Israele, rinasce la Valle delle Sorgenti: dagli stagni abbandonati una centrale solare da 500 MW

Personaggi e Storie

di Marina Gersony
Nel nord di Israele un grande progetto trasforma gli stagni ittici dismessi della Valle di Beit She’an in un impianto fotovoltaico da 500 megawatt, affiancato dal recupero ecologico di parte del territorio lungo una rotta migratoria globale. L’iniziativa introduce anche un modello di redistribuzione economica tra kibbutz, moshav e la città di Beit She’an, con la condivisione dei ricavi per ridurre le disuguaglianze locali. Sostenuto da istituzioni e ambientalisti, il progetto unisce energia, sostenibilità e coesione sociale. (Foto: Wikipedia)

«È un piacere leggere qualcosa di positivo e non legato alla guerra. Questo progetto è davvero affascinante e auguro loro ogni successo!». E ancora: «Esattamente quello che pensavo anch’io! Prego che tutti possano collaborare e far sì che questo si realizzi. È giunto il momento». E ancora: «Straordinaria tenacia e flessibilità nel raggiungere un accordo vantaggioso per tutte le parti coinvolte».

Sono alcuni dei commenti che accompagnano l’articolo del Times of Israel a firma di Aviv Lavie, che racconta una vicenda sorprendente e controcorrente: un progetto nel nord di Israele destinato a produrre energia pulita, ripristinare habitat naturali e condividere i profitti tra kibbutz locali e la città di Beit She’an.

Una storia che si allontana dalle traiettorie abituali della cronaca israeliana, per lo più dominate da conflitti e tensioni, e che invece mette al centro cooperazione, energia e trasformazione del territorio. Un’iniziativa che punta a generare benefici ambientali, economici e sociali capaci di andare oltre i confini locali.

Nel cuore della Valle delle Sorgenti

Siamo nel nord di Israele, nella valle di Beit She’an, oggi conosciuta come Emek HaMaayanot, la “Valle delle Sorgenti”. Il nome non è casuale: dalle pendici orientali del Monte Gilboa il paesaggio si apre su una distesa ampia, rurale, sorprendentemente ricca di acqua. Anche quando la visibilità non è perfetta, lo sguardo incontra kibbutz, villaggi agricoli, campi coltivati e specchi d’acqua che punteggiano la valle come una rete.

Non è un caso che nel 2008 la regione abbia scelto di cambiare nome, passando da Valle di Beit She’an a Emek HaMaayanot. Una scelta identitaria, quasi narrativa: sostituire un riferimento percepito come periferico con un’immagine legata alla ricchezza naturale. Eppure, con un’ironia tipicamente storica, proprio la città di Beit She’an – a lungo considerata marginale – oggi è parte integrante di un progetto destinato a ridisegnare l’intera area.

Quando l’acqua era ricchezza

Gran parte dell’acqua visibile non è naturale. Si tratta di stagni artificiali costruiti per l’allevamento ittico, un settore che qui ha avuto un peso enorme: circa l’85% dell’industria ittica israeliana si è sviluppata proprio in questa valle. Per decenni, questi bacini hanno rappresentato un pilastro economico, modellando territorio e comunità.

Poi, però, il sistema ha iniziato a scricchiolare.

Il declino degli stagni

Il cambiamento climatico ha reso le condizioni sempre più difficili: temperature elevate, evaporazione intensa, costi crescenti. A questo si è aggiunta una riforma nazionale del sistema idrico che ha uniformato i prezzi dell’acqua in tutto il Paese. «Ma questo è il luogo più caldo di Israele», spiega Itamar Matiash, presidente del consiglio regionale. «Qui i costi dell’acqua e dell’evaporazione rendono tutto molto più difficile rispetto ad altre zone».

Il risultato è stato progressivo e inevitabile: migliaia di ettari di stagni sono stati abbandonati. Bacini vuoti, terreni impregnati di sali e sostanze chimiche, non più adatti all’agricoltura. «Non sono riutilizzabili», sottolinea Matiash. In alcuni casi, il degrado è arrivato a livelli estremi: «Vicino al kibbutz Mesilot uno stagno ha preso fuoco perché era diventato una discarica».

Per anni questi spazi sono rimasti sospesi, come ferite aperte nel paesaggio. Inutilizzati, degradati, ma ancora fisicamente presenti. Una forma di vuoto produttivo che chiedeva una soluzione.

La svolta arriva con un’idea che cambia prospettiva: trasformare gli stagni abbandonati in infrastrutture energetiche.

