Riscoprirsi archeologi, esploratori, astronauti

di Pia Jarach

In viaggio con il Keren Hayesod fra passato, presente e futuro d’Israele

È ormai trascorso un mese dal nostro rientro in Italia, ma il racconto del nostro ultimo viaggio in Israele con il KH rimaneva bloccato nella penna. Del resto sarà capitato anche a voi di vivere esperienze così intense da temere di non riuscirle a raccontare con il giusto equilibrio, riportando gli incontri, le visite e le scoperte in modo oggettivo ma al tempo stesso anche con il loro carico di emozioni e di riflessioni profonde…

Ogni volta che parto per una di queste ‘missioni’ mi dico che sarà molto simile a quella dell’anno precedente e puntualmente mi devo ricredere. Perché, ogni volta, il KH mi riesce a sorprendere trasformando il gruppo in viaggio ora in archeologi, ora in esploratori, fino a lanciarci nel futuro quasi fossimo astronauti.

Quest’anno abbiamo viaggiato nei tempi di Erode il Grande e dei suoi incredibili e costosissimi palazzi con l’aiuto delle cronache di Giuseppe Flavio, citato con puntualità e sapienza dalla nostra Giordana che, oltre che guida, è ricercatrice di storia presso l’università di Gerusalemme. Abbiamo avuto la fortuna di arrivare a Gerusalemme proprio negli ultimi giorni di esposizione della mostra sul “viaggio finale di re Erode” che si è tenuta al Museo d’Israele, dove abbiamo tra l’altro ricevuto molte e nuove informazioni sui Rotoli del Mar Morto custoditi nel famoso Santuario del Libro e sulle fasi del loro ritrovamento.

Il passato meno antico lo abbiamo invece incontrato nella città del misticismo e dell’arte ebraica, Safed, entrando nelle sinagoghe e aggirandoci per le sue strette viuzze pullulanti di botteghe, di gallerie e di continue sorprese. L’alta Galilea è stata la nostra prima tappa, con base al bell’hotel del Kibutz Lavi.

Le sveglie quasi militaresche servivano a dilatare le giornate, a rendere possibile una tabella di marcia così ricca e intensa che avrebbe stroncato anche un ragazzino.

Ma nemmeno i più senior del gruppo hanno mai gettato la spugna, tanto era la voglia di non perdere nemmeno un istante di un viaggio così unico e interessante.

Pensate infatti che il primo incontro di quelli che non si dimenticano è avvenuto sulle alture del Golan, proprio da dove si abbraccia con un solo sguardo il confine con la Siria fin quasi a Damasco, con un giovane generale di Tzaal. Ci siamo trovati di fronte a quell’irriducibile spirito di servizio e di amore per la propria Patria che ti lascia senza parole: il generale Hirsch si è presentato a noi con grande semplicità, raccontandoci del terribile attentato di cui è stato vittima predestinata durante la seconda Intifada. Il suo ruolo era così importante che i palestinesi avevano deciso di eliminarlo. Non scenderò nei particolari, vi basti sapere che gli ci sono voluti 2 interi anni di operazioni, ospedali e riabilitazione prima di rimettersi in piedi, per metà ricostruito internamente a causa delle tremende lesioni subite. La logica farebbe supporre che dopo una simile esperienza, la sua attività sarebbe diventata di tipo sedentario, in qualche ufficio dell’esercito…invece il giorno stesso delle dimissioni ufficiali dall’ultimo ricovero è tornato in servizio attivo perché ancora più motivato a difendere il suo Paese e i suoi figli. Da allora vive nel dolore fisico, ma nella ancor più lucida e determinata volontà di proteggere Israele e i suoi abitanti continuando a lavorare sodo nella sua posizione di alta responsabilità. Proprio in virtù di questa sua posizione ci ha spiegato cosa sta avvenendo a pochi kilometri dal confine, in una Siria ridotta ormai a un collage di bande armate (da tutti i contendenti più o meno occulti sullo scacchiere del Medio Oriente), che guerreggiano distruggendo qualsiasi possibilità di un ritorno a un vero Stato. Questo rende la regione paradossalmente e nell’immediato meno pericolosa per Israele, almeno fino a che non dovesse prevalere la fazione legata a Hezbollah e all’Iran.

Per farci capire quanto questo scenario instabile sia vicino e quanto quelle alture conquistate per miracolo nella guerra del Kippur siano quanto mai preziose per garantire la sicurezza di Israele, ci ha poi accompagnati in jeep, insieme ad altre guide, in un veloce tour fino ad un valico di confine. Lì abbiamo assistito ad una scena simile a quella del film israeliano “La sposa siriana”, dove giovani donne druse si avviavano verso nuova vita a Damasco e nel resto della Siria, salutando per sempre le proprie famiglie. C’erano anche giovani che, ci hanno detto, varcavano il confine per andare a studiare a Damasco: la chiamereste incoscienza, ignoranza o ineluttabilità?

