David Meghnagi

L’odio per gli ebrei e Israele? Una psicopatologia

Italia

di Ester Moscati

La furia antisionista e antisemita delle piazze fa paura, è pervasiva e dilagante. Ma quella degli intellettuali fa male, infetta la società e getta le basi per un futuro terribile, per gli ebrei e per le democrazie. Intervista a David Meghnagi che dice: «Contrastare il fenomeno si può. E soprattutto si deve»

Siamo in uno dei salotti televisivi dell’intellighenzia di sinistra: La Confessione di Peter Gomez. L’ospite è una giornalista di rango, non una sprovveduta, certamente non un’ignorante. “Perché Israele è entrato a Gaza dopo il 7 ottobre? Per vendetta”. Migliaia di missili di Hamas, Iran, Hezbollah, Houti lanciati per mesi contro i civili israeliani spariscono dal quadro e resta solo quella parola: vendetta. La stessa che Mons. Ravasi, principe della Chiesa, usò all’indomani del 7 ottobre: tirò fuori il personaggio di Lamkh, della stirpe di Caino, simbolo della vendetta per eccellenza, nella trasmissione su La 7 di Massimo Gramellini. Come dice Rav Arbib, antisemitismo non è sinonimo di ignoranza: dai Padri della Chiesa a Kant, a Voltaire, da fini teologi a filosofi dell’etica e dei Lumi, l’odio e il disprezzo per gli ebrei sono impermeabili all’intelligenza e alla cultura. Trasversali e atemporali.

Oggi l’antisemitismo delle piazze fa paura, pervasivo e dilagante. Ma quello degli intellettuali fa male. Infiltra le Università e i Festival letterari. Viene scritto su libri che sono letti e studiati e che formeranno le generazioni future. Dove porterà tutto questo? Ne abbiamo parlato con David Meghnagi, autore di Freud, Jung, Sabina Spielrein e «la faccenda nazionale ebraica», membro della Società psicoanalitica italiana e della International Psychoanalytic Association, che insegna psicologia dinamica e psicologia clinica all’Università di Roma Tre dove ha ideato e diretto il primo Master in Europa per la didattica sulla storia e sulla memoria della Shoah.

La società occidentale è attraversata con particolare virulenza in questi ultimi due anni da pulsioni antisemite; anche il mondo della psicoanalisi è coinvolto sia dal punto di vista dei pazienti sia degli operatori. Che cosa ne pensa?

In una situazione “normale” ci si sarebbe aspettati che all’eccidio del 7 ottobre sarebbero seguite delle manifestazioni di aperta denuncia di un programma genocidario avente come scopo dichiarato la distruzione di un’intera nazione. È accaduto invece il contrario. Sono venute a galla nella cultura, nei media e nelle università pulsioni distruttive di odio antiebraico che si sono andate accumulando negli anni. Non è qui in discussione il diritto alla critica e al dissenso verso la politica israeliana. Il diritto al dissenso è il sale della democrazia e nella società israeliana, divisa come non mai, con una guerra su sette fronti, è ampiamente praticato. Il fatto di doverlo ogni volta ripetere, significa che qualcosa non funziona. Sono in discussione i luoghi comuni del pregiudizio che animano la scena del discorso, l’uso perverso delle immagini, le negazioni per omissioni e le arbitrarie ricostruzioni, e le figure retoriche del discorso con trasfigurazione delle vittime di ieri “nei carnefici” di oggi; la demonizzazione e la delegittimazione che fanno da sfondo ad un antisemitismo che ha riscoperto una falsa innocenza perduta declinandosi come “antirazzismo”, “anticolonialismo e “antisionismo”.

