di Ilaria Myr
Hanno perso amici, parenti, le proprie case. Hanno visto l’orrore in faccia, alcuni mentre erano ostaggi a Gaza. Hanno subito dei traumi che impiegheranno molto tempo a superare. Eppure, le comunità della zona più colpita durante quel «sabato nero» hanno ricominciato a vivere e a crescere: gli abitanti stanno tornando e molte nuove famiglie decidono di stabilirsi proprio lì. Perché celebrare la vita è più importante di tutto. Le testimonianze dalle comunità del sud di Israele a tre anni dal 7 ottobre
«Abbiamo deciso di distruggere tutti gli edifici bruciati o danneggiati. Ora è un kibbutz rinnovato, bellissimo, con tanto verde, in cui nuove famiglie sono venute a vivere, e altre sono nella lista di attesa. Questo è il sionismo nel 2026!». Così Adele Raemer, americana trasferitasi negli anni ’70 nel kibbutz Nirim, a due chilometri di Gaza, nella cosiddetta Gaza Envelope, racconta con soddisfazione a Bet Magazine-Mosaico come la sua comunità si stia risollevando dopo l’attacco del 7 ottobre, che solo lì ha causato 7 morti (due dei quali rapiti e poi uccisi nel febbraio 2024 a Gaza) e 5 rapiti, di cui tre tornati nell’ambito degli accordi del novembre 2023, come ci aveva spiegato Adele stessa in un’intervista (vedi Bet Magazine aprile 2025) e come ha scritto più volte sulla pagina Facebook Life on border with Gaza. Ma Nirim è solo una delle tante comunità colpite quel «sabato nero» che sta tornando alla vita: in tutta la zona, infatti, si assiste a una vera e propria rinascita della vita comunitaria e alla ricostruzione delle infrastrutture danneggiate, grazie anche a donazioni esterne.
A Be’eri, uno dei maggiormente colpiti (132 persone uccise barbaramente il 7 ottobre e 32 persone prese in ostaggio), a luglio sono state buttate giù tutte le case danneggiate e bruciate quel giorno tranne una, lasciata come testimonianza duratura degli orrori dell’invasione terroristica. Erano case piene di ricordi di famiglia, avventure infantili, amicizie, festeggiamenti e i ritmi della vita quotidiana. Ma lo sgombero del terreno sta aprendo la strada a un nuovo futuro, mentre la comunità rimane impegnata a onorare ciò che è stato, a ricordare ciò che è accaduto e a costruire ciò che sarà. Sono in costruzione un nuovo centro ricreativo per i giovani e un nuovo complesso medico, mentre è in corso la ristrutturazione di un centro di riabilitazione per gli anziani del kibbutz.
Anche al Kibbutz Nir Yitzhak è tornata la quasi totalità degli abitanti, e ogni tre settimane nasce un bambino. Un vero e proprio baby boom per questa comunità di 580 persone, che quel 7 ottobre è stata colpita in modo importante: sei membri sono stati uccisi mentre cercavano di affrontare i terroristi, e altri due sono stati assassinati fuori dai confini del kibbutz. Otto persone sono state rapite: tre di loro rilasciate vive in seguito a un accordo, due liberate vive durante un’operazione militare, e altri tre membri che avevano combattuto e perso la vita sono stati ritrovati a Gaza. Oggi cinque nuove famiglie sono in fase di integrazione e anche i figli e le figlie del kibbutz stanno tornando per stabilirvisi definitivamente.
Qui, dopo un anno sabbatico passato in Italia, è tornato anche Daniel Lanternari, romano trasferitosi nel kibbutz trent’anni fa, che all’indomani del 7 ottobre ci aveva raccontato la sua esperienza durante quel «sabato nero» (vedi Bet Magazine novembre 2023). «Dopo il 7 ottobre, la mia famiglia ha passato un anno divisa: mia moglie e i miei figli evacuati in un hotel a Eilat e io a Beer Sheva – ci spiega –. Una volta passato quel periodo, però, non ce la sentivamo di tornare in kibbutz, così vicino a dove si stava svolgendo la guerra. Abbiamo quindi deciso di passare un anno in Italia, Paese che amiamo molto, per riunire la famiglia in un ambiente in cui potevamo elaborare tutto quello che avevamo vissuto e “riparare” la nostra parte mentale, lontano dalla guerra e dai luoghi in cui si era consumato l’orrore. Ma ora è giunto il tempo di tornare a casa nostra e alla nostra vita quotidiana».
