Oltre la parola «coloni»: chi sono davvero gli israeliani di Giudea e Samaria. La cover di Bet Magazine di ottobre

Israele

di Davide Cucciati

Costruire e abitare un territorio, creare comunità, lavorare la terra sono stati elementi centrali dell’ethos pionieristico del sionismo laburista e del movimento dei kibbutz. Poi è arrivato il nuovo sionismo religioso del Gush Emunim e con la vittoria del Likud di Menachem Begin, nel 1977, l’espansione degli insediamenti ha conosciuto una forte accelerazione. E oggi? In un clima di semplificazioni estreme, i «coloni», come il sionismo, sono diventati sinonimi del male assoluto. Ma chi sono veramente? Cosa vogliono, quali sono i loro valori? Un’inchiesta

Un padre che accompagna i figli a scuola in una città di decine di migliaia di abitanti. Una famiglia che vive nel Gush Etzion, dove comunità ebraiche esistevano già prima della nascita dello Stato di Israele. Un ragazzo nato oltre la Linea Verde, come suo padre prima di lui. Un giovane che porta una roulotte su una collina e crea un avamposto senza alcuna autorizzazione. Un estremista mascherato che aggredisce una famiglia palestinese.

Nel dibattito in Occidente finiscono spesso tutti dentro la stessa parola: «coloni». Eppure, quella parola riunisce realtà profondamente diverse. Città e piccoli villaggi, comunità religiose e centri suburbani, insediamenti riconosciuti dallo Stato israeliano e avamposti illegali persino secondo il diritto dello Stato ebraico. Persone arrivate per ideologia e altre che vi sono nate, talvolta alla terza o quarta generazione.

La cronaca delle ultime settimane ha reso questa contraddizione particolarmente evidente. Il 5 settembre Mike Huckabee, ambasciatore americano in Israele, visitando Turmus Ayya ha definito le violenze commesse da estremisti israeliani contro i palestinesi «comportamenti criminali e atti di terrorismo». Il giorno successivo Reuters ha riferito che Benjamin Netanyahu aveva ordinato lo smantellamento di avamposti sorti senza autorizzazione israeliana; secondo Ynet, citato dall’agenzia, l’ordine riguardava circa cento avamposti. La stessa Reuters, citando Peace Now, indica 146 insediamenti riconosciuti formalmente dal governo israeliano e 340 avamposti non autorizzati. Una storia che non comincia nel 1967 Il rapporto fra presenza ebraica nei territori e sicurezza precede di molto la Guerra dei Sei Giorni.

 

Le origini

Già nella Palestina ottomana le nuove comunità agricole ebraiche svilupparono proprie organizzazioni di difesa; successivamente, dopo le violenze del 1920, nacque la Haganah, destinata a diventare la principale forza di difesa dello Yishuv e, nel 1948, il nucleo principale del futuro esercito israeliano. Lo Yishuv non era però politicamente uniforme. Durante il Mandato britannico si svilupparono concezioni differenti della difesa e dell’uso della forza: da una scissione della Haganah nacque nel 1931 l’Irgun, o Etzel, legato al sionismo revisionista; nel 1940 una scissione dell’Irgun diede origine al Lehi. Il conflitto, intanto, aveva assunto sempre più i caratteri di uno scontro nazionale. Nel 1929 la violenza araba investì anche Hebron, dove furono uccisi 67 ebrei, colpendo una comunità la cui storia precedeva di secoli la nascita del sionismo politico.

Dopo un parziale ritorno, la presenza ebraica nella città terminò nel 1936 con l’evacuazione britannica degli ultimi membri della collettività. Il 1948 produsse un’altra cesura: nel Gush Etzion, a sud di Gerusalemme, quattro comunità ebraiche sorte negli anni Quaranta furono distrutte o abbandonate durante la guerra. Tra il 1948 e il 1967 l’area rimase sotto controllo giordano.

