Addio a Francesco Guccini, il poeta che cantò Auschwitz e tenne viva la memoria del popolo ebraico

Personaggi e Storie

di Nina Deutsch

Da Auschwitz a Hava Nagila, il percorso artistico del leggendario cantautore ha intrecciato memoria della Shoah, cultura ebraica e impegno civile. Nel 2023, parlando della guerra tra Israele e Hamas, aveva invocato fraternità e il rispetto per tutte le vittime. Il cordoglio della Comunità Ebraica di Milano per la sua scomparsa.

Comunicato della Comunità Ebraica di Milano

La Comunità Ebraica di Milano esprime profondo cordoglio per la scomparsa di Francesco Guccini, venuto a mancare oggi all’età di 86 anni nella sua Pavana. Guccini è stato un grande artista della canzone italiana, capace di raccontare con parole indimenticabili anche la tragedia della Shoah. Sua è “Auschwitz” (La canzone del bambino nel vento), uno dei testi più intensi mai scritti sullo sterminio degli ebrei d’Europa, che da decenni continua a far conoscere quella tragedia a generazioni di italiani. La Comunità Ebraica di Milano si stringe con affetto ai familiari e ai suoi cari in questo momento di dolore.

Ha trasformato la musica in Memoria e responsabilità civile

Non era soltanto il cantautore delle osterie, delle pianure emiliane e delle interminabili notti passate a discutere di politica, filosofia e vita. Francesco Guccini è stato anche una delle voci italiane che più profondamente hanno interrogato la coscienza collettiva davanti alla tragedia della Shoah, trasformando la musica in Memoria e responsabilità civile.

Guccini è morto questa mattina nella sua amata Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, il luogo dove aveva scelto di vivere lontano dai riflettori. Aveva 86 anni. L’annuncio è stato diffuso dall’Ansa. Una cerimonia pubblica per ricordarlo è prevista nel mese di settembre.

L’Italia perde uno dei suoi più grandi narratori in musica. Ma a salutarlo oggi non sono soltanto gli appassionati del cantautorato italiano. C’è anche chi, nel mondo ebraico, riconosce in lui un artista che ha saputo raccontare il dolore della persecuzione con rispetto, profondità e senza mai cedere alla retorica.

Se esiste infatti una canzone capace di attraversare il tempo senza perdere un frammento della propria forza è Auschwitz (La canzone del bambino nel vento). Scritta nel 1966 e interpretata con quella sua inconfondibile “erre” arrotata, è diventata una delle pagine più alte della canzone d’autore italiana e uno dei simboli della memoria della Shoah. Attraverso la voce immaginaria di un bambino ucciso nel campo di sterminio, Guccini trasformò l’indicibile in poesia, consegnando a generazioni di ascoltatori una domanda destinata a non smettere mai di interrogare le coscienze.

VIDEO https://www.youtube.com/watch?v=krsp726YPAk&list=RDkrsp726YPAk&start_radio=1

Il finale resta una delle pagine più intense della canzone d’autore italiana: una domanda rivolta all’umanità intera, non soltanto agli ebrei, ma a ogni popolo chiamato a confrontarsi con la violenza della storia.

Quella riflessione non lo ha mai abbandonato.

Nel novembre 2023, presentando a Milano il suo ultimo album Canzoni da osteria, Guccini tornò infatti a parlare del conflitto israelo-palestinese. Lo fece con il linguaggio che gli era più naturale: quello dell’umanità prima ancora che della politica.

VIDEO Il Sole 24 Ore https://stream24.ilsole24ore.com/video/cultura/mo-guccini-due-tifoserie-si-urlano-contro-ma-mezzo-ci-sono-vittime/AFixqQaB

«Come nei talk show ci sono due fazioni opposte, due tifoserie che si urlano contro, dimenticando chi c’è in mezzo. E in mezzo ci sono le vittime», disse davanti ai giornalisti.

Durante quell’incontro Guccini spiegò anche l’origine della scelta di inserire Hava Nagila, celeberrimo canto della tradizione ebraica, nel disco. Non fu una decisione legata all’attualità della guerra scoppiata nell’ottobre di quell’anno, ma il recupero di un ricordo personale. Raccontò infatti di aver deciso di incidere quel brano dopo una telefonata con un amico israeliano, rievocando le serate bolognesi di molti anni prima, quando quella melodia risuonava nelle osterie insieme ad altri canti popolari.

