BRUXELLES- dalla nostra inviata Ilaria Myr
Molto interessanti sono stati, in particolare, le tavole rotonde a cui hanno partecipato diversi esponenti delle comunità ebraiche europee, che durante alcune tavole rotonde hanno raccontato la vita degli ebrei nel loro Paese. In generale, nonostante le difficoltà vissute, è emersa la volontà di reagire e continuare a vivere con orgoglio e dignità il proprio ebraismo.
(Nella foto da sinistra Marc Levy, Sidney Bialystock, Richard Muhlrad, Estrella Bengio, Orli Degani. Foto: Daniel Rachamim, EJA)
Durante la due giorni della European Jewish Conference, organizzata dalla European Jewish Association il 15 e 16 aprile, molti sono stati i momenti di confornto fra i partecipanti.
Molto interessanti sono stati, in particolare, le tavole rotonde a cui hanno partecipato diversi esponenti delle comunità ebraiche europee, che durante alcune tavole rotonde hanno raccontato la vita degli ebrei nel loro Paese. In generale, nonostante le difficoltà vissute, è emersa la volontà di reagire e continuare a vivere con orgoglio e dignità il proprio ebraismo.
Francia, un antisemitismo ormai quotidiano

Della situazione in Francia hanno parlato Shannon Seban, Direttrice esecutiva per gli Affari europei, CAM e Olivier Samuel, Consistoire Israélite du Bas-Rhin.
«In Francia si ha chiaramente la sensazione che l’antisemitismo sia radicato nella vita quotidiana, come del resto in tutta Europa, e che sia diventato sempre più normalizzato – ha dichiarato Shannon Seban -. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno francese, nel 2025 in Francia sono stati registrati 1.320 episodi antisemiti. Si tratta di più di tre episodi antisemiti al giorno. Un aspetto particolarmente allarmante di questa realtà è che una parte significativa di questi episodi si verifica in contesti educativi, comprese le scuole medie e le università. Ciò significa che l’antisemitismo sta raggiungendo le giovani generazioni».
«La nostra priorità come leader ebrei deve essere la vita ebraica, la vita ebraica, la vita ebraica – ha aggiunto Olivier Samuel -. Abbiamo deluso i nostri studenti. Sono loro che sono stati veramente abbandonati, e dobbiamo fare molto di più per sostenere la loro identità ebraica e il loro futuro. Abbiamo bisogno di più centri ebraici, più scuole ebraiche e infrastrutture comunitarie più solide. Siamo così concentrati sulla protezione che dobbiamo anche riaprire le nostre menti alla costruzione del futuro.”
Germania, una linea rossa da non superare

Sicuramente molto diversa è la situazione in Germania dove dal 2018 esiste un Commissione federale governativa per combattere l’antisemitismo e dal 2022 esiste una strategia nazionale. Interessanti sono i progetti avviati in Baviera dopo il 7 ottobre. «In Germania c’è una linea rossa che non si può superare – ha dichiarato Philip Stricharz della Comunità ebraica di Amburgo –. Non si può manifestare per l’Intifada e la distruzione di Israele perché si riconosce che odiare Israele è una forma con antisemitismo».
Esistono comunque molti progetti e iniziative per sviluppare conoscenza sulla situazione degli ebrei. «In Baviera abbiamo avviato un’iniziativa per documentare cosa succede nella nostra città e regione, creando nelle istituzioni molta più consapevolezza di cosa succede agli ebrei – ha spiegato Inna Volovik di Norimberga -. Per creare maggiore conoscenza sul 7 ottobre, poi, abbiamo realizzato delle cartoline con 7 domande sul 7 ottobre, destinate a studenti, insegnanti, istituzioni, polizia, ecc.. Lo abbiamo fatto in 7 lingue ma chiunque voglia diffonderle nel proprio Paese può contattarci».
Tante situazioni diverse