Dopo la Guerra dei Sei Giorni Kfar Etzion fu ricostituita e tra coloro che vi tornarono vi furono anche figli delle famiglie che vi avevano vissuto prima del 1948. L’elemento storico e identitario ricorre anche nelle testimonianze raccolte dal giornalista Pietro Frenquellucci nel suo libro Coloni. Gli uomini e le donne che stanno cambiando Israele e cambieranno il Medio Oriente: per una parte del movimento degli insediamenti, luoghi come Hebron, il Gush Etzion o l’area di Shechem-Nablus vengono letti attraverso una memoria storica e religiosa che precede largamente il 1967. Questo significa qualcosa di importante: in alcuni dei luoghi oggi associati al movimento degli insediamenti, la storia ebraica non comincia nel giugno 1967.

 

Da strategia territoriale a società

Nemmeno la storia successiva al 1967 segue una sola linea. I primi governi israeliani che promossero insediamenti nei territori conquistati durante la Guerra dei Sei Giorni erano laburisti. La loro politica rispondeva in larga parte a considerazioni strategiche: mantenere una presenza nelle aree considerate essenziali alla sicurezza israeliana, soprattutto lungo la Valle del Giordano, evitando, per quanto possibile, di includere sotto controllo permanente dello Stato ebraico i maggiori centri della popolazione palestinese. A questa logica se ne affiancò in alcuni luoghi un’altra, quella del ritorno, come nel caso di Kfar Etzion.

La nascita del Gush Emunim

A metà degli anni Settanta emerse però un progetto differente con Gush Emunim, movimento fondato nel 1974 che puntava a estendere la presenza ebraica anche nelle aree centrali della Samaria e attribuiva all’insediamento un significato insieme religioso e nazionale. Il rapporto con i governi laburisti fu tutt’altro che lineare: alcuni tentativi del movimento di stabilirsi nell’area di Nablus furono bloccati dall’esercito, altri finirono, attraverso compromessi, per essere accettati. Ofra, sorta nel 1975, e il nucleo dal quale sarebbe nata Kedumim appartengono a questa stagione di confronto fra iniziativa dei militanti e potere politico. Ma fra il vecchio mondo laburista e il nuovo movimento religioso esisteva anche una continuità paradossale.

Costruire, abitare un territorio, creare comunità, lavorare la terra e contribuire alla loro difesa erano stati elementi centrali dell’ethos pionieristico del sionismo laburista e del movimento dei kibbutz. Negli anni Settanta una parte di quella grammatica venne raccolta e reinterpretata dal nuovo sionismo religioso, senza tuttavia scomparire completamente dalla sinistra sionista, come mostrano anche esperienze contemporanee di insediamento nella Valle del Giordano.

Gli storici Amir Goldstein ed Elchanan Shilo, in uno studio pubblicato su Israel Affairs, hanno ricostruito proprio questo passaggio generazionale: la spinta a insediare i territori conquistati nel 1967 era stata inizialmente sostenuta anche da esponenti provenienti dal movimento laburista, ma nel corso degli anni Settanta Gush Emunim ne divenne progressivamente la principale forza militante. Roger Friedland e Richard Hecht, nel loro studio To Rule Jerusalem, mostrano come Gush Emunim arrivasse a rappresentarsi come erede di una parte dell’antico ethos pionieristico israeliano, reinterpretando in chiave religiosa la figura del pioniere e l’esperienza del kibbutz. La continuità non cancellava differenze profonde: cambiavano il significato attribuito alla terra, il ruolo della religione e gli obiettivi politici. Ma restava una grammatica comune del costruire, abitare e radicarsi. Ideologie profondamente diverse finirono così per contendersi anche l’eredità dello stesso pioniere.