Nel kibbutz Nir Oz, uno dei più colpiti il 7 ottobre – su 400 persone, sono stati assassinati in 65, fra cui Shiri e i piccoli Ariel e Kfir Bibas – a fine agosto il presidente israeliano Isaac Herzog in persona si è recato per inaugurare un centro per l’educazione alla IA, innovazione e opportunità per le nuove generazioni. Mentre già lo scorso maggio Gadi Moses, il più anziano ostaggio tornato vivo da Gaza, ci raccontava (vedi Bet Magazine maggio 2026): «Il lavoro nei campi è ripreso e va benissimo, e a Shavuot raccoglieremo anche quest’anno i frutti, e la ricostruzione degli edifici pian piano si farà. Mentre quello che è più duro e difficile è vivere in una comunità fortemente colpita, con molte persone che non ci sono più. Ma dobbiamo andare avanti, non abbiamo scelta».
A Holit un’italiana a capo della ricostruzione
Nel kibbutz Holit, poi, la rinascita parla anche italiano. La responsabile della progettazione della ricostruzione è infatti l’architetto milanese Giulia Temin, trasferitasi in Israele nel 2015, dopo un’esperienza con l’Hashomer Hatzair proprio a Holit. Qui l’attacco del 7 ottobre ha provocato la morte di 15 persone e sei ostaggi, di cui due morti a Gaza. «Abbiamo approfittato del fatto che il kibbutz fosse vuoto (i residenti erano stati evacuati nel kibbutz Revivim) per ricostruire o ristrutturare molte cose che altrimenti sarebbe stato difficile fare, primi fra tutti il hadar ochel (la mensa) e le infrastrutture sotterranee – spiega a Bet Magazine-Mosaico –. Sono poi state aggiunte a tutti gli edifici pubblici (la scuola, gli asili e la mensa) le stanze di sicurezza, che prima non c’erano, e in tutte le case sono state messe le porte blindate agli ingressi e le tapparelle elettriche rinforzate: entrambi purtroppo si sono dimostrati i punti deboli delle case il 7 ottobre. E ovviamente sono state ridipinte le case, tolti i segni degli spari e buttati giù gli edifici più danneggiati».
Nonostante i lavori siano ancora in corso, il kibbutz sta comunque tornando alla vita: tornano i suoi abitanti, così come il progetto di Mechinà per i giovani, e anche qui alcune famiglie nuove stanno facendo il loro ingresso. andare oltre il trauma Ricostruire il kibbutz, però, non significa superare lo shock. Lo sa bene Giulia che durante i lavori di ricostruzione ha assistito a situazioni di trauma pesante molto difficili, e ora che stanno riaprendo le scuole, i ragazzi si troveranno davanti all’assenza di compagni o insegnanti. «In generale però la zona sta rifiorendo – continua Giulia –: hanno aperto molti caffè, molte persone vogliono lanciare qui i loro business, e aziende hi-tech hanno aperto dei laboratori di ricerca in agritech nei kibbutzim».
Un’altra strada per guarire dalle ferite è quella del teatro, come ci racconta Angelica Calò nella nuova rubrica di Bet Magazine «Oltre i confini» e come ha fatto anche Adele Raemer insieme ad alcuni abitanti dei kibbutzim della zona Eshkol, nel Sud del Paese, mettendo in piedi uno spettacolo andato in scena il 9 settembre nella sede del centro regionale e il 19 settembre a Tel Aviv.
E il titolo, come si suol dire, è già un programma: Mefunot, in italiano «evacuati», come lo sono stati loro dalle loro case, per molto tempo. «Abbiamo voluto fare satira su quella che è stata l’esperienza di vivere negli hotel mentre eravamo evacuati – spiega Adele Raemer a Bet Magazine-Mosaico –. La tragedia non è ovviamente ignorata, ma il focus è su quello che abbiamo vissuto da evacuati: c’era molto amore intorno a noi, ma ogni tanto noi volevamo solo riposare la mente… Uno dei miei personaggi, per esempio, è una performer che viene chiamata in uno di questi hotel chic-new age e che, pur nella buona volontà, non vuole fare cantare canzoni allegre agli evacuati “perché questo è un momento tragico”.
Sono tutte cose che noi abbiamo vissuto e su cui abbiamo deciso di sorridere». Fare teatro diventa dunque un modo per guarire dal trauma perché, come ci spiega Adele, «è il percorso stesso di fare teatro insieme a essere taumaturgico: mentre lo si fa, si è comunità, e la comunità crea resilienza».