Della situazione nei Paesi Bassi ha parlato Sidney Bialystock, presidente della comunità ebraica di Amsterdam. “Stiamo attenti a quello che succede ma siamo ebrei orgogliosi. Sono convinto che avremo indietro la nostra vita e che il governo olandese e di Amsterdam ci aiuteranno a raggiungere».
Ottimista è anche Marc Levy, della comunità di Manchester, colpita a ottobre da un attentato in cui sono rimaste uccise due persone: suo padre è stato colui che ha collocato la porta della sinagoga, limitando l’attacco. «Vogliamo che questo attacco non ci definisca come comunità – ha dichiarato -, dobbiamo essere presenti, non dobbiamo lasciare gli spazi pubblici altrimenti verranno occupati dagli estremisti».
Non facile anche la condizione degli ebrei in Svezia, che conta 4500 membri in totale. «Quasi ogni shabbat c’è manifestazione palestinese contro Israele e questo è certo un problema per noi. – ha dichiarato Richard Muhlrad, presidente della comunità ebraica di Stoccolma -. Il nostro futuro è essere uniti fra noi». Anche in Irlanda, dove sono rimasti pochi ebrei, le condizioni non sono certo facili. «Non c’è alcun sostegno concreto da parte delle autorità alla picciola comunità, che sta vivendo livelli di antisemitismo mai vissuti prima – ha spiegato Orli Degani, israeliana trapiantata da anni nel paese, che lavora proprio nel combattere l’antisemitismo -. Dobbiamo quindi creare awareness su entrambi i fronti, interno ed esterno».
Molto diverso il quadro degli ebrei a Madrid, come ha spiegato la presidente della Comunità Estrella Bengio. «Abbiamo il privilegio di avere un presidente della regione e un sindaco che sostengono molto la comunità – ha spiegato -, tanto che abbiamo ricevuto una medaglia d’oro nel 2024. Mentre nella città di Alcobertas è stato realizzato un memoriale per il 7 ottobre».
Il futuro è dei giovani

Molto interessante, infine, il panel con i giovani ebrei di alcuni Paesi europei – Svizzera, Belgio, Norvegia, Paesi Bassi – che hanno illustrato i numerosi progetti sviluppati per creare conoscenza e allo stesso tempo aggregazione fra i giovani delle loro comunità. Perché è solo stando insieme e unendo le forze che si affrontano le difficoltà.
Noa Kalisz, prresidente dell’Unione degli studenti ebrei del Belgio (UEJB ha spiegato come “oggi è difficile dire di essere ebrei nei campus universitari. Di recente Francesca Albanese è stata ospite alla ULB a Bruxelles, mentre ad Anversa tre atenei belgi (UAntwerpen, UGent e VUB) hanno unito le forze per conferirle il dottorato ad honorem. Ma noi mostriamo che non ci arrendiamo e che continuiamo a lottare, organizzando delle conferenze nei campus, realizzando dei poste in cui denunciamo l’antisemitismo di personaggi come la Albanaese, accompagniamo gli studenti ebrei, e parliamo con le istituzioni accademiche: certo, non sono davvero nostri amici… ma almeno ci ascoltano. Cerchiamo insomma di essere un gruppo attivo».
Difficile è anche la situazione dei giovani ebrei nei Paesi Bassi. Come ha spiegato Achira Beek della DUJS: «Le università sono i luoghi on cui l’antisemitismo è più visibile. Per sentirci uniti cerchiamo di organizzare attività per gli studenti ebrei, che possono così passare del tempo insieme ed essere se stessi, e soprattutto non sentirsi soli. Perché quando ci si unisce intorno alla stessa identità, ci si sente più forti e determinati nel volere reagire».
Un’esperienza un po’ diversa è quella dei giovani ebrei norvegesi, che hanno ricostituito un’associazione, la JUF, il 13 ottobre 2023.
«La nostra è una delle più piccole comunità in Europa, circa 2000 persone – ha raccontato Maja Haaland -. È un periodo in cui è difficile essere ebrei, ma non ci arrendiamo. In Norvegia c’è un piano nazionale contor l’antisemitismo, e abbiamo un programma finanziato dal governo per fare conoscere ebraismo e contro l’antisemitismo».
In Svizzera, ha spiegato Elior Papiernik dell’Unione dei giovani ebrei svizzeri (SUJS) «l’antisemitismo c’è, anche se non è espresso come in altri Paesi, ma comunque non eravamo abituati. L’Unione è stata creata nel 1948 per organizzare eventi e attività, ma solo negli ultimi tempi ha cominciato a organizzare iniziative di stampo più politico, fornendo agli studenti ebrei strumenti per muoversi in università».
Tutti, nelle loro diversità chiedono più spazio e attività all’interno delle istituzioni accademiche, per farsi conoscere agli altri giovani, incoraggiando anche le istituzioni a informare sulle feste e la cultura ebraica. Ma soprattutto, chiedono agli ateneidi dare delle chiare linee guida sui comportamenti discriminatori proibiti all’interno delle loro mura.