 

La vittoria del Likud di Menachem Begin

La vera cesura politica arrivò nel 1977. Con la vittoria del Likud di Menachem Begin, l’espansione degli insediamenti conobbe una forte accelerazione. Nel 1980 il Washington Post, riportando dati diffusi dallo stesso ufficio del primo ministro israeliano, descriveva il passaggio in Cisgiordania da circa 3.200 residenti israeliani in 24 insediamenti nel 1977 a 17.400 in 68 appena tre anni dopo. Infrastrutture, pianificazione e risorse pubbliche stavano trasformando un fenomeno ancora numericamente limitato in un progetto di ben altra scala. L’accelerazione incontrò presto resistenze americane. A Camp David, nel 1978, Jimmy Carter cercò di ottenere da Begin un congelamento delle nuove costruzioni: il premier accettò una moratoria limitata, sulla cui durata i due governi diedero interpretazioni differenti. Pochi anni dopo anche Ronald Reagan chiese un congelamento degli insediamenti, incontrando nuovamente la resistenza di Begin. Il 1977 segna dunque un passaggio importante, ma non esaurisce la trasformazione.

Negli anni successivi, accanto alla componente religiosa e ideologica, crebbe una popolazione attratta anche da ragioni più ordinarie: il costo delle abitazioni, la qualità della vita, la dimensione comunitaria, la possibilità di vivere in centri suburbani continuando a lavorare a Gerusalemme o nei grandi centri israeliani. La popolazione residente cessò progressivamente di coincidere sociologicamente con i soli movimenti ideologici che avevano promosso l’espansione degli insediamenti.

Le nuove generazioni

Il campus dell’Università di Ariel (foto Corinna Kern – WSJ)

Nei decenni successivi sono cresciute città come Ma’ale Adumim e Ariel, si sono consolidate comunità suburbane e soprattutto sono nate nuove generazioni. All’inizio del 2026, secondo i dati del Consiglio Yesha, organizzazione rappresentativa delle autorità locali israeliane della regione, oltre 540 mila israeliani vivevano in Giudea e Samaria, comprese le comunità della Valle del Giordano ma senza contare Gerusalemme Est. «Non esiste un unico tipo di persona che vive in Giudea e Samaria». A dirlo a Bet Magazine/Mosaico è Tirael Cohen, fondatrice e presidente di Kedma Hityashvut, organizzazione israeliana nata nel 2014 che coinvolge giovani nel rafforzamento delle comunità periferiche e di confine, comprese quelle in Giudea e Samaria, e ricercatrice presso il Ben-Gurion Research Institute for the Study of Israel and Zionism. «Per alcuni la religione e l’ideologia sono centrali. Per altri le ragioni sono il costo accessibile delle abitazioni, una forte vita comunitaria, una buona istruzione, la vicinanza a Gerusalemme, i legami familiari, il paesaggio o la qualità della vita. Di solito è una combinazione di tutte queste». È precisamente la normalità di molte di queste motivazioni che, secondo Cohen, tende a scomparire quando la realtà viene osservata da lontano.

«Per una giovane famiglia che sceglie dove costruire la propria vita, le considerazioni possono essere sorprendentemente ordinarie: istruzione, prezzi delle case, comunità, vicinanza alla famiglia e al lavoro, paesaggio e qualità della vita. Queste ragioni non scompaiono improvvisamente quando si attraversa una linea su una carta politica».

Anche le comunità sono differenti: città, centri suburbani, piccoli nuclei rurali e agricoli. Vi abitano religiosi, laici e persone di orientamenti politici e condizioni economiche diverse. Ma dopo quasi sessant’anni è intervenuto soprattutto un cambiamento generazionale: «Molte persone che vivono lì oggi non hanno mai preso la decisione di “trasferirsi oltre la Linea Verde”. Sono nate lì». Alcune famiglie, continua Cohen, stanno già crescendo una terza o quarta generazione: «Le loro famiglie sono lì. I loro ricordi d’infanzia sono lì. Le loro scuole, templi, amici e attività sono lì. Per loro non è una questione ideologica sulla quale si svegliano interrogandosi ogni mattina. È semplicemente casa. Il dibattito politico è reale e importante. Ma una carta politica, da sola, non può spiegare le persone che ci vivono». Hityashvut: «Dove c’è bisogno di me?»

È qui che una parola ebraica aiuta a comprendere una parte della distanza fra lo sguardo israeliano e quello europeo. Hityashvut viene normalmente tradotto come «insediamento», ma appartiene a un vocabolario sionista molto precedente al 1967. Richiama il vivere in un luogo, il radicarsi, la costruzione di una comunità. Nella storia israeliana è stato utilizzato per realtà molto diverse tra loro, che non condividono necessariamente lo stesso status politico o giuridico. «Per me hityashvut significa assumersi la responsabilità per il futuro di un luogo e di una comunità», spiega Cohen.

