“Questa piazza non ci vuole, non è più casa nostra”: testimonianze da un 25 aprile molto amaro

Italia

di Redazione
“È stato davvero umiliante, mi aspettavo sarebbe stato difficile ma non mi immaginavo così – racconta il padre di uno dei ragazzi che ha partecipato al corteo -, mi faccio domande sul futuro e sul senso di questa manifestazione a cui non dovremmo più partecipare. I ragazzi vogliono sentirisi come gli altri come è giusto che sia ma oggi hanno capito che non sono come gli altri. Fa male a noi e a loro. Oggi ha perso un’altra volta la democrazia”.

Un 25 aprile che non si dimentica. Un 25 aprile amaro. E non per le ragioni che dovrebbero appartenere a questa data. Non per la memoria condivisa, non per la liberazione dal nazifascismo, ma per una frattura improvvisa, violenta, quasi irreale che ha attraversato le piazze italiane da Milano a Roma, da Bologna a Perugia.

È stato un giorno in cui bandiere sono diventate bersagli.

È stato un giorno in cui cortei nati per celebrare la libertà si sono trasformati in spazi di esclusione, dove l’appartenenza – o anche solo un simbolo – poteva bastare per essere circondati, insultati, respinti.

Ma il punto di rottura, quello che resterà inciso come una ferita difficile da rimarginare, si è consumato a Milano. Qui la Brigata Ebraica – presenza storica delle celebrazioni della Liberazione – insieme a dissidenti iraniani e ucraini, a una delegazione di giovani di Forza Italia e ai ragazzi di Hashomer Hatzair, è stata accolta da fischi, urla e slogan ostili. Accerchiato il suo spezzone, il gruppo è stato bloccato e infine costretto ad abbandonare il corteo sotto scorta delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa insieme ai City Angels.

Tra le frasi gridate, «Viva Hitler»; «Fuori i sionisti dal corteo». Ma una in particolare ha attraversato la piazza come una lama: «Siete saponette mancate». Una frase che non è solo un insulto. È memoria rovesciata, è storia trasformata in arma, è il segno di qualcosa che va oltre la tensione politica e tocca un nervo profondo, inquietante.

Nel caos di Milano, insieme alla Brigata Ebraica sfilavano anche gruppi di dissidenti iraniani e attivisti legati ad altre cause internazionali, tra cui quella ucraina. Bandiere contestate, in alcuni casi strappate, accompagnate da insulti e minacce: il segno di un corteo sempre più attraversato da fratture globali che finiscono per riversarsi, con forza, nelle piazze italiane.

E mentre in diverse città si registravano contestazioni e scontri, il filo che unisce questi episodi è uno solo: la difficoltà, sempre più evidente, di riconoscere nell’altro – anche quando porta un simbolo scomodo– il diritto di stare dentro una giornata che dovrebbe appartenere a tutti.

Da qui partono le testimonianze.
Di chi era lì.
Di chi ha visto, sentito, subito.
E ancora oggi fatica a credere che tutto questo sia davvero accaduto.

Durissime le parole di Walker Meghnagi, soprattutto contro l’Anpi, accusata dal presidente CEM di aver «incitato all’antisemitismo» con dichiarazioni ambigue nei giorni precedenti e di non aver protetto a sufficienza la delegazione: «Quello che è successo è gravissimo: non è semplice contestazione politica, ma una vera e propria istigazione all’antisemitismo. Quando si arriva a cacciare degli ebrei da un corteo del 25 aprile si è superato ogni limite» (ANSA)

“I nostri ragazzi vogliono essere come gli altri, ma oggi hanno capito che non lo sono”

Molto eloquente e dura è la testimonianza di R., padre di un ragazzo del movimento giovanile sionista socialista scoutista Hashomer Hatzair, andato lì per accompagnare il figlio. “Bisogna proteggere questi ragazzi che oggi hanno avuto uno bello schiaffo in faccia – ci racconta con amarezza, ancora scioccato per quello che dovuto vedere e sentire- . La realtà è che questa piazza non ci vuole, non è più casa nostra, e mentre negli anni scorsi c’era almeno qualche applauso  quando passavamo, quest’anno abbiamo sentito solo insulti, fischi, solo cori contro di noi come “fuori i sionisti dal corteo”. Ho anche sentito gente che diceva alla poilizia che non dovevano difendere noi, ma loro: persone che si definiscono di sinistra pseudo-democratiche ma che agivano da facsisti. Proteggerli da chi? Da ragazzini  16-18enni che volevano portare avanti la loro idea?! UNo si è avvicinato ai City Angels e ha detto  a uno di loro “tu proteggi il Mossad”, c’era gente che ci chiedeva “da chi siete pagati”, e quando i ragazzi facevano cori di sinistra la gente li guardava male e diceva loro “dovete cantare faccetta nera, non canzoni che non vi appartengono”. E poi persone che dicevano che “la Brigata Ebraica non deve essere qui perché non ha fatto niente per la Resistenza”.

“È stato davvero umiliante, mi aspettavo sarebbe stato difficile ma non mi immaginavo così – continua -, mi faccio domande sul futuro e sul senso di questa manifestazione a cui non dovremmo più partecipare. I ragazzi vogliono sentirisi come gli altri come è giusto che sia ma oggi hanno capito che non sono come gli altri. Fa male a noi e a loro. Oggi ha perso un’altra volta la democrazia”.

“Il 25 aprile è anche mio”

Qui lalettera scritta da Jospeh Jona Falco, ex ragazzo dell’Hashomer Hatzair, letta durante la manifestazione organizzata domenica mattina al Milan War Cemetery dalla Comunità Ebraica di Milano.

Per la prima volta piango il 25 Aprile.

Soffro perché il mondo continua ad andare in una direzione sempre più buia, spaventosa e inaccettabile.
Soffro perché sono distante dall’Italia, lontano dalla mia Milano, lontano da quel corteo e da quella piazza di cui faccio parte da quando sono nato.
Ma soprattutto soffro e piango per quello che sta accadendo in questi minuti a Milano.

Il mio movimento giovanile, Hashomer Hatzair, ha dovuto ritirarsi e andarsene dal corteo per la prima volta.
Un movimento socialista ebraico, antifascista, che ha guidato la rivolta del ghetto di Varsavia contro i nazisti nell’Aprile 1943. Un movimento che si batte da sempre per l’uguaglianza e la libertà delle persone e dei popoli.

E oggi, il 25 Aprile 2026, ha dovuto arrendersi di fronte all’odio, all’ignoranza e agli insulti antisemiti.

Non accetto che la memoria venga presa in ostaggio.
Il 25 Aprile non è vostro.

Il 25 Aprile è anche mio.
È di mio bisnonno partigiano e di tutti i partigiani e le partigiane che hanno saputo scegliere da che parte stare.
È dei miei nonni perseguitati in quanto ebrei dai fascisti e dai nazisti.
È di chi ha lottato, resistito, sofferto o è morto per la nostra libertà.
È di chi ancora oggi crede nei valori antifascisti.
È delle forze alleate e della Brigata Ebraica che hanno contribuito a sconfiggere il nazifascismo nel nostro paese.

Scrivo con le lacrime agli occhi. Mi distrugge vedere che, a 81 anni di distanza, proprio nel corteo in cui si celebra la liberazione italiana dal nazifascismo si possa cacciare così chi porta avanti questa memoria.

Sono profondamente antifascista. Lo sono per storia, per educazione, per scelta.
E nessuno può permettersi di cacciarmi dal 25 Aprile.

Perché il 25 Aprile è anche mio. Lo sarà sempre.