Il problema si è incubato dopo il 7 ottobre e l’esplosione dell’antisemitismo cui assistiamo è patologica. In un mondo relativamente normale o in un contesto diverso da quello che vediamo, ci sarebbe stata una reazione di solidarietà verso Israele e soprattutto una di ostilità verso chi ha organizzato e perpetrato l’eccidio. Invece, immediatamente dopo, prima ancora che scoppiasse la guerra, nelle Università americane ed europee c’è stata una esplosione di ostilità anti-israeliana e la prima azione del Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres è stata quella di derubricare la tragedia. Ha detto “non è avvenuta nel vuoto”. Quindi hanno utilizzato quella postura di razionalizzazione secondo cui le cose sono avvenute per un motivo. Accusando Israele di anni e decenni di occupazione, quella “reazione” viene definita come una reazione normale. L’aspetto psicotico e folle di questo modo di ragionare, di procedere, che ha coinvolto anche molti sociologi, psicologi, filosofi… è che non lo usano per gli ebrei. Perché se si applicasse questa categoria per gli ebrei, la reazione israeliana al 7 ottobre (e a decenni di attentati) sarebbe più che legittima in questa logica. E questo dimostra la perversità del modo di ragionare. Cioè, quando avviene un eccidio anti-israeliano, la reazione è “giustificazionista”: viene spiegato come conseguenza di azioni precedenti. Mentre quando sono gli ebrei a reagire, l’accusa è di altro tipo: “Come mai un popolo che ha sofferto così tanto tratta gli altri allo stesso modo in cui è stato trattato?” Come mai c’è questo modo opposto di procedere? Ho lavorato molto su questa questione, si manifesta da un lato una sorta di distorsione cognitiva; e anche un rapporto irrisolto con la storia degli ebrei e con l’ebraismo.

Possiamo tracciare una linea temporale per questa dinamica?

L’odio che dilaga è il frutto di una distorsione cognitiva con una lunga storia, che si è affermato per gradi e per fasi. L’accusa di genocidio e di “colonialismo” non è di oggi. A sinistra è stata ampiamente utilizzata dalla propaganda sovietica ed è stata parte integrante della campagna di demonizzazione di matrice panaraba, islamica e terzomondista cui è andato incontro Israele dopo la guerra del giugno 1967.

Negli anni Cinquanta e Sessanta l’esistenza di Israele era circondata in Occidente da una grande simpatia. L’immagine di un popolo rinato sulle sue ceneri aveva conquistato l’immaginario progressista. La nascita di Israele offriva una facile compensazione a sentimenti di colpa persecutori mai realmente elaborati. Il rovesciamento in negativo di una rappresentazione carica di ambiguità avvenne dopo la guerra araba israeliana del giugno 1967. Sullo sfondo della polarizzazione fra gli opposti schieramenti internazionali del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia, e l’ascesa del panarabismo e dei movimenti politici di ispirazione terzomondista, l’immagine di resilienza e di rinascita, che tanto aveva affascinato non pochi esponenti dei movimenti anticoloniali in Africa e in Asia, si rovesciò progressivamente nel suo opposto.

Poco importa che il dramma dei profughi palestinesi fosse stata la conseguenza diretta di una guerra scatenata dagli eserciti della Lega araba in nome di un rifiuto ontologico dell’esistenza stessa di Israele e che avrebbe trascinato con sé la fine di una presenza millenaria ebraica nel mondo arabo.

Nella deriva antisemita che coinvolse i regimi comunisti, la rivolta dei giovani polacchi e la primavera di Praga erano il frutto di “un complotto sionista” e “imperialista”. Israele non era la piccola nazione che rinasceva sulle sue ceneri, assediata da Stati autoritari che avrebbero voluto gettarne in mare la popolazione. Era la punta avanzata di un progetto neo-coloniale e imperialista contro l’intero mondo arabo e i popoli del terzo mondo. In questo clima avvelenato, nonostante il massacro degli atleti israeliani, le Olimpiadi di Monaco del 1972 non furono sospese. La valenza simbolica di una strage nella città in cui poco più di mezzo secolo prima, nel febbraio del 1920, aveva preso corpo il partito nazista fu largamente ignorata. Tre anni dopo l’Organizzazione per l’Unità africana, dove il regime sanguinario di Gheddafi si era largamente imposto insieme a personaggi come Amin Dadà, lo Stato di Israele fu equiparato al Sud Africa. Mentre l’Assemblea delle Nazioni Unite, equiparò il sionismo con il razzismo con una maggioranza di 72 voti contro 35 contrari e 32 astenuti.