Tirael Cohen, fondatrice e presidente di Kedma Hityashvut

Il 7 Ottobre, nella sua lettura, ha riportato al centro anche il rapporto fra presenza civile e sicurezza: rafforzare le comunità lungo i confini significa contribuire alla capacità del Paese di mantenerle vive. Ma Cohen attribuisce a hityashvut anche un significato molto contemporaneo e meno politico: «Siamo una generazione circondata dai social media, che vede continuamente ciò che accade da qualche altra parte e sperimenta un fortissimo senso di FOMO (fear of missing out): la paura di perdersi qualcosa, che la vita stia sempre accadendo in un posto diverso da quello in cui ci troviamo. Paradossalmente, questa connessione permanente può produrre anche una profonda solitudine». Hityashvut, dice, offre quasi l’esperienza opposta: «Richiede una presenza attiva, fisica: scegliere un luogo, esserci, conoscere i propri vicini, assumersi responsabilità e diventare necessari a una comunità». Sostituisce una domanda: «Che cosa mi sto perdendo da qualche altra parte?», con un’altra: «Dove c’è bisogno di me, e che cosa posso costruire qui?». «Hityashvut non riguarda soltanto il rafforzamento di un confine geografico. Può rispondere anche a un bisogno umano molto moderno: appartenere a qualcosa di reale».

 

La violenza e la sicurezza

Raccontare questa normalità non significa ignorare la parte più dura della realtà. Negli ultimi mesi sono state documentate ripetutamente aggressioni di estremisti israeliani contro villaggi e civili palestinesi. Una minoranza può produrre conseguenze enormi: innanzitutto sulle vittime palestinesi, ma anche sulla sicurezza, sull’esercito israeliano, sull’immagine internazionale del Paese e sulla possibilità stessa di un futuro accordo. Cohen non usa mezzi termini: «La violenza contro civili palestinesi deve essere condannata chiaramente e i responsabili devono essere affrontati dalle autorità. Violenza e illegalità sono inaccettabili».

Respinge però il passaggio successivo: identificare gli autori con l’intera popolazione israeliana dei Territori: «La stragrande maggioranza degli israeliani che vivono in Giudea e Samaria è composta da cittadini rispettosi della legge. Crescono figli, vanno al lavoro, studiano, fanno volontariato e costruiscono comunità». E sintetizza: «Dovremmo essere capaci di dire chiaramente due cose nello stesso momento: la violenza deve essere affrontata e a una minoranza violenta non deve essere permesso di definire centinaia di migliaia di persone».

 

La violenza non viene solo da una parte

Uno dei tanti attacchi palestinesi contro auto israeliane: nell’aprile 2023
una mamma e due figlie sono state uccise in Samaria.

Ma la violenza della regione non procede in una sola direzione. Sparatorie, accoltellamenti e attacchi sulle strade da parte palestinese fanno parte da anni dell’esperienza di sicurezza degli israeliani che vivono in Giudea e Samaria. Proprio il 7 settembre, mentre questo articolo veniva scritto, Reuters ha riferito che un palestinese è entrato in un avamposto israeliano nei pressi di Qusra e ha accoltellato un ventenne, ferendolo gravemente. L’aggressore è stato successivamente individuato dalle forze israeliane e eliminato dopo avere tentato, secondo l’esercito, di accoltellare anche dei soldati. Cohen sottolinea questa dimensione parlando degli abitanti della regione: «Vivono anche in un’area che presenta sfide di sicurezza reali e continue». Per un palestinese, l’arrivo di un avamposto vicino al proprio villaggio può significare il timore di aggressioni o di perdere l’accesso alla propria terra. Per una famiglia israeliana, percorrere una strada in Giudea e Samaria significa anche sapere che quegli stessi luoghi sono stati teatro di attentati. La sicurezza, però, non dipende soltanto dall’esperienza della violenza. C’è anche una dimensione geografica che aveva già orientato le scelte dei primi governi laburisti dopo il 1967.

