di Pietro Baragiola
Intitolato Seppellite il mio cuore a Tel Aviv, il testo di Luca Zevi è stato al centro dell’incontro organizzato giovedì 1° ottobre dalla Fondazione Corriere della Sera nella Sala Buzzati di Milano, dove Zevi lo ha letto insieme all’attore Olek Mincer. A confrontarsi sulle sue parole sono stati il giornalista Ferruccio de Bortoli, il sociologo Luigi Manconi, la senatrice Liliana Segre e il presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi, tutti coordinati da Milena Santerini.
È un canto d’amore ma anche di rabbia e inquietudine quello con cui l’architetto e urbanista Luca Zevi ha raccontato il proprio rapporto con Israele e le lacerazioni aperte dal 7 ottobre e dalla guerra che ne è seguita.
Intitolato Seppellite il mio cuore a Tel Aviv, il testo è stato al centro dell’incontro organizzato giovedì 1° ottobre dalla Fondazione Corriere della Sera nella Sala Buzzati di Milano, dove Zevi lo ha letto insieme all’attore Olek Mincer.
A confrontarsi sulle sue parole sono stati il giornalista Ferruccio de Bortoli, il sociologo Luigi Manconi, la senatrice Liliana Segre e il presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi, tutti coordinati da Milena Santerini, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah.
“Lo considero un testo nato dall’impossibilità di ricorrere alle parole abituali per raccontare una realtà troppo dolorosa e contraddittoria” ha chiarito Zevi che nei mesi scorsi aveva già spiegato come il suo viaggio in Israele lo avesse spinto a cercare un linguaggio diverso, capace di accogliere una componente emotiva e poetica. “Ho scelto Tel Aviv e non Gerusalemme in quanto vedo nella seconda un luogo dove il conflitto è insanabile mentre nella prima il simbolo di una convivenza ancora possibile tra due popoli.”
Essere legati ad Israele e poterne criticare il governo
Nel corso della serata Santerini ha indicato nella chiave poetica uno strumento per affrontare un dilemma difficile: “poter criticare Israele continuando però a sentirsi profondamente legati allo Stato ebraico”. Una posizione che, soprattutto dopo il 7 ottobre, per molti ebrei significa rivendicare la possibilità di partecipare al dolore prodotto dal conflitto, senza che questo cancelli quello israeliano.
Sullo stesso terreno si è mosso de Bortoli, rivendicando “il diritto e il dovere di contestare la condotta del governo israeliano quando la si ritiene contraria ai principi di umanità e alla stessa storia di Israele”.
L’ex direttore del Corriere della Sera ha aggiunto che “è importante esprimere la propria posizione perché lasciar vincere la paura di essere catalogati significa far sì che vinca la disumanità: davanti alla difesa della dignità della persona, il terreno comune resta quello della civiltà e del rispetto della natura umana.”
Un saluto registrato è arrivato anche da Livia Ottolenghi che ha definito il canto di Zeni “un atto di coraggio e un momento di grande espressione di libertà”.
Luigi Manconi invece ha approfittato del suo intervento per richiamare il rapporto, non sempre privo di tensioni, tra gli ebrei della Diaspora e quelli israeliani, ricordando anche lo sguardo amaro e talvolta commiserante con cui in passato una parte della Diaspora osservava la realtà dello Stato ebraico mantenendo sullo sfondo, la contraddizione tra una tragedia immane e la costruzione di un’identità statuale.
Zuppi e Segre: ascoltare il dolore altrui
Parlando del futuro, è stato il cardinale Zuppi a insistere sulla necessità di recuperare un linguaggio comune.
“In un tempo nel quale esprimere una posizione porta spesso a vedersene attribuita immediatamente un’altra, opposta e automatica, dobbiamo ricordarci che il dissenso non deve diventare motivo per mettere in discussione la fraternità” ha affermato Zuppi. “La sofferenza ebraica non può essere utilizzata per nascondere quella palestinese, così come riconoscere quest’ultima non significa negare la prima. Sono due dolori che convivono nello stesso cuore”.
Il cardinale si è anche imposto con autorevolezza nel condannare in maniera netta tutti i crimini che hanno visto come vittime i civili dei due schieramenti: “non si può tollerare né la violenza ai coloni di Gaza né qualsiasi atto antisemita commesso altrove con il pretesto di essere contro Israele. Questi gesti vanno condannati senza equivoci.”
Zuppi ha aggiunto che le principali vittime della guerra sono proprio le parole, le relazioni e la fiducia ed ha spiegato che “ricostruirle può essere persino più difficile che ricostruire le case”.

L’ultimo intervento della serata è spettato a Liliana Segre che ha voluto invitare i presenti ad una riflessione sul concetto d’indifferenza.
Nel suo intervento la senatrice ha ricordato quando, a 8 anni, le leggi razziali le hanno impedito di continuare a frequentare la scuola pubblica. Suo padre allora ha deciso di chiamare a casa la maestra, ma la risposta dell’insegnante è rimasta ancora oggi impressa nella mente e nel cuore di Liliana: “io non c’entro niente e non voglio essere coinvolta”.
“Non posso dimenticare quella maestra, perché da guida educativa ed esempio per le future generazioni per me è diventata in quel momento il simbolo dell’indifferenza” ha raccontato Segre.
Un’indifferenza che la senatrice ha legato anche al presente e alle minacce che continua a ricevere a 96 anni nonostante abbia scelto per tutta la vita di non assomigliare ai propri persecutori e di predicare la pace.
“Non posso smettere di pensare che, quando morirò, questo accadrà probabilmente nell’indifferenza generale” ha affermato la senatrice, sfiduciata dall’aumento del negazionismo e antisemitismo in tutto il mondo.
Un’affermazione tragica e potente a cui tutta la sala ha risposto quasi all’unisono con un’unica parola, piena di speranza: “impossibile!”