 

Il cantautore Herbert Pagani

 

 

 

 

Gli accordi di pace con l’Egitto, sopraggiunti qualche anno dopo, rimasero una pace fredda, priva di ricadute nei rapporti quotidiani. Nella caricature dei giornali degli anni Ottanta e Novanta anche un simposio sul clima poteva essere l’occasione per rappresentare in forma di caricatura il fetore israeliano ed ebraico che inquinava il pianeta.

Quale fu in quel momento la reazione delle Democrazie?

La risoluzione del 1975 rappresentò una svolta devastante. In questa perversa logica non era più in discussione la politica di un governo, o la creazione delle condizioni politiche, culturali e religiose per un compromesso che salvaguardasse i diritti di tutti. Ma la intrinseca natura ebraica che lo delegittimava come tale. Lo scenario cambiò dopo il crollo dell’Unione sovietica, la guerra del Golfo e la Conferenza di Madrid. Per rendere possibile l’avvio di un processo di pace nella Regione, la risoluzione del 1975 fu annullata. Non era possibile procedere se un Paese essenziale negli accordi come Israele veniva demonizzato nella sua essenza culturale e identitaria. Votarono a favore 111 contro 25 contrari e 13 astenuti. Gli Stati che avevano votato la risoluzione del 1975 (in particolare quelli aderenti al blocco sovietico – che non esisteva più), votarono perché fosse annullata. Ma si trattò di un voto politico che non coinvolse una riflessione politica, religiosa e culturale sul significato e sulle conseguenze devastanti che aveva avuto lungo l’arco di due decenni.

Quindi è stato un atto di opportunismo geopolitico, ma non una scelta sentita e consapevole.

La falsa equazione simbolica istituita fra sionismo, razzismo e colonialismo, fu annullata, ma non si entrò nel merito delle conseguenze che aveva prodotto e non si aprì una discussione sulle conseguenze devastanti che aveva provocato e che con il fallimento degli accordi di Oslo sarebbero riemerse con violenza.

Quando si torna a demonizzare Israele?

Le immagini di ebrei e arabi che si abbracciano alla notizia della stretta di mano fra Rabin e Arafat alla presenza di Clinton, non sono un’invenzione. Fu una commovente eruzione dell’inconscio, fatta di sogni e di speranze segretamente coltivate e aspirazioni dolorosamente rimosse. Gli accordi poggiavano purtroppo su un terreno friabile. Un accordo funziona se l’esito nelle sue linee generali è chiaro ed evidente dagli inizi. Come fu per esempio con il viaggio di Sadat a Gerusalemme. L’Egitto accettava l’esistenza di Israele ottenendo in cambio i territori perduti dopo una guerra di cui era stato altamente responsabile. Gli israeliani rinunciavano ad un territorio che garantiva loro una profondità che prima non avevano, ottenendo in cambio il diritto di esistere come Stato e come nazione. La pace rimase fredda, ma rappresentò una conquista che cambiò lo scenario del Vicino Oriente. Non era così purtroppo per gli accordi di Oslo in cui le decisioni più importanti e decisive erano rimandate alla fase conclusiva. Con la crisi degli accordi e con il loro successivo fallimento, il sogno si trasformò in un incubo.

Come possiamo definire il momento attuale di questo processo?

La mancanza di empatia verso le vittime del 7 ottobre, la violenza nelle università e nelle piazze hanno rappresentato per gli ebrei un tragico risveglio: le paure più antiche rimosse e allontanate dall’idea che c’era almeno un luogo dove potessero rifugiarsi in caso di necessità, sono state violentemente infrante. Un trauma dentro il trauma che coinvolge l’intero popolo ebraico dentro e fuori Israele.