La dorsale montuosa dei Territori sovrasta la pianura costiera israeliana, dove si concentrano una parte rilevante della popolazione e delle infrastrutture del Paese, mentre in alcuni punti fra la Linea Verde e il Mediterraneo la profondità del territorio israeliano si riduce a poche decine di chilometri. La Valle del Giordano costituisce inoltre il margine orientale del Paese. Alture, profondità strategica e controllo delle vie di accesso sono perciò entrati da decenni nel dibattito israeliano sulla sicurezza e sul futuro del territorio.

A questa geografia si è sovrapposta l’esperienza degli ultimi trent’anni. Nella percezione israeliana pesa profondamente ciò che accadde dopo Oslo. Con Oslo II, le principali città palestinesi passarono progressivamente nell’Area A, dove l’Autorità Palestinese assunse l’amministrazione e la responsabilità per la sicurezza interna e l’ordine pubblico. Negli anni successivi, però, Israele fu colpito da una lunga serie di attentati e, con la Seconda Intifada iniziata nel 2000, la violenza raggiunse il suo culmine: entro la fine del 2003 erano stati uccisi circa 900 israeliani e feriti oltre 7 mila. Jenin divenne uno dei simboli di quella crisi. Passata sotto l’amministrazione dell’Autorità Palestinese nel quadro del processo di Oslo, durante la Seconda Intifada la città e soprattutto il suo campo profughi divennero uno dei principali centri dell’attività dei gruppi armati palestinesi. Da Jenin provenne, per esempio, l’attentatrice della Jihad islamica che nel 2003 si fece esplodere nel ristorante Maxim di Haifa, uccidendo 21 persone. Più di vent’anni dopo, Reuters descrive ancora Jenin come uno dei principali focolai del conflitto: l’Autorità Palestinese vi ha perso influenza a favore di gruppi armati, tra cui Hamas e Jihad islamica.

Geografia ed esperienza storica finiscono così per sovrapporsi. È anche alla luce di entrambe che una parte della società israeliana guarda alla possibilità di ulteriori ritiri dalla Cisgiordania: non soltanto come a una questione di confini o di ideologia, ma chiedendosi che cosa accadrebbe alla sicurezza nelle aree lasciate sotto il controllo palestinese.

 

La diversa grammatica del dibattito israeliano

La parola «coloni» nasconde un’altra distinzione: quella utilizzata dalla stessa politica israeliana. Nel dibattito internazionale la collocazione oltre la Linea Verde tende spesso a costituire una categoria sufficiente. In Israele si distingue invece fra grandi blocchi, città, insediamenti isolati e avamposti non autorizzati. Non è una distinzione esclusiva della destra. Nel 2016 Yair Lapid, leader centrista di Yesh Atid, proponeva di congelare le costruzioni al di fuori dei grandi blocchi in cambio della possibilità di costruire al loro interno, citando esplicitamente Gush Etzion, Ma’ale Adumim e Ariel.

Il punto era proprio contestare una rappresentazione binaria: o costruire ovunque oppure non costruire da nessuna parte. Questa logica ha attraversato anche molti progetti negoziali: alcuni grandi blocchi sotto sovranità israeliana in cambio di scambi territoriali, altri insediamenti eventualmente evacuati, territori destinati allo Stato palestinese. Ma la Linea Verde non è l’unica linea che attraversa il territorio. Dagli accordi di Oslo ne esistono altre, meno visibili sulle carte del dibattito pubblico ma ancora decisive per comprendere chi eserciti concretamente il potere e dove: quelle che separano le Aree A, B e C.

