gli elenchi delle organizzazioni terroristiche. Le radici di Hezbollah risalgono al mondo sciita libanese degli anni Settanta, segnato dall’ascesa del movimento Amal e dall’influenza crescente della rivoluzione islamica iraniana del 1979. L’organizzazione assunse una forma riconoscibile tra il 1982 e il 1985, dopo l’invasione israeliana del Libano e il sostegno fornito dall’Iran. Da allora ha costruito una struttura che va ben oltre la dimensione militare: rappresentanti in Parlamento, partecipazione ai governi, scuole, ospedali, associazioni caritative, programmi di assistenza sociale e iniziative di ricostruzione nelle aree sciite del Paese.

Una parte significativa del consenso del Partito di Dio deriva proprio da questa rete di servizi: nelle periferie sciite di Beirut, nel sud del Libano e nella valle della Bekaa, il movimento ha spesso fornito sostegno economico, assistenza sanitaria e interventi di ricostruzione che le istituzioni statali non erano in grado di garantire con la stessa efficacia.

Questo elemento aiuta a comprendere una delle principali difficoltà del Libano contemporaneo: lo Stato non esercita da decenni un monopolio pieno della forza sul proprio territorio. Hezbollah rappresenta il caso più potente e influente di questa frammentazione della sovranità. Il suo arsenale supera di gran lunga quello di qualsiasi altro attore non statale presente nel Paese.

Il tema del disarmo è quindi diventato uno dei principali nodi politici del Libano. Hezbollah continua a sostenere che il proprio arsenale sia necessario per difendere il Paese da Israele, mentre il governo di Beirut discute da tempo possibili percorsi per riportare tutte le armi sotto il controllo statale.

Damasco, Teheran e la strategia americana

In tal senso, appare interessante una riflessione proposta da Nemtala Eddé su L’Orient Le Jour Today: analizzando i casi dell’IRA in Irlanda del Nord e delle FARC in Colombia, l’autrice osserva come il disarmo delle organizzazioni armate sia spesso arrivato alla conclusione di un processo politico e non all’inizio. Accordi, garanzie reciproche e integrazione nelle istituzioni hanno preceduto la consegna delle armi.

Questa chiave di lettura aiuta a comprendere anche la posizione americana: Reuters e Axios hanno mostrato come l’amministrazione Trump consideri il fronte libanese strettamente collegato al più ampio negoziato con l’Iran. Un’escalation tra Israele e Hezbollah rischierebbe di compromettere il tentativo di costruire un nuovo equilibrio regionale e potrebbe mettere in crisi gli stessi colloqui con Teheran.

Il possibile coinvolgimento della Siria aggiunge un ulteriore elemento di complessità. Durante la guerra civile siriana, Hezbollah ha combattuto a fianco di Bashar al-Assad contro diverse forze ribelli, incluse formazioni jihadiste e l’ISIS, contribuendo alla sopravvivenza del regime e alla tenuta dell’asse strategico tra Teheran, Damasco e Beirut. Oggi il quadro appare quasi rovesciato: Trump ipotizza di coinvolgere la nuova Siria di Ahmad al-Sharaa, ex figura del jihadismo legato ad al-Qaeda poi divenuto presidente, nel contenimento di Hezbollah. Il movimento che aveva combattuto per salvare Assad potrebbe ora trovarsi di fronte una Damasco post-Assad, riavvicinata a Washington e guardata dagli Stati Uniti come possibile elemento di pressione su Hezbollah. La leadership siriana, tuttavia, ha mostrato finora una notevole cautela rispetto all’ipotesi di un coinvolgimento diretto in Libano.

Più che un piano operativo già definito, sembra il segnale di una strategia molto pragmatica: Trump prova a usare contemporaneamente Beirut, Damasco, Teheran e i canali indiretti con Hezbollah. Proprio la cautela mostrata dalla Siria suggerisce che molte delle opzioni considerate dalla Casa Bianca siano tutt’altro che scontate.

In fondo, la strategia americana appare più limitata e immediata: impedire che il fronte libanese faccia naufragare il negoziato con l’Iran e preservare una finestra diplomatica che Washington considera oggi prioritaria per l’intero Medio Oriente.