Come se ne esce?

L’ebraismo è sopravvissuto perché non ha mai rinunciato a immaginare un futuro possibile. Si riuscirà nell’impresa mantenendo viva la capacità di distinguere, creando alleanze bipartisan per rompere un isolamento asfissiante che mina la qualità stessa delle relazioni fra persone.

Il “nuovo” che avanza è un pericolo per tutti. L’islamizzazione dell’antisemitismo portata avanti dall’islam politico nei paesi islamici e nelle capitali europee, è un pericolo anche per i regimi arabi moderati e per i musulmani. Che si tratti del rifiuto “dell’imperialismo occidentale” di estrema sinistra o dell’angoscia della “sostituzione” nell’estrema destra; della vecchia teologia preconciliare del disprezzo in forme “nuove”, dell’accusa complottista della Fratellanza islamica, incorporata nello statuto di Hamas e della guerra teologica contro il “grande e il piccolo Satana”, siamo di fronte ad una pericolosa fuga dal pensiero. In una convergenza letale delle narrazioni di matrice comunista, terzomondista e postcoloniale con l’antisemitismo di matrice islamista, il conflitto in atto nel Vicino Oriente è diventato lo scenario proiettivo di ogni angoscia irrisolta. In nome di una malintesa “intersezionalità” fra realtà storiche e culturali distinte e in un quadro comune di rifiuto dell’“Occidente”, l’odio più antico ha pericolosamente riscoperto una falsa innocenza perduta.

Oggi tocca agli ebrei, domani potrebbe toccare ad altri. “Chi vive in un’isola” ripeteva spesso mia madre quando c’era una difficoltà “deve farsi amico il mare”. Israele vive accerchiata da un mare arabo e islamico che non l’ha mai pienamente accettata. Dovrà farsi amico il mare, non per compiacere i subdoli inviti di chi vorrebbe che in nome della “pace” gli israeliani si suicidassero come Stato e come nazione.

Dovrà farlo per il sogno che ha animato intere generazioni e per i suoi figli, perché i “nemici” di ieri diventino gli amici un domani. Nulla è dato per scontato, tanto più nei rapporti fra popoli e Stati. Ma è una ragione in più per non demordere. Arabi, israeliani e palestinesi sono popoli fratelli che dovranno apprendere come convivere. L’Europa e il mondo arabo, l’Occidente e l’Islam potranno veramente parlarsi se Israele, in sicurezza e in pace con il mondo arabo, sarà presente come testimone dei propri lutti e dei loro.

Quali altri fattori condizionano l’ostilità contro Israele e l’antisemitismo?

L’antisemitismo del passato rimuoveva la realtà di Auschwitz. La banalizzava o la derubricava. Era un antisemitismo di tipo razzista che persisteva malgrado Auschwitz. Per Faurisson le camera a gas erano una “menzogna”. Nella tesi di dottorato conseguita a Mosca dall’attuale leader dell’Autorità palestinese, Abu Mazen, si demonizza il sionismo e si riduce il numero dei morti ebrei nei Lager nazisti a un milione!

Nel nuovo antisemitismo non è necessario negare il numero dei morti ebrei. Si può fare a meno di questa menzogna. Basta reinterpretare e inscrivere la storia passata e presente in una logica che la stravolge. Credendo di poter “pareggiare” i conti, ci si libera da un fardello di colpa incolmabile che, non essendo mai stato realmente elaborato, può assumere forme persecutorie e ossessive.

UN CAMBIAMENTO CULTURALE

Falsamente e perversamente declinato come “antirazzismo”, “anticolonialismo” e “antisionismo”, l’odio più antico può essere agito senza il timore di essere ostracizzati.

Nella trasfigurazione delle vecchie accuse teologiche, le deliranti accuse di deicidio e di infanticidio lasciano il posto a quella più “laica” di “genocidio”. Come nell’antica teologia del disprezzo gli ebrei hanno una possibile via di uscita: possono liberarsi della loro presunta “colpa”, rompendo ogni rapporto di solidarietà con lo Stato degli ebrei: declinandosi come “antisionisti” e partecipando ad un cupio dissolvi etico e psicologico.

