Ventimila leghe sotto i mari, alla ricerca del gas del futuro

di Raffaele Picciotto

Medio Oriente e Nord Africa sono da sempre regioni che godono di un morboso e occhiuto interesse da parte dei governi e dei media occidentali. Il motivo principale sta nella presenza di ricchissimi giacimenti di idrocarburi che hanno fatto la fortuna di Stati come l’Arabia Saudita, il Kuwait, la Libia, l’Algeria e così via.Com’è noto, senza queste ricchezze, sarebbero stati probabilmente considerati solo remote “scatole di sabbia” di nessun interesse; tuttavia alcune zone non avevano giacimenti. E com’è ancor più noto, particolarmente sfortunati in questa corsa all’oro nero, sono stati nei decenni del dopoguerra gli Stati del Mediterraneo Orientale (Libano, Siria, Israele, Giordania e parzialmente l’Egitto). Ma per Israele le recenti scoperte di gas cambiano radicalmente la situazione energetica del Paese, proprio nel momento in cui la continuità delle forniture di gas dall’Egitto è in pericolo a causa degli ultimi attentati al gasdotto nel Sinai. E proprio quando un aumento dei prezzi viene prospettato dalle autorità egiziane.

Ma cominciamo dall’inizio. La storia -attualissima e rigorosamente vera-,  che stiamo per raccontarvi si chiamerà Tamar e il Leviatano. Nel passato, Israele aveva effettuato ricerche che non avevavo prodotto alcun esito positivo: le grosse compagnie petrolifere, per timore del boicottaggio arabo, non erano mai state davvero interessate ad investire nello Stato ebraico. Al contrario, alcuni personaggi avevano invece insistito nelle ricerche: in particolare, gli israeliani Yigal Landau e Ligad Rotlevy avevano messo in piedi agli inizi degli anni Novanta, una piccola ditta, la Ratio Oil Exploration. Nel 1998 un’altra società israeliana, la Delek Group, persuase la Noble Energy, una società americana che trivellava nel Golfo del Messico, ad effettuare prospezioni nelle acque di fronte a Israele: vi fu un primo risultato, quantunque modesto. La Ratio Oil tentò quindi di entrare in società con Noble Energy e Delek, ma senza successo; fu allora che casualmente Landau e Rotlevy acquistarono i diritti in una zona limitrofa, -vicina a quella che  in seguito sarebbe stata chiamata Leviatan-, e convinsero Delek e Noble ad acquistare rispettivamente il 45% e il 40% dei diritti.

Fu così che all’inizio del 2009 la Noble Energy fece una scoperta strabiliante: aveva trovato un enorme giacimento di gas metano di qualità superiore. Il giacimento, chiamato Tamar dal nome della nipotina del proprietario della Delek, Yitzchak Teshuva, si stimava contenesse 87 miliardi di metri cubi di gas. Si trovava a 90 chilometri da Haifa, tra Israele e Cipro; ma in questo caso anche i diritti di trivellazione nelle acque di Cipro appartenevano a Teshuva. Subito la scoperta fu qualificata di proporzioni storiche dal ministro per le infrastrutture Binyamin Ben Eliezer. Nel marzo del 2010, un ente americano, U.S. Geological Survey, stimò che nel bacino del Mediterraneo Orientale, chiamato Bacino del Levante, ci fosse una quantitativo di gas naturale pari alla metà di tutte le riserve degli Stati Uniti.