Un poco scossi nel vedere quei giovani andare verso un destino tanto incerto pur potendo scegliere di restare in Israele, ci siamo avviati sulla strada del ritorno al nostro pullman rinfrancati almeno dal panorama degli splendidi meleti coltivati dagli israeliani proprio lungo il confine, quasi a confermare che la vita, dopo tutto, vince sempre.

Un presente meno denso d’inquietudine, anzi pieno di speranza, è stato quello che abbiamo toccato con mano nel villaggio di Ramat Hadassah che accoglie giovani a rischio, li educa e li forma con un’altissima percentuale di successo, portandone la maggior parte al diploma e all’ingresso nell’esercito come tutti gli altri loro coetanei israeliani. A questo proposito ho il piacere di testimoniare che il progetto sponsorizzato dalla Women’s Division di Milano per il 2013, “case per i soldati senza famiglia” ha preso forma proprio in questo villaggio, gli appartamenti sono funzionanti e accolgono già gli ex ragazzi che lì si sono riscattati, durante le feste e le licenze: è davvero una bella soddisfazione vedere dal vivo che sostenere il KH ripaga, non solo chi dona, ma soprattutto chi ne beneficia!

Anche il centro di assorbimento di Safed per i nuovi immigrati in Israele è stato un bel bagno di soddisfazione per noi esploratori del presente israeliano, un’esperienza vincente che dovrebbe poter essere adottata da tutta Europa nell’assorbimento e per l’integrazione dei suoi sempre più numerosi immigrati…

Altre realtà dedicate ai giovani ci hanno positivamente toccato, come la prima sera nel villaggio giovanile di Ben Yakir a Hedera, dove abbiamo fra l’altro capito che in Israele esiste un nuovo movimento di finanziatori che s’impegnano anima e corpo a favore di quelli in sofferenza e in difficoltà, dedicando le proprie finanze e la propria esperienza manageriale al bene più prezioso di Israele, che sono appunto i giovani.

Ma il progetto che più di tutti ci ha sorpreso per la sua rivoluzionaria idea di base è stato il progetto NET@, di cui abbiamo visitato il centro di Hatzor Haglilit, in Galilea.

Il suo claim è “da alto rischio ad alta tecnologia” ed è un programma quadriennale di formazione extracurricolare rivolto agli studenti della periferia sociale, economica e geografica di Israele che frequentano le scuole superiori. NET@ offre a migliaia di ragazzi una preparazione tecnologica avanzata e contemporaneamente promuove valori sociali, volontariato presso le loro comunità e li aiuta a sviluppare capacità di leadership.

Il programma è reso possibile dalla stretta collaborazione fra: la CISCO Networking Academy, che mette a disposizione i suoi corsi informatici di base e avanzati oltre al personale insegnante; la Jewish Agency e il Keren Hayesod che provvedono all’aspetto economico e logistico.

Il programma NET@ è intenso e impegna i ragazzi e le ragazze che vi aderiscono molto seriamente e contemporaneamente punta a rafforzare i valori del multiculturalismo, della democrazia, dell’eccellenza e della convivenza. Nelle città di Akko, Ramla e Nazareth è stato addirittura avviato un programma speciale di coesistenza fra ebrei, cristiani e musulmani: mentre studiano reti, sistemi e tutti i segreti del computer (che imparano addirittura a smontare, rimontare e riparare!) i partecipanti hanno l’opportunità di instaurare relazioni profonde con i compagni di altre etnie e religioni. Così, oltre ad eccellere in ambito hi-tech diventano promotori di scambi culturali per una coesistenza pacifica fra le diverse anime di Israele.

Per darvi un’idea dei risultati che sono già stati ottenuti vi basti sapere che il 60% dei diplomati NET@ viene selezionato nelle unità d’élite tecnologica dell’esercito; che ad oggi il programma ha cambiato la vita già ad oltre 3000 ragazzi; che il premio all’eccellenza per il Volontariato 2012 è stato consegnato dal Presidente Peres proprio al progetto NET@ per la qualità delle 250.000 ore di volontariato prestate in un anno e che i ragazzi che partecipano al programma ottengono il 50% in più di successi all’esame di maturità (rispetto ai loro coetanei) anche in inglese avanzato, informatica e nelle materie scientifiche!

Non è semplicemente, fantastico?

