Un triangolo diplomatico piuttosto inaspettato: Israele, Russia e Ucraina

Israele

di David Zebuloni

Tentare tutte le strade, cercare realisticamente una via d’uscita all’impasse attuale. Ce la farà il tandem Bennet-Lapid?

Sebbene Israele sia ben abituata al perenne clima di guerra, lo scontro nell’est dell’Europa l’ha colta del tutto impreparata. Geograficamente lontano, ma estremamente coinvolto, lo Stato Ebraico si è presto trovato di fronte a un bivio diplomatico complicato, dovendosi schierare a favore di una delle due nazioni coinvolte nel conflitto e prediligendo uno solo dei due governi con i quali intrattiene dei rapporti ottimi e longevi. Un proverbio israeliano dice: “Non cercare di essere nel giusto, cerca piuttosto di essere intelligente”. Ecco, con lo scoppio della guerra tra la Russia e l’Ucraina, pare che il governo israeliano abbia dovuto applicare alla lettera questo celebre insegnamento. Da un lato, il desiderio profondo e sincero di essere dalla parte giusta della storia. Di affiancare la vittima e sostenere il più debole. Dall’altro lato, invece, la necessità legittima e strategica di Israele di agire con intelligenza, tenendo conto della complessità locale e delle ripercussioni che esse possono avere sullo stesso Stato Ebraico. D’altronde, Israele intrattiene dei rapporti estremamente delicati con la Russia, poiché questa esercita un’imponente presenza nella Siria a partire dal 2013, quando Obama decise il ritiro degli americani e spianò la strada all’insediamento di Putin nella regione confinante con Israele, dove operavano e operano ancora oggi Iran ed Hezbollah. Un ipotetico affronto a Putin, dunque, rischierebbe di incrinare l’attuale quiete esistente tra Israele e i suoi nemici dichiarati. Un voltafaccia a Zelensky, invece, marchierebbe lo Stato Ebraico di un colore che non gli appartiene e non deve appartenergli.

BENNETT E IL TENTATIVO (FALLITO?) DI MEDIAZIONE
Angela Merkel, Emmanuel Macron e Papa Francesco sono solo alcuni dei nomi importanti emersi come potenziali mediatori tra Putin e Zelensky; eppure, contro ogni previsione, ma con una certa logica, il premier israeliano in carica Naftali Bennett è stato scelto per la missione apparentemente impossibile. Poco si sa dell’incontro avvenuto tra lui e i due leader (in separata sede, ovviamente) se non che, fino al momento in cui queste parole vengono scritte, esso non sembra aver ottenuto l’effetto desiderato. Non un cessate il fuoco, tantomeno un avvicinamento a un eventuale accordo di pace. Una sola dichiarazione è stata rilasciata in esclusiva alla rete televisiva israeliana N12 da parte del presidente ucraino: “Ho visto una fotografia nella quale un gruppo di ebrei ortodossi si sono avvolti nella bandiera ucraina e hanno pregato al Muro del pianto”, ha affermato Zelensky e aggiunto: “Con Bennett ho degli ottimi rapporti, ma non sento che egli si sia avvolto nella nostra bandiera”.

IL POPOLO ISRAELIANO SI TINGE DI BLU E GIALLO
Come spiegato da Maurizio Molinari in un’intervista rilasciata a La7, lo Stato d’Israele ha un rapporto privilegiato tanto con l’Ucraina quanto con la Russia, poiché quello israeliano è l’unico paese russofono al di fuori dei confini dell’ex Unione Sovietica, con un milione di cittadini che parlano il russo, di cui il 30% sono per l’appunto ucraini. Cittadini che spesso vengono confusi tra loro o, peggio, catalogati tutti come russi (anch’io ho peccato una volta di insensibilità e ignoranza: insistevo a definire “russo” un mio amico ucraino, nonostante egli mi avesse corretto più e più volte). Oggi, più che mai, gli israeliani ucraini rivendicano la loro identità. Oggi, più che mai, gli israeliani comprendono la differenza sottile, ma critica, che divide i due popoli. Lo schieramento è totale: gli israeliani stanno con gli oppressi, non con gli oppressori. Le bandiere ucraine hanno infatti colorato il paese di blu e giallo, così come i profili Facebook e la storica struttura del municipio di Tel Aviv. Tuttavia, un’immagine più di qualunque altra, riassume alla perfezione la solidarietà israeliana al popolo ucraino: l’iconico Putin Pub a Gerusalemme, affacciato sull’affollata Yafo Street, ha deciso di sostituire il suo nome in Zelensky Pub. Un piccolo gesto, dal significato profondo.

LA LEGGE DEL RITORNO: ISRAELE E I RIFUGIATI UCRAINI
In conclusione, una piccola riflessione: più volte è stato ripetuto dai sopravvissuti al periodo nazista, nonché dagli esperti di quel capitolo della storia, che se ci fosse stato allora Israele non ci sarebbe stata la Shoah. «Io sono stato educato al sionismo. La prima volta che venni in Israele con mio padre, giunto al fondo della scaletta dell’aereo, lo vidi inginocchiarsi e baciare la terra. Disse che se Israele ci fosse stato, la sua mamma si sarebbe salvata. Io sono stato dunque educato a una concezione salvifica di Israele», ha detto l’onorevole Emanuele Fiano in un’intervista rilasciata a questa testata poche settimane fa. Con lo scoppio della guerra nell’est dell’Europa, il governo israeliano ha avuto l’opportunità di applicare ciò che Ben Gurion – e Herzl prima di lui – definivano “il sogno sionista” e fungere da rifugio per gli ebrei del mondo in pericolo.
Nello Stato ebraico, infatti, la Legge del Ritorno consente a quanti hanno almeno un nonno ebreo, i loro coniugi e chi si converte all’ebraismo, di ottenere la cittadinanza israeliana. In tempi record, dunque, Israele ha accolto migliaia di rifugiati ucraini, alcuni dei quali sono stati accolti dal premier in persona, Naftali Bennett, munito di dolciumi e bandierine di Israele, che sono state donate ai bambini appena atterrati e ancora disorientati. Un’immagine felice, quasi vittoriosa, tra le tante e troppe devastanti alle quali siamo stati sottoposti nell’ultimo mese.

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