di Claudio Vercelli
[Storie e controstorie]
Ragioniamo sulle radici di un processo storico, sociale e politico di oramai lunga durata. Stiano parlando dei «coloni» israeliani (ed ebrei). In Giudea e Samaria, ossia in West Bank.
Un tema in sé decisamente spinoso, poiché racchiude, ad oggi, non solo la contrapposizione tra israeliani e popolazioni arabo-palestinesi bensì la legittimazione stessa dello Stato d’Israele rispetto alla comunità internazionale.
Cerchiamo di capirci: un tempo, quando si parlava della società palestinese essenzialmente come di una realtà di profughi e rifugiati, l’attenzione per l’eventuale presenza ebraica oltre le linee armistiziali sancite dagli accordi del 1949, era pressoché nulla. Del pari – ed è questo un passaggio fondamentale – non sussisteva ancora una «questione palestinese». Semmai si parlava, per l’appunto, del reinsediamento di quanti, nella seconda metà degli anni Quaranta, erano fuggiti o avevano abbandonato i territori del nascente Stato d’Israele. Ma dal 1967 in poi, con la «Guerra dei Sei giorni», le cose sono andate invece radicalmente cambiando.
Andiamo al dunque, per ciò che ci interessa. Concentrandoci sulla presenza ebraica in quei luoghi. Non quella antichissima, a partire da Hebron. Parliamo di un percorso, e di un processo, che allora non riguarda solo i Territori («occupati», «contesi», «palestinesi» e così via), semmai coinvolgendo ad oggi, anche e soprattutto, la natura stessa dello Stato d’Israele. Poiché di esso ne mette in discussione non solo i limiti territoriali ma la ragione stessa della sua sovranità e dei suoi fondamenti istituzionali. Facciamo quindi un po’ di storia politica. Data infatti al marzo del 1974 l’emersione di un fenomeno carsico, che già da tempo stava coinvolgendo una componente della società israeliana. In quel mese, infatti, veniva definitivamente alla luce il Gush Emunim (il «Blocco dei fedeli»), organizzazione extraparlamentare ma con robusti legami rispetto all’allora destra israeliana, nazionalista e no, nella quale si sarebbe comunque per molto tempo situata. Come tale raccoglieva e rappresentava buona parte di quanti si erano trasferiti, in quegli anni, nei Territori di Giudea, Samaria e Gaza. Non erano ancora molti. Ancor meno costituivano, fino agli anni Ottanta, un problema di ordine politico. Tale, altrimenti, poiché capace di condizionare le scelte di lungo periodo dei governi israeliani. Tuttavia, si trattava già da allora di una premessa per nulla casuale. Destinata, come tale, a pesare enormemente sull’evoluzione delle cose. E questo per più ragioni, a partire dalle motivazioni ideologiche, teologiche e teleologiche (ossia, le finalità più rilevanti rivendicate come tali).
Ha scritto lo storico Arturo Marzano che «le località scelte dal movimento non erano tanto la valle del Giordano, che pure rivestiva una certa importanza strategica, quanto le colline della Cisgiordania, pur densamente popolate dai palestinesi, che corrispondevano alle zone su cui si erano estesi i regni ebraici di David e Salomone. La scelta dei luoghi e dei nomi degli insediamenti fu sintomatica: Beit El, vicino Ramallah, letteralmente “casa di Dio”, il luogo dove si riteneva fosse stata sancita l’alleanza tra Dio ed Abramo; Elon Moré, vicino Nablus […], città delle dodici tribù di Giosuè; Kiryat Arba, la capitale di re Davide nei sette anni che precedettero la scelta definitiva di Gerusalemme.
Il movimento sanciva, con la sua nascita, quella “ridefinizione” del sionismo, che era sempre meno progetto politico e sempre più disegno religioso-messianico […]». La loro presenza, non a caso, stava contribuendo a spostare radicalmente l’asse politico israeliano dalla sinistra alla destra. Quest’ultima, non solo nazionalista. Lo si sarebbe verificato appieno con il 1977, all’atto della clamorosa vittoria elettorale del Likud. Il quale non è mai stato il «partito dei coloni» ma, in qualche misura, ne ha rappresentato, almeno fino agli anni Duemila, una significativa sponda politica.
Fondato da Hannan Porat e dal rabbino Moshe Levinger, il Gush Emunim andò infatti caratterizzandosi fin da subito come una struttura flessibile, in grado di rappresentare gli interessi di quei residenti negli insediamenti che erano animati da una concezione religiosa e messianica della loro scelta. Per i quali valeva il principio della «devozione assoluta», del Messirut hanefesh-Mesirat Nefesh, applicato all’obiettivo di santificare la terra con la propria presenza fisica. Una devozione senza deroghe, che richiedeva al militante di essere disposto a fare molti sacrifici personali. Così, almeno, in esordio del fenomeno e fino agli anni Ottanta quando invece, a seguito della prima Intifada palestinese, molto cose sarebbero nel mentre mutate.