 

A, B e C: la geografia lasciata da Oslo

Anche parlare genericamente di «Palestina» rischia di nascondere una parte della realtà. Dal 1995, infatti, il territorio è attraversato dalla divisione provvisoria introdotta dagli accordi di Oslo II fra Area A, Area B e Area C. La differenza riguarda innanzitutto chi esercita concretamente il potere. L’Area A comprende soprattutto i maggiori centri urbani palestinesi, nei quali l’Autorità Palestinese esercita competenze civili e di sicurezza interna e dove i cittadini israeliani non possono entrare (per legge e per la propria incolumità). Nell’Area B l’Autorità Palestinese amministra la popolazione palestinese e svolge compiti di ordine pubblico, mentre Israele conserva responsabilità di sicurezza. A e B, insieme, rappresentano poco meno del 40% di Giudea e Samaria. Il restante 60% circa costituisce l’Area C. Qui, nell’assetto interinale stabilito da Oslo, Israele mantiene il controllo della sicurezza e delle principali competenze territoriali, comprese pianificazione e costruzioni. Ed è proprio nell’Area C che si concentra la rete degli insediamenti israeliani riconosciuti dallo Stato. La conseguenza è una geografia a mosaico. Una strada può attraversare aree sottoposte a regimi differenti; località palestinesi e israeliane distanti pochi chilometri possono dipendere da autorità diverse; sicurezza, pianificazione e amministrazione non seguono sempre la stessa linea. Che queste distinzioni abbiano conseguenze concrete lo ha mostrato proprio la cronaca di questi giorni. Reuters ha riferito che il 6 settembre Netanyahu ha ordinato lo smantellamento di avamposti sorti senza autorizzazione israeliana. A precisarne la collocazione è stato Bezalel Smotrich: pur contestando la decisione, il ministro delle Finanze ha affermato che Netanyahu aveva dato istruzione di evacuare i luoghi costruiti nelle Aree A e B. Lo stesso Smotrich ha rivendicato invece i progressi compiuti dal governo nell’espansione degli insediamenti in Area C.

La distinzione fra le tre aree, quindi, non appartiene soltanto alla storia degli accordi di Oslo: continua a incidere sulle scelte dello stesso governo israeliano. Ma proprio Oslo impone una precisazione fondamentale. A, B e C indicano un sistema di amministrazione nato come provvisorio, non tre diverse sovranità. L’Area C non venne attribuita a Israele come territorio sovrano: confini, Gerusalemme e insediamenti furono rinviati al negoziato sullo status permanente. Controllare un territorio e possederne il titolo di sovranità, in altre parole, sono due questioni differenti.

 

Il nodo del diritto

È qui che storia, politica e diritto rischiano più facilmente di sovrapporsi. Una ricostruzione sostenuta da David Elber e ripresa da Niram Ferretti parte dagli atti di Sanremo, dal Mandato britannico per la Palestina, dall’articolo 80 della Carta delle Nazioni Unite, dalla natura originariamente armistiziale della Linea Verde e dalla contestata sovranità giordana sulla Cisgiordania tra il 1948 e il 1967. Alcuni elementi sui quali insiste questa lettura sono rilevanti: la Linea Verde del 1949 nacque effettivamente come linea armistiziale e non come confine internazionale definitivo; la sovranità giordana sulla Cisgiordania non ricevette un riconoscimento internazionale generalizzato; la storia giuridica del territorio non comincia nel 1967.

Più controverso è il passaggio da queste premesse alla conclusione che Israele disponga di un titolo sovrano sull’intera Giudea e Samaria. La Corte internazionale di giustizia è giunta a una conclusione differente. Nel parere consultivo del 19 luglio 2024, la Corte ha considerato Cisgiordania e Gerusalemme Est territorio occupato, ha ritenuto applicabili le norme internazionali sull’occupazione e ha escluso che l’occupazione possa produrre per Israele un titolo di sovranità. Per la Corte, gli insediamenti e il regime ad essi associato violano il diritto internazionale. La distanza fra le due ricostruzioni è profonda. Ma proprio per questo è utile evitare scorciatoie.

La circostanza che a Hebron o nel Gush Etzion esistessero comunità ebraiche prima del 1948 non implica un’estensione della sovranità. Allo stesso modo, determinare lo status giuridico contemporaneo di un territorio non cancella la storia di chi vi ha vissuto. Legame storico, presenza civile e sovranità sono tre concetti diversi.

