di David Zebuloni
Secondo un nuovo rapporto del Ministero israeliano della Diaspora e della Lotta all’Antisemitismo, nel nostro Paese ci sono cinque organizzazioni attive accusate di essere parte dell’ecosistema globale dei Fratelli Musulmani. Una dottrina ideologica pericolosa, prima ancora che un movimento, a cui può aderire chiunque. Cosa può fare l’Italia? Bandire la Fratellanza (come hanno già fatto 13 Paesi musulmani)
Per anni si sono presentate come semplici associazioni culturali, interlocutori del dialogo interreligioso e portavoce dell’integrazione. Ma cosa succede se dietro questa facciata si nasconde una rete ben più articolata, collegata a uno dei movimenti islamisti più influenti e controversi del mondo? È la domanda che solleva un nuovo rapporto del Ministero israeliano della Diaspora e della Lotta all’Antisemitismo, che punta il dito contro cinque organizzazioni attive in Italia, accusandole di essere parte dell’ecosistema globale dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas è il ramo palestinese.
Secondo un’inchiesta condotta dal Jerusalem Post (che ha chiesto un commento alle figure coinvolte, finora senza ottenere risposte), le organizzazioni chiamate in causa sono l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII), i Giovani Musulmani d’Italia (GMI), l’Istituto Bayan, l’Alleanza Islamica d’Italia (AII) e l’Associazione dei Palestinesi in Italia (API). Sebbene sulla carta le loro attività siano unicamente comunitarie e apolitiche, il Ministero della Diaspora ha affermato che ci sono prove che li collegano al movimento dei Fratelli Musulmani. Nello specifico, il report sostiene che queste associazioni hanno organizzato conferenze, eventi culturali e proteste in collaborazione con organizzazioni paneuropee legate al movimento islamista.
«Quando parliamo dei Fratelli Musulmani, al di là dei finanziamenti, che sono enormi e sono in chiaro, a mio avviso sottovalutiamo moltissimo il tema ideologico – spiega Alessandro Bertoldi, editorialista e CEO della AB Group Public Affairs, in un’intervista a Bet Magazine-Mosaico –. A differenza delle altre organizzazioni terroristiche, la Fratellanza Musulmana è sì un movimento, ma è soprattutto un’ideologia. Quindi, facendo un esempio, l’attentatore di Modena può anche non essere formalmente affiliato a un’organizzazione, ma si è sicuramente ispirato a quel modello di idealismo e terrorismo la cui propaganda viene portata avanti in Occidente dalla Fratellanza Musulmana, con la retorica degli Imam nelle Moschee che parlano ancora di guerra santa».
Secondo Bertoldi, autore di una recente ambiziosa inchiesta pubblicata su Il Tempo che ricostruisce i legami tra alcuni noti attivisti italiani e Hamas, e di un imminente libro dedicato a questo tema controverso, l’errore è concentrarsi esclusivamente sull’organizzazione che porta il nome di Fratelli Musulmani. Il vero nodo, sostiene, sono le idee e i valori che il movimento diffonde. «A differenza di Hamas o Hezbollah, chiunque può aderire alla visione della Fratellanza anche senza farne formalmente parte” – spiega -. Non stiamo parlando soltanto di una struttura organizzativa, ma di una dottrina: una filosofia politica e religiosa che può esercitare la propria influenza ben oltre i confini dell’organizzazione stessa».
Una minaccia che Bertoldi definisce “orizzontale e verticale”: pericolosa tanto per i suoi effetti diretti quanto per quelli indiretti. «La forza della Fratellanza Musulmana sta proprio nel non doversi palesare come tale- osserva -. Parliamo di una realtà quasi astratta, quasi virtuale, difficilmente identificabile nei suoi protagonisti. Dove sono? Che volto hanno? Apparentemente nessuno». Eppure, secondo Bertoldi, chi promuove una visione riconducibile all’Islam politico finisce spesso per beneficiare di una rete di sostegno che trascende le singole organizzazioni. «Chi condivide l’impostazione ideologica dell’Islam politico può magicamente accedere a vantaggi concreti, a partire dai finanziamenti provenienti da paesi come Qatar e Turchia».
A livello finanziario, anche il rapporto pubblicato dal Jerusalem Post conferma che le organizzazioni italo-musulmane in questione hanno ricevuto ingenti donazioni da parte di Stati vicini alla Fratellanza Musulmana come il Qatar. L’UCOII, in particolare, avrebbe ricevuto finanziamenti significativi dall’ente benefico qatariota Nectar Trust/Qatar Charity, per un totale di almeno 30 milioni di euro.
Il report cita inoltre l’arresto nel 2025 di Mohammed Hannoun e la scoperta di una rete di finanziamenti di Hamas per milioni di euro come esempio dei rischi che comporta “sfruttare sistemi legittimi di welfare e beneficenza a fini estremisti”.
Le organizzazioni indicate nel report sono dunque collegate ai Fratelli Musulmani tramite individui ben precisi. Ad esempio, il nuovo presidente dell’UCOII, Yassine Baradai, ha precedentemente ricoperto il ruolo di direttore media della sezione italiana dell’organizzazione paneuropea Islamic Relief, identificata come vicina alla Fratellanza. L’Istituto Bayan è invece stato menzionato in un rapporto dei servizi segreti francesi come uno strumento per diffondere l’ideologia dei Fratelli Musulmani. Esso è collegato a Tareq al-Suwaidan (foto in alto), un predicatore kuwaitiano radicale associato ai Fratelli Musulmani, e che nei suoi libri ha promosso il negazionismo della Shoah e le teorie del complotto secondo cui gli ebrei controllano i media e la politica.
«La notizia vera è che l’Italia dovrebbe paradossalmente seguire l’esempio dei 13 Paesi musulmani su 17 che hanno già bandito la Fratellanza – conclude Alessandro Bertoldi -. Il nostro modello deve essere il loro. Gli Emirati Arabi, per esempio, dicono: porti avanti un’idea di Islam politico che si scontra con le regole dello Stato? Bene, per noi sei un terrorista e, pertanto, ti arrestiamo. È il corrispettivo italiano dell’attentato all’ordine costituzionale. L’Italia non deve dunque fare altro che studiare e applicare questo modello, per riuscire a gestire la minaccia islamica in modo più concreto ed efficace».