La deriva è tale che una associazione junghiana può rifiutare la sala a un convegno sul trauma per la presenza di colleghi israeliani.

Nella logica della teologia preconciliare, convertendosi l’ebreo poteva liberarsi di una “colpa ontologica” che in barba ad una religione incentrata sull’amore, si trasmetteva irrevocabilmente da una generazione all’altra condannando un intero popolo ad una condizione di paria.

Un antisemitismo che ha dunque radici complesse che vanno dalla teologia, alla storia, alla geopolitica…

Siamo in questa fase terribile e dobbiamo avere il coraggio di mostrare che tutto questo non avviene nel vuoto ma nell’ambito di una crisi geopolitica dei poteri. Poteri che vogliono non negare ma appropriarsi della Shoah. Si appropriano di Primo Levi e di tutti coloro che hanno scritto e riflettuto sulla Shoah, le loro parole vengono espropriate e distorte.

Tutto avviene in uno scenario folle dove i dati di realtà, e la complessità del reale, vengono completamente stravolti ed elusi. Siamo di fronte a uno scenario in cui l’elemento reale e virtuale si sovrappongono e si mescolano.

IL PENSIERO CRITICO E LA COMPLESSITÀ

Le associazioni accademiche psicologiche e professionali hanno largamente perso l’occasione per fare la differenza. Non parlo dei casi estremi o del venir meno in alcuni casi dei principi deontologici e della responsabilità verso i propri pazienti, agli insulti antisemiti che ho ricevuto da parte di un collega che insegna all’Università, o al rifiuto di una delle società junghiane di tenere un convegno sul trauma perché era prevista la presenza di colleghi ebrei provenienti da Israele. Se il problema fosse stato quello “dell’equilibrio”, come alcuni hanno poi ipocritamente affermato, nulla impediva di invitare anche dei colleghi musulmani o cristiani. La rettrice dell’Università di Haifa è cristiano maronita, tra i colleghi psicoanalisti israeliani oltre agli ebrei, ci sono anche cristiani e musulmani, alcuni dei quali hanno lavorato a Gaza. A Gerusalemme nel convegno sui traumi dei bambini in guerra organizzato quattro decenni fa dal Sigmund Freud Center della Hebrew University, erano presenti colleghi di ogni parte del mondo, senza distinzioni di fede e di appartenenza nazionale e religiosa. Se in Israele è possibile, nonostante una guerra che si trascina da un secolo, perché non dovrebbe esserlo in Italia e in Europa dove la guerra è per fortuna assente? Non parlo delle intimidazioni e delle aggressioni nelle università e nei cortei, del degrado di trasmissioni televisive che hanno scambiato l’intrattenimento con lo svilimento della funzione primaria dell’informazione. Parlo di una situazione più ampia e generale, legata alla riscoperta di una solitudine sommersa. Gli psicologi qui hanno fallito completamente. Si sono posti delle domande sulle angosce che percorrono le persone, sulle angosce che vivono gli ebrei, i loro pazienti e la società nel suo insieme? E su come reagisce la collettività a un bombardamento di informazioni che sono in realtà intrattenimento teatrale, non informazione, che diventa ridefinizione del potere politico nella società?

Non essere capaci di fare un ragionamento su questo è gravissimo. Non c’è stato un convegno su questo. Ma c’è sempre la possibilità di fare delle cose, progettando nel lungo periodo. Non possiamo rinunciare a contrastare la deriva ideologica e non dobbiamo accettare la distruzione del pensiero critico. Oggi il punto focale è l’incapacità di pensare la complessità. La “cultura” passa nei talk show dove si cercano comparse senza complessità, senza approfondimento. Dobbiamo ridare spazio alla complessità. In ogni situazione asimmetrica serve un pensiero creativo e non solo “si può”, si “deve” lavorare su questo terreno.