Ma questo non fu che il primo passo. La Noble Energy annunciò, il 29 dicembre 2010, di aver trovato un secondo giacimento (soprannominato Leviatan), molto più grosso del precedente (450 miliardi di metri cubi) e tale da rappresentare il più imponente giacimento di gas naturale scoperto negli ultimi dieci anni, in grado di soddisfare il fabbisogno di Israele per almeno 100 anni. Il valore della Ratio Oil, che due anni prima era di 500.000 dollari e impiegava 5 persone, grazie al possesso del 15% di Leviatan schizzò a un miliardo di dollari. Siamo alla fine dell’anno 2010. La scoperta suscitò immediatamente i più sfrenati appetiti a livello politico. Israele proclamò allora una Zona Economica Esclusiva (ZEE) al largo delle sue coste; per il diritto marittimo la ZEE è una zona di mare nella quale uno Stato ha diritti di sfruttamento e di utilizzo delle risorse marine, incluso la produzione di energia. Si estende dal limite delle acque territoriali fino a 200 miglia nautiche dalla costa (ma non tutti gli Stati necessariamente proclamano tale Zona). Il Libano reclamò una parte dei giacimenti come di sua proprietà, diffidando Israele dall’appropriarsi delle sue risorse; la contestazione verteva sul confine delle acque territoriali e della ZEE. Mentre Israele sosteneva che la linea di confine è una linea perpendicolare alla costa, il Libano riteneva che, poiché la linea costiera presenta una curva al confine tra i due Paesi, la linea di confine fosse inclinata verso sud comprendendo quindi parte dei giacimenti. Israele firmò con Cipro, il 17 dicembre 2010, un accordo per delimitare le rispettive Zone Economiche, decisione accettata sia dagli Stati Uniti sia dall’Unione Europea.

Anche Cipro contiene, nelle sue acque, giacimenti di gas naturale e qualche settimana fa, in settembre, ha iniziato le trivellazioni del cosiddetto Block 12 (Aphrodite), affidate in concessione alla Noble Energy. Neanche a dirlo, la cosa ha scatenato le ire della Turchia che oggi ne reclama una parte per la Repubblica Turca di Cipro del Nord, uno Stato riconosciuto soltanto dalla Turchia. Il primo ministro turco Erdogan ha dichiarato che “l’attività di trivellazione dell’amministrazione greco cipriota non è altro che un sabotaggio dei negoziati tra turco-ciprioti e greco-ciprioti” e ha minacciato l’invio di navi da guerra.

Per proteggere le trivellazioni, Israele ha introdotto quindi un nuovo tipo di nave radiocomandata, il Protector, senza uomini a bordo, progettata in Israele dalla Rafael Advanced Defense Systems per pattugliamenti marini. È un’imbarcazione lunga 11 metri, una velocità di 70 km orari, equipaggiata di un sistema radar avanzato, con un sofisticato sistema per la visione notturna e una centrale di tiro indipendente. Ma la scoperta di gas naturale ha provocato l’aumento della tassazione dei proventi, cosa che non manca di suscitare rimostranze e dissidi con l’amministrazione USA (la Noble Energy è americana). Grazie a una legge del 1952 infatti, Israele offriva una delle più basse tassazioni sulle esplorazioni di fonti energetiche, circa il 30%. In marzo è stata approvata una nuova legge che alza la tassazione al 62%. Ma il futuro, in realtà, si prospetta stimolante. In una recente intervista al giornale Globes, Harold Vinegar, che fino a tre anni fa era il Capo Fisico del gigante petrolifero Royal Dutch Shell, afferma testualmente: “Entro pochi anni Israele diventerà uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio e di gas”. Secondo Vinegar, il vero futuro di Israele risiede nel petrolio; in realtà le possibilità di trovare petrolio greggio non sono alte, ma le riserve di scisti bituminose sono tali da rendere possibile una produzione di petrolio pari a quella dell’Arabia Saudita. La verità è che, in passato, Israele era rimasta tagliata fuori dal mondo dell’esplorazione petrolifera a causa del boicottaggio arabo e quindi non ha mai reclamato esperti in tecnologie petrolifere col relativo know-how. Finora, per estrarre il petrolio dalle scisti bituminose era necessario bruciare queste ultime in grandi forni; ma il metodo era troppo costoso, -70/100 dollari al barile-, e produceva inquinamento nonchè una notevole puzza. Vinegar ha perfezionato un metodo inventato da uno scienziato svedese, Fredrik Ljungström, per la produzione di petrolio in situ scaldando le scisti sul posto ed estraendo quindi il petrolio. Le nuove tecnologie per riscaldare le scisti e ricavare petrolio in loco, renderanno possibile un costo per barile di circa 35-40 dollari. Come dire che, a volte, la realtà supera la fantasia; chi di noi avrebbe mai immaginato che Israele potesse diventare un paese produttore di energia?