di Nina Deutsch
La ministra svedese di origini palestinesi e libanesi ha trasformato un simbolo identitario in un gesto politico contro l’antisemitismo. Dopo il dibattito televisivo dei giorni scorsi, sono arrivati applausi, accuse e minacce. E la polemica diventa uno dei casi più discussi della campagna elettorale in vista delle elezioni parlamentari del 13 settembre.
La scena dura pochi secondi, ma in Svezia è diventata una delle immagini politiche dell’estate. Durante il grande dibattito televisivo tra i leader dei partiti, Simona_Mohamsson, leader dei Liberali e ministra dell’Istruzione e dell’Integrazione nel governo del premier Ulf Kristersson, si presenta con una Stella di David al collo. Non è un dettaglio di abbigliamento. È una dichiarazione politica, volutamente visibile, pronunciata alla vigilia di un voto nazionale che si terrà il 13 settembre.
«La indosso per i bambini che oggi in Svezia non osano farlo», ha spiegato Mohamsson. Una frase che avrebbe potuto chiudere la questione. È accaduto il contrario. Nel giro di pochi giorni, la Stella di David è diventata il centro di una controversia che intreccia antisemitismo, guerra a Gaza, identità palestinese, libertà di esibire simboli religiosi e, inevitabilmente, la competizione politica per le elezioni.
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Il dato forse più sorprendente è proprio l’identità della donna che ha scelto di indossarla. Mohamsson non è ebrea. È nata nel 1994 e il suo percorso familiare affonda le radici nel mondo arabo: il padre è di origine palestinese, nato a Haifa, la madre è libanese e musulmana sciita. La famiglia è arrivata in Svezia quando lei era bambina. Oggi Mohamsson è una delle figure più esposte della politica svedese. Ed è proprio questa biografia a rendere il gesto particolarmente potente e, per alcuni, particolarmente provocatorio.
La ministra ha scelto di dire che si può essere figli di una famiglia palestinese e, nello stesso tempo, difendere pubblicamente il diritto di un bambino ebreo a mostrare la propria identità. Non ha presentato la Stella di David per discutere sulla politica del governo israeliano. L’ha presentata come una risposta all’antisemitismo svedese.
Ma nel clima politico europeo successivo al 7 ottobre 2023, la distinzione si è rivelata tutt’altro che pacifica.
Il gesto che ha fatto esplodere il dibattito
Il momento decisivo è stato il confronto televisivo del 17 agosto, organizzato da Expressen e Dagens Industri. Secondo la ricostruzione della televisione pubblica svedese SVT, la seconda parte del dibattito, dedicata alla politica internazionale, si è accesa proprio sul tema dell’antisemitismo. A un certo punto Ebba Busch, leader dei Cristiano-democratici (Kristdemokraterna), ha indicato la Stella di David indossata da Mohamsson mentre attaccava la leader del Partito della Sinistra (Vänsterpartiet), Nooshi Dadgostar, accusandola di non avere mantenuto il proprio partito libero dall’antisemitismo.
Mohamsson ha quindi collegato la questione a una serie di episodi che hanno coinvolto esponenti del Partito della Sinistra, sostenendo che alcuni parlamentari o rappresentanti politici avrebbero mostrato sostegno verso detenuti palestinesi condannati per attentati terroristici contro israeliani.
Il passaggio è diventato uno dei più duri della serata. Mohamsson ha accusato la sinistra di avere inviato, nella sua formulazione, «lettere d’amore ad Hamas» e di avere contribuito a diffondere paura nelle strade.
Qui il terreno della solidarietà alla minoranza ebraica si è sovrapposto a quello della battaglia elettorale.
La Svezia andrà alle urne domenica 13 settembre per eleggere il Riksdag e i consigli regionali e comunali. Dal 26 agosto comincia anche il voto anticipato nel Paese.
Per i Liberali di Mohamsson, dunque, la questione dell’antisemitismo non è soltanto un tema etico o di ordine pubblico: è anche parte dello scontro politico che precede il voto.
La polemica si è quindi trasformata in qualcosa di più profondo: la possibilità stessa di distinguere tra ebraismo, Israele, sionismo e politica del governo israeliano.
È una distinzione che in Europa, dopo il 7 ottobre, si è fatta sempre più difficile.
«Ma io sono palestinese»
Il punto forse più interessante della vicenda è che Mohamsson non ha cercato di cancellare la propria origine.
Al contrario, l’ha utilizzata come parte della sua argomentazione. Il messaggio è: proprio perché provengo da una famiglia palestinese e libanese, voglio dimostrare che la solidarietà verso gli ebrei non è incompatibile con la vicinanza al popolo palestinese.
È una posizione che rompe uno schema sempre più diffuso nel dibattito pubblico: quello secondo cui ogni presa di posizione a favore degli ebrei sarebbe necessariamente una presa di posizione a favore di Israele, mentre ogni critica alla politica israeliana dovrebbe essere letta come ostilità verso gli ebrei.
La reazione dopo le esternazioni della ministra non si è fatta attendere.
Da una parte sono arrivati messaggi di solidarietà. Dall’altra, soprattutto sui social, un’ondata di insulti e accuse. Il caso è stato ripreso dalla stampa israeliana e internazionale. Il Times of Israel ha raccontato la vicenda sottolineando proprio il paradosso di una ministra di origine palestinese che sceglie di portare al collo il simbolo ebraico in un momento di forte tensione politica.
Ancora più significativo è ciò che è accaduto dopo: secondo la Svenska kommittén mot antisemitism, il Comitato svedese contro l’antisemitismo, alcune delle reazioni online hanno trasformato la Stella di David in una sorta di prova di fedeltà a Israele. Chi la indossava veniva accusata di tradire le proprie origini palestinesi o di sostenere automaticamente le azioni del governo israeliano a Gaza.
Il livello della reazione ha però superato il normale conflitto politico.
Dopo la comparsa in televisione, Mohamsson è stata bersagliata da insulti e minacce sui social. In un caso particolarmente controverso, una persona collegata al lavoro del Comune di Malmö sull’islamofobia avrebbe pubblicato un commento contro la ministra, arrivando a utilizzare un’espressione che evocava il rogo. Mohamsson ha successivamente presentato una denuncia alla polizia, secondo quanto riferito dalla stampa svedese.
Il caso ha aperto un secondo fronte: quello dell’accusa secondo cui il gesto di Mohamsson sarebbe una forma di «strumentalizzazione» dell’antisemitismo nella campagna elettorale.



