Tishrì e la sindrome del “dopo le feste”

Israele

di Luciano Assin

Attraversare indenni il mese di Tishrì in Israele è un’impresa non indifferente. Le scuole sono state appena riaperte e già bisogna fare i conti con una lunga serie di festività che di fatto diventano un terzo mese di vacanza dopo quelli di luglio e agosto.

Al di là delle ulteriori spese necessarie a coprire i costi di svaghi e attività varie, si pone anche un grosso problema logistico. Tutte le attività che siano in qualche modo collegate con l’estero non possono permettersi il lusso di rimandare di un ulteriore mese il lavoro accatastato durante la pausa estiva, così come il resto del mondo non può certo aspettare le solennità -per quanto sacre-, di un Paese così piccolo come Israele. Si crea così un paradosso non indifferente: da un lato la possibilità di godersi altri giorni di festa, dall’altro la consapevolezza che questi giorni non fanno che rimandare problemi grandi e piccoli che si sono accumuluti e continuano a crescere.

Questa situazione di limbo, che si ripete puntualmente ogni fine estate, ha coniato un’espressione ormai entrata di diritto nel pantheon dei modi di dire israeliani: dopo le feste. Dopo le feste significa rimandare a dopodomani tutti gli impegni, anche quelli importanti, visto che non si può certo fare a meno di festeggiare Rosh HaShanà, digiunare di Kippur e sedere sotto le capanne durante la settimana di Succot, per non parlare di Simchat Torà, Isruhag e Sheminì Atzeret.

Ma il fatto è che il dopo le feste non è soltanto un’espressione lessicale che rimanda al costume, ma si è trasformata in uno stile di comportamento accettato e consolidato in tutti gli strati della società israeliana. Scuole, fabbriche, uffici statali e persino l’esercito e il governo si fermano parzialmente o totalmente di fronte ad un simile ostacolo, e non pochi cominciano il conto alla rovescia del “dopo le feste” ben prima dell’inizio di Tishrì.

Il volere -o potere- rimandare determinate scadenze per un tempo indeterminato, aiuta non poco tutti coloro che hanno seri problemi con le decisioni da affrontare; non dimentichiamoci poi che anche in primavera con la festa di Pesach si ricrea nuovamente la stessa identica sospensione temporale, il tutti fermi fino a..., e il consenguente rimandare a data da destinarsi… Ma, come si dice in Israele, “non esistono pranzi gratuiti” ed anche qui esiste un prezzo da pagare a questa situazione così anomala. Si tratta di una sindrome, quella del “dopo le feste” per l’appunto, che fra i sintomi più comuni rileva: stanchezza, inappetenza, mancanza di concentrazione, insonnia e altro, e mi fermo qui per rispetto verso i nostri lettori ipocondriaci.

In ogni caso, non vale la pena di prendersela più di tanto: se sette milioni di israeliani riescono in qualche maniera a passare indenni feste e sindrome, qualche speranza esiste.

Personalmente penso che questa situazione di stallo, di “messa tra parentesi” delle alacri attività quotidiane, giovi almeno a due parti considerevoli della società israeliana: i politici e l’uomo della strada. I primi perché sono sempre ben contenti di rimandare il più possibile decisioni grandi e piccole; mentre il singolo aspetta che finisca la lunga estate israeliana prima di rituffarsi nel calderone di politica e attualità, croce e delizia che lo aspetta per tutto il prossimo anno. Fino a dopo le prossime feste, chiaramente.

Luciano Assin

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