 

Dal diritto all’accordo

Anche la più solida delle ricostruzioni giuridiche incontra, a un certo punto, un limite politico. Stabilire quale titolo possa essere rivendicato su un territorio, o quali comportamenti siano consentiti dal diritto internazionale, non equivale a costruire un assetto nel quale due popolazioni siano disposte a vivere stabilmente. Una soluzione destinata a durare richiede, prima o poi, un accordo fra le parti e leadership capaci non soltanto di firmarlo, ma di farlo accettare e rispettare dalle rispettive società. Il destino di territori e insediamenti è del resto già stato oggetto di negoziati avanzati. Dal processo iniziato a Camp David nel 2000 ai parametri Clinton e ai colloqui di Taba del gennaio 2001, israeliani e palestinesi discussero concretamente di confini, Gerusalemme, sicurezza, rifugiati e scambi territoriali; a Taba le delegazioni dichiararono di non essere mai state così vicine a un accordo. Nel 2008 Ehud Olmert propose a Mahmoud Abbas uno Stato palestinese sulla grande maggioranza di Giudea e Samaria-Cisgiordania, con scambi territoriali che avrebbero lasciato a Israele alcuni dei principali blocchi. Anche quel negoziato terminò senza un accordo. Questi precedenti mostrano qualcosa di importante: il controllo israeliano dell’intero territorio non è sempre stato considerato dagli stessi governi israeliani una condizione indisponibile.

Parti molto ampie dei Territori sono già state oggetto di proposte negoziali per la costituzione di uno Stato palestinese. Il problema diventa allora anche quello dell’interlocutore: esiste oggi, dall’altra parte, una leadership dotata della legittimità necessaria per concludere un accordo e della forza politica per farlo rispettare?

L’ultimo sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research, condotto fra il 5 e l’8 agosto 2026 in Cisgiordania e Gaza, restituisce una società palestinese attraversata da spinte contraddittorie. Il 44% degli intervistati considera oggi il negoziato lo strumento più efficace per ottenere uno Stato palestinese, contro il 27% che indica la lotta armata. Dieci mesi prima i valori erano rispettivamente 36 e 41%. Quando vengono messe a confronto tre alternative politiche, il 56% indica inoltre come preferibile una soluzione a due Stati basata sui confini del 1967.

Sono dati che mostrano uno spazio politico per il negoziato più ampio di quanto spesso si immagini. Ma proprio qui emerge il problema della rappresentanza. Il sostegno ad Hamas è sceso al 24%; il 44% ritiene che né Hamas né Fatah meritino di guidare il popolo palestinese; il 79% vuole le dimissioni di Mahmoud Abbas e il 65% considera l’Autorità Palestinese più un peso che una conquista. Allo stesso tempo, il 72% si oppone al disarmo di Hamas prima di un completo ritiro israeliano da Gaza. Il paradosso è evidente: cresce la convinzione che il negoziato possa essere più efficace delle armi e una maggioranza, posta davanti ad alternative concrete, continua a scegliere la prospettiva dei due Stati. Ma resta profondissima la sfiducia nelle istituzioni che dovrebbero negoziarli e molto forte, nelle condizioni attuali, la resistenza al disarmo di Hamas.

Il problema di un eventuale accordo sarà trovare leadership dotate della legittimità necessaria per negoziarlo e della forza politica necessaria per farlo rispettare il giorno dopo.

 