Una scelta che assume oggi un significato ancora più simbolico: accostare Bella ciao e Hava Nagila nello stesso album significava mettere in dialogo due tradizioni nate dalla ricerca della libertà e dalla volontà di resistere all’oppressione.

VIDEO https://www.youtube.com/watch?v=nP_yFbjkBLo

In quella stessa occasione Guccini ricordò anche l’amico Sergio Staino, scomparso poche settimane prima. Citò una tavola realizzata dal celebre vignettista ispirata alla sua canzone Il vecchio e il bambino: nell’illustrazione il vecchio portava sulle spalle una bandiera israeliana, il bambino una bandiera palestinese, mentre entrambi camminavano insieme verso un orizzonte migliore.

«Questa speranza di fraternità e di amicizia fra le due etnie, lontana nel tempo, si può sempre avere», disse Guccini.

Poi tornò inevitabilmente ad Auschwitz, spiegando che quella canzone continuava a rappresentare il suo modo di guardare al mondo.

«Parla degli ebrei e finisce dicendo: “Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”. Può sembrare retorica, ma è davvero così che la penso».

Non pretese mai di essere un esperto di geopolitica. Anzi, con la sincerità che lo ha sempre contraddistinto ammise di non aver approfondito tutti gli aspetti del conflitto mediorientale. Preferiva affidarsi ai racconti degli amici di Medici Senza Frontiere e, soprattutto, mettere al centro le persone comuni, le vittime, gli innocenti travolti dalla guerra.

Era il suo modo di leggere la storia: partire dall’essere umano.

Ed è probabilmente questo il lascito più profondo che consegna anche al pubblico israeliano e al mondo ebraico. Perché, ben oltre le opinioni contingenti, Guccini ha contribuito a mantenere viva in Italia la memoria della Shoah e il dovere di interrogarsi sulle conseguenze dell’odio.

La sua voce si spegne a Pavana, ma continuerà a risuonare ogni volta che uno studente ascolterà Auschwitz, ogni volta che nelle piazze o nelle scuole qualcuno canterà quelle parole che, a sessant’anni dalla loro composizione, conservano intatta la loro forza morale. Sono versi che non appartengono soltanto alla storia della musica italiana. Appartengono alla memoria europea.

 

Nel silenzio del deserto: Isaia, Guccini e la domanda della sentinella

 

Di Daniela Santus (da Facebook)

 

Isaia era un profeta, ma se facciamo attenzione potremmo dire che forse era anche un geografo. Il suo libro è ricco di toponimi – Gerusalemme, Giuda, Babilonia, Moab, Arabia – ma soprattutto di paesaggi: montagne, valli, fiumi e deserti.

Francesco Guccini era un cantautore e, anch’egli, forse un geografo. Le sue canzoni attraversano Bologna e Venezia, Genova e Bisanzio, ma arrivano anche nel cuore del Negev, proprio là dove «la notte è quieta senza un rumore» e «c’è solo il suono che fa il silenzio». È nel deserto che il poeta incontra il profeta. E ascolta la stessa domanda che da quasi tremila anni continua a interrogare l’uomo: Shomèr ma mi-llailah? Sentinella, quanto resta della notte?

Guccini raccontò che lo spunto della canzone gli venne da uno squarcio di Isaia, letto nella traduzione di Guido Ceronetti. Ma ciò che lo colpì non fu tanto il carattere oracolare del testo, quanto l’invito a non smettere di domandare. «Sono uno sempre in ricerca, curioso di tutto», spiegò anni dopo. La sentinella non offre una soluzione definitiva: invita a tornare, a chiedere ancora. Per Guccini quella non era una metafora politica né sociale, ma un universale antropologico. La curiosità, prima ancora della risposta, è ciò che definisce l’uomo.

Per comprendere quella domanda occorre fermarsi sul luogo in cui risuona. E qui la parola «deserto» ci può trarre in inganno.

