Israele sotto i riflettori: 14,7 milioni di articoli misurano la sproporzione della copertura internazionale

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di Anna Balestrieri
Secondo una nuova analisi condotta dal ricercatore indipendente e imprenditore tecnologico Jeremy Musighi, già nel 2019 un articolo internazionale su 112 avesse Israele come principale oggetto della notizia. Mentre nel 2024 circa un articolo internazionale su 26 menzionava Israele, con un totale di articoli superiore a quello complessivo dei 48 Paesi dell’Africa subsahariana. E la copertura pro capite sarebbe stata inoltre oltre sei volte superiore a quella dell’Ucraina. (Nella foto la sede della BBC)

Quanto spazio occupa Israele nei media internazionali rispetto alle dimensioni del Paese, alla sua popolazione e alle crisi che attraversano il resto del mondo? Una nuova analisi condotta dal ricercatore indipendente e imprenditore tecnologico Jeremy Musighi sostiene che la risposta sia: molto più di quanto ci si aspetterebbe.

Lo studio, intitolato Center of Attention, ha analizzato quasi 14,7 milioni di articoli pubblicati tra il 2017 e l’agosto 2026, utilizzando il database GDELT, una delle più ampie banche dati aperte sulla stampa mondiale, che raccoglie informazioni in 65 lingue. Musighi ha inoltre esaminato i dati relativi alle trasmissioni televisive, escludendo dalla misurazione la stampa nazionale dei singoli Paesi per concentrarsi sulla copertura internazionale.

Un’attenzione che non sembra diminuire

Il dato che, secondo Musighi, distingue Israele dagli altri Paesi non è soltanto la quantità di articoli pubblicati, ma la loro persistenza nel tempo.

Normalmente, osserva l’analisi, l’attenzione dei media segue una curva relativamente prevedibile: un evento esplode, raggiunge un picco e poi progressivamente scompare dalle prime pagine. È accaduto, per esempio, con la caduta di Kabul nell’agosto 2021. Nel momento culminante, l’Afghanistan arrivò a rappresentare circa il 27% del tempo misurato sulle televisioni via cavo americane; tre mesi dopo era sceso al 2% del picco e dopo un anno era quasi scomparso.

Israele avrebbe seguito un andamento radicalmente diverso.

Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, secondo i dati analizzati da Musighi, Israele ha rappresentato in media il 5,65% del tempo delle televisioni via cavo statunitensi monitorate per l’anno successivo. Un anno dopo il 7 ottobre, la copertura rimaneva circa 27 volte superiore al livello di riferimento precedente alla guerra.

Il confronto è particolarmente marcato con altre crisi. Secondo l’analisi, la guerra in Sudan, nonostante la successiva dichiarazione statunitense secondo cui le forze paramilitari RSF e le milizie alleate avevano commesso genocidio, superò l’1% del tempo delle televisioni via cavo americane soltanto in otto giorni su un periodo di 390 giorni. La guerra del Tigray in Etiopia, nella quale l’ex presidente nigeriano e mediatore dell’Unione africana Olusegun Obasanjo stimò circa 600.000 morti, non raggiunse mai lo 0,03% del tempo televisivo monitorato.

Anche gli anni “tranquilli” fanno discutere

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda il 2019, un anno relativamente tranquillo nel conflitto israelo-palestinese, molto prima della guerra iniziata nell’ottobre 2023.

Utilizzando quell’anno come termine di paragone, Musighi sostiene che un articolo internazionale su 112 avesse Israele come principale oggetto della notizia. Nella sua graduatoria Israele risultava settimo al mondo per volume assoluto di copertura e primo per copertura pro capite. Secondo l’analisi, è rimasto al primo posto per questo parametro in quasi tutti gli anni considerati.

Nel 2024, dopo il 7 ottobre, la sproporzione sarebbe ulteriormente aumentata: circa un articolo internazionale su 26 menzionava Israele, mentre il numero di articoli dedicati al Paese sarebbe stato superiore a quello relativo complessivamente ai 48 Paesi dell’Africa subsahariana, secondo la metodologia utilizzata da Musighi. La copertura pro capite sarebbe stata inoltre oltre sei volte superiore a quella dell’Ucraina.