Le sorprese sono state ancora diverse ma altrettanto intense, quando siamo stati eccezionalmente ricevuti dalla società Rafael e nel Centro di ricerca nucleare di Soreq (non scherzo, quando dico che il KH non finisce mai di stupirmi!)

Rafael è nata come costola del Ministero della Difesa israeliano e progetta ed è oggi quotata in borsa: sviluppa, produce e fornisce un’ampia gamma di sistemi di difesa hi-tech a uso aerospaziale, marittimo e terrestre, fra cui diversi missili e l’Iron Dome.

L’ingegnere che ci ha ricevuti aveva un sorriso e una parlantina da grande enterteiner e ci ha illustrato con disponibilità e simpatia le loro realizzazioni più recenti fra cui il famoso Iron Dome, il sistema che, tanto per intenderci, durante l’ultimo attacco sferrato dal Libano ha sensibilmente limitato i danni dei missili lanciati sulle città israeliane. Grazie alla sua avanzatissima tecnologia è in grado di individuare quali fra i missili lanciati arriverebbero a colpire bersagli sensibili e di distruggerli prima che arrivino a destinazione. Rafael produce anche droni (mezzi volanti o naviganti senza pilota) per il pattugliamento dei confini e delle acque territoriali.

Devo dire che eravamo tutti increduli quando abbiamo capito che il nostro affabile anfitrione non era semplicemente responsabile delle relazioni pubbliche di Rafael, ma anzi, è uno degli ingegneri responsabili della progettazione: cose che capitano solo in Israele…o forse solo a chi partecipa alle missioni del KH?

Il capitolo del futuro di Israele si è chiuso in gloria con la visita al Centro di ricerca nucleare di Soreq, dove stanno costruendo un nuovissimo acceleratore –lineare- di particelle, che fra qualche anno andrà completamente a sostituire l’ancora funzionante centrale nucleare tradizionale. A Soreq si fa ricerca e si produce materiale per la medicina nucleare e per tutti gli altri ambiti scientifici in cui il nucleare trova applicazione.

Se ci aveva stupito l’affabilità dell’ingegnere di Rafael, qui siamo rimasti addirittura stupefatti dalla giovanissima età degli ingegneri che ci hanno accompagnati e che ci hanno illustrato il centro: ancora una volta è la dimostrazione che solo Israele può affidare e fidarsi dei giovani nei suoi centri di eccellenza, non come in Italia, dove i giovani scienziati sono costretti tanto spesso a emigrare…

E per concludere in bellezza abbiamo trascorso lo Shabat a Gerusalemme con grandi passeggiate, accolti dalla Sinagoga italiana e cullati dalle bellezza della città vecchia.

Non vi ho parlato del cibo, ma ormai è sempre curatissimo perfino nelle mense dei villaggi giovanili. L’apice da veri gourmet è stato però raggiunto l’ultima sera con un catering eccellente: per la nostra cena di arrivederci è stata allestita la sala congressi del Museo Herzl dopo che ne abbiamo “assaporato” la sua imperdibile esperienza multimediale sulla storia di Herzl e del movimento sionista.

A salutarci il Direttore generale del KH, Greg Masel e Ofer Bavli, Direttore del Dipartimento israeliano del JUF, con cui abbiamo avuto un ultimo confronto sulla situazione di Israele rispetto alle “primavere arabe” e alle mai sopite minacce che lo circondano.

Ho cercato di farvi partecipi del ricchissimo programma della nostra missione 2013, ma so per certo di aver dimenticato incontri, luoghi, personaggi e spero che non me ne voglia nessuno: già così il mio testo dovrà essere ridotto per esigenze di redazione….

Vorrei solo spendere ancora due parole sul nuovo schaliach del KH in Italia, Carmel Luzzato, perché è stato fondamentale in molti degli incontri che sono stati organizzati, avendo alle spalle un passato da anchorman della TV israeliana e conoscendo pieghe e risvolti della realtà e della gente del suo Paese assolutamente unici. Grazie Carmel, sei stato un ottimo compagno di viaggio e un ancora migliore accompagnatore. Credo di poterlo dire a nome di tutti i partecipanti alla missione, che come sempre annoveravano amici fedelissimi ma anche amici nuovi, molto coinvolti e informati pur non facendo parte delle nostre Comunità.

Spero di essere dunque riuscita a trasmettere l’energia prorompente che si respira solo in Israele, con la capacità tutta sua di conciliare lo sguardo sempre puntato al futuro, alla integrazione e a favore del progresso umano e scientifico, pur nella necessità di saper rispondere con altrettanta energia alle sfide di “vicini” purtroppo ancora assai lontani da quello sguardo.

Arrivederci al prossimo appuntamento. Ve, shalom.