Iran

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L’attacco, isterico e volgare, ma non per questo meno insidioso, che il nuovo regime iraniano muove al diritto di esistere dello Stato di Israele costituisce per tutti noi, prima ancora che una minaccia, un’occasione importante.
L’Iran non scherza: sfoglia la margherita del dilemma di un attacco nucleare. E una nuova volta siamo chiamati a prendere posizione, a riflettere sul posto che vogliamo occupare nelle società progredite dove viviamo e cui offriamo il nostro contributo.
Come ha spiegato con ammirabile chiarezza il presidente della Commissione esteri della Knesset, il parlamento israeliano, Yuval Stheinitz, in un’intervista rilasciata al quotidiano l’Unità, anche in questo caso il problema non è tanto quello di definire i propri avversari, di opporsi alla loro barbarie. Ma quello di chiarire che la minaccia sollevata dai deliri di Teheran solo in apparenza è diretta contro lo Stato di Israele o circoscritta agli ebrei in generale. In realtà si tratta di un attacco al mondo libero nel suo complesso e ai valori della convivenza e della giustizia che ne consentono l’esistenza.
Se una nuova volta gli ebrei e lo Stato ebraico si trovano in prima fila, questo non giustifica la tentazione di abbandonarsi a un vittimismo che corre il rischio di restare fine a se stesso.
Il nostro compito, di conseguenza, non può limitarsi a correre in testa alle dimostrazioni di solidarietà che il mondo civile e quello politico organizzano per sostenere il diritto di Israele ad esistere.
“Il regime iraniano – ha affermato l’uomo politico israeliano – è una minaccia per il mondo libero e non solo per Israele. Ed è il mondo libero che deve agire per isolare gli oltranzisti che oggi guidano l’Iran. Esistono le sanzioni economiche, esiste il congelamento o la rottura delle relazioni diplomatiche. Gli strumenti ci sono, quello che occorre è la volontà politica di attivarli. Una cosa però è certa: Israele non si farà cogliere impreparato dalla minaccia iraniana di un nuovo Olocausto”.
Occasioni come la dimostrazione di Roma sotto le finestre dell’ambasciata iraniana sono infatti importanti proprio perché riescono a risvegliare la coscienza e la reattività di una società civile per troppo tempo addormentata. Sono importanti per la presa di coscienza e le nuove alleanze al di là dei vecchi schieramenti che riescono a suscitare prima ancora che per la solidarietà nei confronti di Israele che vogliono esprimere.
E l’adesione, a destra e a sinistra, di tutto il mondo politico italiano ancora intenzionato a difendere i valori delle democrazie evolute è confortante proprio perché dovrebbe assicurare che al di là degli slogan e delle parole dall’Italia verranno fatti. Chiunque sarà a governarla nei prossimi mesi e nei prossimi anni.
Ma considerare la manifestazione romana un punto d’arrivo e non un’importante occasione di partenza per far crescere una nuova logica di difesa dei valori che gli ebrei condividono con tutta la società civile sarebbe un errore.
Consolarsi degli slogan forti e nobili sarebbe troppo poco.
Il recente intervento milanese di Jonathan Bassi l’israeliano di origine italiana che ha coordinato con determinazione l’abbandono della striscia di Gaza superando con coraggio le lacerazioni di una scelta terribilmente difficile, aiuta a comprendere meglio. Israele deve essere pronta a difendersi e contemporaneamente a farsi carico dei problemi che ogni democrazia alla ricerca della pace non può sfuggire.
Le democrazie, come insegna la lezione israeliana, di fronte alle minacce reali non sanno che farsene degli slogan, non possono accontentarsi delle parole. Devono pagare il prezzo delle loro idee o rassegnarsi a naufragare nelle chiacchiere inconcludenti. Devono praticare la giustizia che proclamano là dove ogni oppressione rischia di prendere il sopravvento. Da qualunque parte provenga e contro chiunque sia diretta. E devono passare ai fatti. Reagendo con forza e determinazione. Perché gli ebrei, e in questo caso la sicurezza dello Stato di Israele, non costituiscono solo il bersaglio di un’ennesima infamia, ma anche il certificato di garanzia, il campanello d’allarme, che lo spazio comune di libertà e di benessere conquistato al termine della guerra ha a disposizione per tutelarsi.

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