Quella guerra di cent’anni fa che la cronaca ci costringe a ricordare.

Mondo

di Leone Finzi

Ieri pomeriggio i Mirage francesi hanno attaccato Bengasi; poi nella notte, agli aerei francesi si sono uniti quelli americani e inglesi e l’obiettivo questa volta è stato Tripoli: l’operazione “Odyssey dawn” è cominciata.
Anche l’Italia, insieme a Canada e Spagna, fa parte di questa coalizione; per ora però si limita a mettere a disposizione degli alleati le basi militari NATO, a cominciare da quella di Sigonella in Sicilia.
Il Mediterraneo dunque è di nuovo in fiamme e questa volta non per una guerra di Israele, bensì per una nuova guerra di Libia.
Una guerra, un nome, che agli italiani evoca molte più cose che al resto delle forze dell’attuale coalizione. Proprio cento anni fa, infatti, l’Italia avviava l’impresa di Libia, la “sua” guerra di Libia contro l’Impero turco.

Era l’Italia di Giovanni Giolitti, quella che voleva conquistarsi il suo “posto al sole”, dicono alcuni; quella che fu spinta alla guerra da ragioni di politica interna, dicono altri. Per l’uno o per l’altro motivo, fu una guerra come tante altre, con migliaia di morti e che, per di più, non diede alcuno dei vantaggi che i suoi fautori si attendevano: l’Italia, con la Libia, non divenne una “Grande Potenza”; non trovò terreni fertili da destinare all’emigrazione, e non trovò nemmeno il petrolio. Trovò solo un enorme “scatolone di sabbia”, come disse Gaetano Salvemini.

Fu in quell’occasione che l’Italia, come già la  Francia e la Germania, conquistò la sua colonia d’Africa. Fu sempre in quell’occasione che in Italia cominciò a diffondersi su larga scala una forma di antisemitismo “moderno”, diverso dal già noto antigiudaismo cattolico. Dalle colonne de “L’idea Nazionale” infatti Francesco Coppola non solo mise in discussione la fedeltà degli ebrei alla patria in guerra, ma attaccò la stampa internazionale (critica verso l’impresa libica), in quanto, scriveva, “disciplinata dall’alta finanza cosmopolita e israelita”.

Oggi, per fortuna, in Italia simili “scenari” sembrano lungi dal potersi ripetere, anche se nel campo opposto, l’ingiuria antisemita non si è fatta attendere: proprio ieri infatti, subito dopo l’inizio delle operazioni francesi,  Gheddafi ha definito la popolazione libica “vittima della crociata dell’ebreo sionista Nicolas Sarkozy”. Il solito antisemitismo bonne à tout faire: quando non si sa più quali pesci prendere, ecco rispuntare il vecchio, solito, consunto complotto ebraico.
Per ora l’uscita di Gheddafi su Sarkozy non pare aver avuto particolari effetti. I (molti) detrattori del regime vedono nelle forze occidentali in azione nei cieli della Libia, la via per liberarsi da un dittatore che li ha tenuti per decenni e ancora vuole tenerli, in scacco – e povertà.

Proprio come cento anni fa gli esponenti più avanzati della popolazione libica – fra cui molti ebrei – festeggiarono l’arrivo degli italiani come un momento di svolta, di “progresso e civiltà”, oggi i ribelli musulmani vedono negli occidentali non la minaccia della conquista ma la possibilità di un cambiamento in senso modernizzatore. Ed è proprio per questo cambiamento che masse di giovani libici ieri sono scesi in piazza a festeggiare l’attacco dei Mirage francesi.
Quel che accadrà poi, però, allora come oggi, è tutto da vedere.

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