Dalle rovine all’energia: nasce “Tapuz”

Nasce così “Tapuz”, acronimo ebraico di “Società fotovoltaica regionale”. Il progetto, dal valore di circa 1,5 miliardi di shekel (circa 500 milioni di dollari), prevede la copertura di circa 1.000 acri di stagni dismessi con pannelli solari. L’obiettivo è produrre circa 500 megawatt di energia pulita, equivalente a quella di una grande centrale elettrica israeliana. Ma il progetto non si limita all’energia.

Altri 500 acri saranno destinati alla rinaturalizzazione. L’idea è riportare parte del territorio al suo stato originario, prima della costruzione degli stagni. Un elemento particolarmente significativo se si considera che queste aree erano un tempo zone umide naturali, poi trasformate per l’uso agricolo.

Una valle che torna a vivere

La valle si trova lungo la Rift Valley siro-africana, una delle più importanti rotte migratorie del pianeta. Milioni di uccelli attraversano questa zona due volte l’anno, tra Europa, Asia e Africa. «Quando ci siamo resi conto che gli stagni sarebbero scomparsi», spiegano gli ambientalisti coinvolti, «la preoccupazione era perdere anche gli habitat che, nel tempo, si erano comunque creati».

Il compromesso raggiunto è complesso ma innovativo: una parte diventa energia, una parte torna natura. «La natura ripristinata sosterrà milioni di uccelli migratori», spiegano gli esperti. «È un modello che può davvero cambiare il modo in cui si pensa lo sviluppo territoriale».

La parte più difficile? Non è stata tecnica

Il nodo centrale è sociale e storico. La valle porta con sé una lunga storia di disuguaglianze. I kibbutz, fondati nei primi anni dello Stato di Israele, hanno beneficiato di accesso privilegiato a terra e risorse. Le comunità successive, spesso composte da immigrati provenienti da Medio Oriente e Nord Africa, sono rimaste in posizioni più fragili. «È una ferita che esiste dalla nascita dello Stato», ammette Matiash.

Per anni, questa frattura ha impedito qualsiasi progetto condiviso. «Non tutti comunicavano, non tutti beneficiavano», ricorda.

La soluzione è arrivata con un approccio quasi contabile: la terra viene trattata come un insieme di “azioni”. I 4.000 dunam coinvolti (circa 988 – 1.000 acri), vengono redistribuiti tra le comunità, con criteri pensati per compensare gli squilibri storici. I moshav ricevono una quota maggiore rispetto ai kibbutz.

«Ogni moshav avrà circa un milione di shekel l’anno (334.000 dollari), ogni kibbutz circa 600.000 (200.665 dollari)», spiega Matiash. Un modello accettato da tutti, con l’impegno a non riaprire rivendicazioni precedenti.

Altro punto decisivo è il coinvolgimento di Beit She’an. Per anni ai margini dei benefici economici della valle, la città viene ora integrata pienamente: il 50% dei ricavi del progetto sarà destinato direttamente a lei. «Se Beit She’an non è forte, la valle non lo sarà», sintetizza Matiash.

Un passaggio cruciale, soprattutto in una regione segnata da tensioni sociali e simboliche, come quelle legate al torrente Asi e alle divisioni tra comunità.

Un equilibrio fragile ma possibile

Il progetto ha dovuto superare resistenze burocratiche e politiche, ma alla fine ha ottenuto un consenso raro: ministeri, autorità locali, enti di pianificazione e organizzazioni ambientaliste allineati.

E ora apre scenari nuovi. L’energia prodotta potrebbe attrarre data center e investimenti tecnologici. Le aree rinaturalizzate potrebbero rilanciare il turismo. La valle, oggi periferica, potrebbe diventare un nodo strategico.

Resta la questione del paesaggio.

«I pannelli saranno posizionati solo sul fondo degli stagni», spiega Matiash. «Dai lati non si vedranno. Dall’alto sembreranno acqua». Una soluzione tecnica che diventa anche estetica e simbolica. «Non permetterò che la Valle delle Sorgenti si trasformi in una valle di specchi».

E qui si chiude il cerchio. Non si tratta solo di energia, né solo di ambiente o economia. Si tratta di un equilibrio possibile tra memoria e futuro, tra paesaggio e tecnologia, tra comunità che per decenni si sono guardate da lontano.

In un mondo spesso raccontato attraverso fratture e crisi, questa storia mostra un’altra direzione possibile: quella in cui ciò che era stato abbandonato non viene cancellato, ma trasformato. E in cui il futuro, talvolta, nasce proprio dai luoghi che sembravano averlo perso.