Presenza e sovranità

Resta infine una domanda che nel dibattito viene posta raramente. Se un futuro accordo attribuisse allo Stato palestinese la sovranità su parti di Giudea e Samaria nelle quali oggi esistono comunità ebraiche, la pace richiederebbe necessariamente che nessun ebreo possa più viverci? Oppure almeno alcune di quelle comunità potrebbero continuare a esistere accettando una sovranità palestinese, così come cittadini arabi vivono oggi sotto sovranità israeliana? Una soluzione simile aprirebbe problemi enormi di sicurezza, cittadinanza, proprietà, uguaglianza giuridica e libertà di movimento. Serve però a separare due concetti che il conflitto tende continuamente a sovrapporre: la presenza di una popolazione e la sovranità sul territorio nel quale vive. Riconoscere il diritto palestinese all’autodeterminazione non richiede di cancellare la storia ebraica della Giudea e Samaria. Riconoscere quella storia non determina, a sua volta, la sovranità israeliana sul territorio. E prendere atto che oggi vi vive una popolazione israeliana di oltre mezzo milione di persone, parte della quale vi è nata e vi cresce ormai i propri figli, significa riconoscere una realtà umana con la quale qualunque soluzione politica dovrà fare i conti. Alla domanda su quale sia il principale equivoco occidentale sugli israeliani che vivono in Giudea e Samaria, Cohen risponde con quattro parole: «Che siano tutti uguali. Qualunque soluzione politica si sostenga, queste persone non sono un’astrazione su una carta diplomatica. Le mappe possono dirci dove vivono le persone. Non possono dirci chi sono quelle persone».

 

Giudea e Samaria Cisgiordania, West Bank 

La geografia e il potere dei nomi «ufficiali»

Giudea e Samaria o Cisgiordania? Magari, addirittura, West Bank? Nel documentato articolo di queste pagine, la regione al cuore della Terra di Israele è definita con i termini storici. Non è una scelta ideologica né un’attestazione politica. Piuttosto è una decisione che arriva da una semplice constatazione geografica: per almeno tremila anni, se non di più, quelle aree di Eretz Israel sono state conosciute nel mondo con il loro toponimo ebraico, Yehuda ve Shomron, ovviamente declinate secondo le differenti lingue locali. Da dove proviene dunque il termine Cisgiordania, ormai di uso comune in Italia e in Francia (nei Paesi anglosassoni è preferito l’utilizzo di West Bank, riva occidentale)? La nascita di questa definizione è dovuta a una decisione del governo giordano, subito dopo l’invasione di quelle aree nel 1948-49 e la conseguente annessione al Regno, peraltro non riconosciuta globalmente se non da Gran Bretagna e Pakistan.

La parola inventata per dare legittimità all’assimilazione di quella regione alla Giordania (durata solo 19 anni, dal 1948 al 1967) rimase nell’uso comune anche in seguito ma per ragioni differenti. La riconquista di Giudea e Samaria da parte dell’esercito di Israele doveva rimanere un incidente storico, e mai si sarebbe potuto o dovuto riconoscerne il legame con gli ebrei, di nuovo sovrani sulla propria terra dopo un esilio di duemila anni. Ecco: la definizione Cisgiordania è in verità la più politica delle espressioni. Perché sottintende che non ha nulla a che vedere con gli israeliani-ebrei. Noi sappiamo che non è così. Al di là del futuro amministrativo di Giudea e Samaria, in attesa di una pace che Israele ha offerto più e più volte, invano, noi intendiamo guardare alla realtà per quella che è, senza timore di nasconderci dietro alle parole.

 

Le parole

Coloni, settlers, contadini, hityashvut

Le parole hanno un peso che spesso va oltre il loro significato stretto. Nel caso degli insediamenti israeliani in Giudea e Samaria, area – almeno in Italia e Francia – chiamata Cisgiordania (vedi sopra), i termini colonie e coloni sono ormai diventati sinonimo di prevaricazione e illegalità, avendo acquisito un’accezione negativa per via della narrazione del conflitto che vede Israele come occupante, non soltanto nei Territori conquistati nel 1967 ma, secondo la versione più radicale, in tutta la regione. Nell’articolo di queste pagine cerchiamo di raccontare i fatti da un punto di vista storico e, inevitabilmente, politico, descrivendo soprattutto il lato umano della questione. Dunque, se colono viene dal latino colonus e indica chi coltiva un terreno altrui o chi si insedia in un nuovo territorio per abitarlo e lavorarlo, e di fatto è sinonimo di contadino, la voce inglese settler porta lo stesso significato ma è meno incisiva del sinonimo colonizer. In ebraico la parola hityashvut, insediamento, dal verbo yashav, abitare, evoca invece il processo di ritorno degli ebrei alla loro Patria storica.