Per capirci appieno: attribuire la presenza ad oggi di circa settecentomila israeliani al di fuori della vecchia «linea verde» armistiziale del 1949 ad un solo disegno di tale genere, è una forzatura storicamente e politicamente inaccettabile.
Rimane tuttavia il fatto che il fondamento degli insediamenti non è di ordine strettamente politico. Così Aldo Baquis rispetto alla loro genesi dopo il successo del 1967: «la smagliante vittoria militare – che i laici attribuirono alle virtù di Dayan e Rabin – fu invece interpretata […] come il segno di una chiara volontà divina. Lo Stato sionista – insegnava [il rabbino Zvi Yehuda Kook] – altro non è che uno strumento nelle mani del Signore. Il suo compito storico è di realizzare la salvezza degli ebrei, che può essere avvicinata mediante l’approfondimento della presenza ebraica in Giudea-Samaria. La destra religiosa israeliana valorizza dunque il rapporto fra il popolo ebraico e la terra (Eretz Israel). Ma a differenza della destra europea non ha il culto dello Stato […]. Il colono è l’avanguardia del Signore e la “conquista della terra” un atto metafisico. La colonizzazione rientrava così in una specie di guerra culturale: rivolta innanzitutto contro l’Israele laico e “privo di ideali”, e solo in secondo luogo contro la popolazione palestinese».
Significativo, quindi, il fatto che la forma assunta per la rappresentanza degli interessi dei Settlers (altrimenti definiti «coloni», per l’appunto), fosse quella movimentista e non partitica, introducendo così una variabile capace di influenzare le scelte delle formazioni politiche parlamentari, pur mantenendo a sé la massima libertà d’azione.
I tentativi, susseguitisi nel corso dei tempi successivi, di stabilire una rappresentanza elettorale autonoma, sarebbero infatti falliti rivelandosi assai più redditizio, dal punto di vista della capitalizzazione degli sforzi politici, il poter ricorrere ad un’organizzazione in grado di condizionare i voti verso l’uno o l’altro partito. Quindi, non obbligata a ricercare un qualche consenso per sé ad ogni tornata elettorale.
Il ruolo del Gush Emunim
Il Gush Emunim offriva una doppia sanzione a profondi processi in corso in Israele: se da un lato faceva emergere e organizzava un nuovo modo di vivere e condividere la politica, reintroducendo quegli aspetti propri alle identità movimentiste di massa (un certo modo di atteggiarsi, l’informalità nei rapporti interpersonali, il rifiuto o l’indisponibilità verso la politica intesa come il prodotto della mediazione dei partiti, la retorica della «nuova società civile» e di un «nuovo Israele»), dall’altro lato ribaltava l’ordine della priorità nell’agenda politica dei governi di Gerusalemme.
Non più il tempo bensì lo spazio da conquistare, secondo la logica per la quale al tempo storico dei «vecchi partiti» si stava finalmente sostituendo il tempo messianico di Eretz Israel, che andava agevolato, nel suo inverarsi, attraverso il concreto possesso fisico della terra.
Un’inversione radicale, netta, per certi aspetti totale, rispetto agli assunti sionisti originari, laddove la terra – invece – era intesa come una variabile dipendente dal tempo: quello della politica, anzi, del realismo politico, in ragione del quale non importava tanto dove lo Stato degli ebrei si sarebbe costituito ma come tale processo avrebbe avuto concreto corso.
L’obiettivo del Gush Emunim era estremamente ambizioso, rivolgendosi non tanto (o non solo) contro il mondo arabo e la sua componente palestinese quanto nei confronti di Israele medesimo. Dopo l’epoca del sionismo laico, pareva volere dire, era venuto il tempo del sionismo religioso. A dovere essere conquistato non era il territorio palestinese ma quello ebraico. Si trattava, quindi, di dare corso, come ha scritto Marcella Emiliani, alla: «ri-ebraicizzazione della società israeliana con un ritorno ad un rigoroso rispetto della religione e, in ultima istanza, la trasformazione di Israele in una teocrazia. Per quanto riguardava le colonie, rispetto al vecchio concetto di hitashvyut cara ai laburisti, cioè all’idea di creare insediamenti dove poter vivere e lavorare collettivamente, producendo per la comunità, si veniva affermando e contrapponendo ora il nuovo-antico concetto di hitnakhalut, legato al valore biblico, non produttivo del territorio che per i seguaci del Gush Emunin non aveva nessun interesse economico ma rimandava unicamente al vincolo ancestrale del patto tra JHVH e il suo popolo».
Sta di fatto che dagli anni Settanta in poi, in Israele nulla sarebbe restato com’era anzitempo. Da allora in poi, infatti, si sarebbe aperta una stagione politica incredibilmente complessa, a tutt’oggi del tutto aperta.