Il dato va però letto con attenzione: “parlare di Israele” non significa necessariamente dedicare un articolo esclusivamente a Israele, e la quantità di copertura non misura da sola né la qualità né l’accuratezza dell’informazione.

Un’altra anomalia: il tono

Musighi ha cercato di misurare anche il tono della copertura utilizzando il sistema automatico di document tone di GDELT, che assegna agli articoli un valore compreso indicativamente tra -10 e +10 sulla base del linguaggio positivo o negativo utilizzato.

Nel 2019 gli articoli su Israele provenienti dai media occidentali presentavano, secondo questa metrica, un punteggio medio di circa -2,2. Nel 2024 il valore sarebbe sceso a -4,42, con il 78% degli articoli classificati al di sotto della soglia negativa utilizzata dallo studio.

Ma qui è necessaria una distinzione fondamentale. Un algoritmo che misura il linguaggio negativo non misura automaticamente il “pregiudizio” di un articolo. Un reportage su una guerra, per esempio, può avere naturalmente un tono negativo perché descrive morti, distruzione o violenza.

Lo stesso materiale relativo allo studio riconosce questa limitazione: il punteggio misura il linguaggio utilizzato, non stabilisce se la copertura sia corretta, imparziale o distorta.

La domanda più difficile: perché?

È a questo punto che l’analisi passa dai dati all’interpretazione.

Musighi sostiene che volume, persistenza e tono della copertura non possano essere spiegati soltanto dagli eventi che accadono in Israele. Nella sua interpretazione, alla base vi sarebbe una campagna di influenza anti-israeliana iniziata decenni fa con l’Unione Sovietica e successivamente proseguita attraverso altri attori statali, istituzioni internazionali e reti di attivisti.

È una conclusione molto più forte rispetto ai dati sulla quantità di articoli.

I numeri possono misurare quanto i media parlano di Israele; non possono, da soli, stabilire perché ne parlino così tanto.

La distinzione è importante anche perché esistono spiegazioni alternative perfettamente compatibili con gli stessi dati: la centralità storica del conflitto israelo-palestinese nella politica internazionale, il ruolo degli Stati Uniti e dell’Europa, la presenza di un forte pubblico ebraico e arabo nelle società occidentali, la disponibilità relativamente elevata di fonti e corrispondenti nella regione e, dopo il 7 ottobre, il coinvolgimento diretto di Israele e dei suoi alleati in una guerra con importanti conseguenze internazionali.

Un dato reale, ma non una prova di “complotto”

L’analisi di Musighi ha comunque il merito di porre una domanda che può essere verificata quantitativamente: la quantità di attenzione dedicata a un Paese di circa dieci milioni di abitanti è effettivamente fuori scala rispetto a quella riservata ad altri Paesi e conflitti?

Secondo i dati raccolti dallo studio, la risposta è sì, soprattutto quando si considera la copertura pro capite e la persistenza nel tempo. Una fonte indipendente che ha esaminato il lavoro riporta inoltre che Israele avrebbe occupato il primo posto mondiale nella copertura internazionale pro capite in tutti gli anni analizzati tranne il 2022, quando Ucraina, Svizzera e Irlanda lo precedettero.

Ma dimostrare una sproporzione quantitativa non equivale a dimostrare una sproporzione ideologica.

È probabilmente questo il punto più interessante emerso dalla ricerca: separare ciò che può essere contato — articoli, minuti televisivi, frequenza, durata e tono linguistico — da ciò che richiede invece un’interpretazione delle cause.

In un momento in cui la guerra di Gaza ha riportato Israele al centro dell’informazione mondiale, la domanda non è soltanto quanto si parli di Israele, ma anche perché una storia rimanga sotto i riflettori mentre altre, spesso accompagnate da numeri di vittime enormemente superiori, scompaiano molto più rapidamente. L’analisi di Musighi offre una serie di dati per porre questa domanda. Non offre, da sola, una risposta definitiva sulle ragioni.