L’ebraico biblico dispone infatti di più termini per indicare i luoghi aridi e selvaggi. Midbar, che nelle nostre Bibbie viene normalmente tradotto con «deserto», indica più propriamente una terra scarsamente popolata, incolta, non necessariamente priva di vegetazione: nelle traduzioni inglesi può diventare wilderness, ma anche, in alcuni contesti, pascolo o terra da pascolo. È piuttosto yeshimon a indicare il deserto nel senso più vicino alla nostra immagine di una terra sterile e senz’acqua.

Ma midbar nasconde un’altra sorpresa: dalla stessa radice ebraica, d-b-r, nasce il verbo «parlare». Il deserto è dunque anche il luogo della parola.

È questo il paesaggio che Guccini restituisce con una precisione sorprendente. Non descrive un Oriente esotico né un fondale biblico convenzionale. Descrive un’atmosfera: «La notte è quieta senza un rumore, c’è solo il suono che fa il silenzio». È un silenzio che non coincide con l’assenza di suoni, ma con la loro essenzialità: il vento caldo, il profumo dell’assenzio, le pietre ancora tiepide del sole, la memoria delle palme che sembrano dissolversi nel buio. Più che un paesaggio visibile, è un paesaggio sonoro.

Ma c’è un dettaglio che rende ancora più interessante l’incontro fra il cantautore e il testo biblico: la sentinella non parla allo stesso modo in tutte le Bibbie.

Isaia 21,11-12 è uno di quei passi nei quali le traduzioni sembrano quasi contendersi il significato del testo. La C.E.I. fa dire alla sentinella: «Viene il mattino, poi anche la notte». La traduzione interconfessionale: «Arriva l’alba, ma presto anche la notte». La versione ebraica curata da rav Dario Disegni è ancora diversa: «È venuto il mattino e anche la notte. Se volete domandare, interrogate, tornate a venire».

Poi c’è Lutero.

Nella sua Bibbia leggiamo: Der Morgen kommt, doch noch ist es Nacht: il mattino viene, ma è ancora notte.

È una differenza piccola soltanto in apparenza. Nelle traduzioni C.E.I. e TILC sembra di assistere al normale avvicendamento fra giorno e notte. In Lutero, invece, il mattino sta arrivando, ma siamo ancora dentro la notte. Non è ancora giorno. Siamo sulla soglia, in quella condizione sospesa nella quale la luce è promessa ma non ancora compiuta.

Ed è proprio questa la versione che, sorprendentemente, sembra seguire Guccini: «La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato».

Non so se Guccini avesse presente la traduzione luterana. Ma la coincidenza è suggestiva. Perché è qui che la sua canzone si avvicina in modo straordinario al testo biblico: la sentinella non annuncia che il giorno è già arrivato. Dice che viene. E intanto è ancora notte.

La risposta, dunque, non è una risposta.

È un rinvio.

«Se volete domandare, domandate, tornate».

Forse è questo il punto in cui il cantautore diventa davvero interprete del profeta. Più che tradurre Isaia, ne ricostruisce il paesaggio interiore. La sua sentinella conosce l’angoscia e la pace, rimane immobile «fuori dal tempo», tende l’orecchio a un sussurro di vento o di voci. Non possiede la risposta. Custodisce la domanda.

L’immagine è profondamente biblica. La fede di Israele nasce anzitutto dall’ascolto. Lo Shemà Israel non invita a vedere, ma ad ascoltare. Anche il deserto di Isaia è un luogo in cui la parola precede la visione. Per questo il silenzio di Guccini non è mai vuoto: è lo spazio necessario affinché una voce possa levarsi.

Nell’ultima strofa cadono i secoli, gli dèi, i regni. Cade perfino l’illusione che la storia possa consegnare una risposta definitiva. Rimane soltanto una voce che continua a chiedere: Shomèr ma mi-llailah?

Forse è questa la ragione per cui quella canzone conserva intatta la propria forza. Guccini non ha utilizzato Isaia come un repertorio di simboli colti. Ha saputo ascoltare il deserto. Ha restituito, attraverso la musica, l’anima di un luogo che la filologia può descrivere, ma che soltanto la poesia riesce davvero ad abitare.

E così, ogni volta che torna quella domanda – «Sentinella, quanto resta della notte?» – non ascoltiamo soltanto il profeta. Ascoltiamo anche il poeta che, nel silenzio del deserto, ha saputo riconoscere il suono della Parola.