Durban, 25 anni dopo: la memoria contesa della conferenza ONU contro il razzismo

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di Anna Balestrieri
Il 28 settembre le Nazioni Unite torneranno a celebrare a New York la Dichiarazione e il Programma d’azione di Durban, adottati nel 2001. Una ricorrenza che per l’ONU rappresenta un’occasione per rilanciare la lotta globale contro razzismo, discriminazione e xenofobia, ma che per Israele e numerose organizzazioni ebraiche riapre una ferita legata agli episodi di antisemitismo verificatisi durante la conferenza originaria.

 

L’appuntamento è fissato per lunedì 28 settembre, nel pieno della settimana dell’Assemblea generale dell’ONU. Si tratterà di una riunione ad alto livello dedicata al 25° anniversario dell’adozione della Durban Declaration and Programme of Action, il documento che le Nazioni Unite continuano a definire un quadro di riferimento globale nella lotta contro il razzismo.

La scelta di commemorare proprio Durban, tuttavia, porta con sé una memoria profondamente controversa: quella della conferenza del 2001, durante la quale il dibattito sull’uguaglianza razziale fu accompagnato da una forte campagna contro Israele e da episodi apertamente antisemiti.

Che cosa accadde nel 2001

La Conferenza mondiale contro il razzismo si svolse a Durban, in Sudafrica, nell’agosto-settembre del 2001. Accanto alla conferenza intergovernativa si tenne un grande Forum delle organizzazioni non governative.

Fu soprattutto quest’ultimo a trasformarsi nel centro delle polemiche. Secondo le cronache dell’epoca della Jewish Telegraphic Agency, nel Forum furono distribuiti i Protocolli dei Savi di Sion, il celebre falso antisemita, mentre circolarono materiale e immagini che richiamavano Adolf Hitler e slogan contro gli ebrei. In una manifestazione fu esposto anche un cartello con la frase «Hitler should have finished the job».

Il problema non fu quindi soltanto il confronto politico sulle responsabilità di Israele nel conflitto israelo-palestinese: a Durban comparvero anche simboli, stereotipi e linguaggi appartenenti alla tradizione dell’antisemitismo europeo.

Due Durban diverse

È però importante distinguere il Forum delle ONG dal documento ufficiale adottato dagli Stati. La dichiarazione intergovernativa ebbe infatti un tono differente rispetto agli episodi verificatisi nel Forum parallelo.

La Dichiarazione di Durban affrontava numerose forme di razzismo e discriminazione e includeva riferimenti alla situazione dei palestinesi e al loro diritto all’autodeterminazione. La controversia nasce anche dal fatto che Israele veniva esplicitamente chiamato in causa all’interno di un documento dedicato alla lotta globale contro il razzismo.

Questa distinzione è diventata essenziale nel dibattito degli anni successivi: per i sostenitori del processo di Durban, il documento costituisce uno strumento internazionale contro la discriminazione; per i suoi critici, la storia della conferenza dimostra invece come quel processo sia stato utilizzato anche per trasformare Israele in un caso emblematico di razzismo.

La posizione dell’ONU oggi

A 25 anni di distanza, l’ONU presenta la Dichiarazione di Durban soprattutto come uno strumento internazionale contro il razzismo. Nelle proprie comunicazioni ufficiali sulla commemorazione del 2026, le Nazioni Unite sottolineano il carattere universale della lotta contro razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza.

Il documento politico destinato alla commemorazione è stato trasmesso dagli uffici dell’Assemblea generale il 4 settembre, dopo mesi di consultazioni tra gli Stati membri.

La narrazione istituzionale, dunque, guarda soprattutto alla continuità del programma antirazzista. È proprio questa rimozione della vicenda del 2001, secondo i critici, a rendere problematica la scelta del verbo “commemorare”.

Israele e Stati Uniti: la richiesta di non partecipare

La delegazione israeliana alle Nazioni Unite ha contestato la celebrazione, sostenendo che non sia possibile separare l’eredità istituzionale di Durban dagli episodi antisemiti verificatisi nel 2001.

Anche gli Stati Uniti hanno mantenuto una posizione fortemente critica nei confronti dell’iniziativa. Il tema della partecipazione americana si inserisce inoltre in una lunga storia di distanza da questo processo ONU.

La contrapposizione è quindi tra due letture della stessa eredità: da una parte Durban come tappa della costruzione di un’agenda internazionale contro il razzismo; dall’altra Durban come luogo in cui l’antisemitismo è entrato nel linguaggio di una mobilitazione internazionale contro Israele.

Una frattura che dura da 25 anni

La questione non è nuova. L’ONU ha già organizzato commemorazioni legate a Durban nel 2009, nel 2011 e nel 2021. In occasione del ventesimo anniversario, nel 2021, numerosi Paesi decisero di non partecipare, fra cui l‘Italia.

Il ritorno della questione nel 2026 mostra dunque quanto sia difficile separare il significato normativo della Dichiarazione dalla memoria politica della conferenza che la produsse.

Durban è diventata così qualcosa di più di una conferenza del 2001: è diventata un termine di riferimento nel conflitto internazionale sulla definizione stessa dei confini tra antirazzismo, antisionismo e antisemitismo.

La domanda lasciata aperta

La commemorazione del 28 settembre non cancellerà le interpretazioni contrapposte della conferenza originaria. Al contrario, le riporterà al centro dell’attenzione internazionale.

Da un lato resta l’obiettivo dichiarato dall’ONU: combattere le discriminazioni razziali attraverso un programma globale. Dall’altro rimane la domanda sollevata dai critici di Durban: come può un’istituzione internazionale celebrare un’eredità senza confrontarsi apertamente anche con gli episodi di antisemitismo che ne hanno segnato l’origine?

È questa la contraddizione che accompagnerà la riunione di New York: non soltanto una commemorazione del passato, ma una disputa sul significato che quel passato deve avere nel presente.