Palazzo della cultura di Tel Aviv, imposti sessi segregati

Israele

di Avi Shalom

TEL AVIV –  Una scena simile, nel Palazzo della Cultura di Tel Aviv che spesso ospita la Orchestra filarmonica di Israele, non si era mai vista prima: ieri (2 marzo) agli ingressi gli uomini sono stati separati dalle donne, e indirizzati alla platea. Le loro compagne sono state fatte invece accomodare sulla terrazza.

Dopo aver imposto in località ortodosse di Israele autobus segregati per sesso (uomini davanti, donne dietro) gli zeloti sono riusciti a piegare adesso al loro volere anche Ron Hulday, il sindaco laburista di Tel Aviv: un città che spesso rappresenta invece un faro di illuminismo.

E’ lui il responsabile del Palazzo della Cultura (Auditorio Mann), uno dei pilastri della cultura laica di Israele. Eppure quando l’impresario di Yaniv Ben Mashiach gli ha fatto presente che quel prodigio della musica ortodossa non si sarebbe esibito se il pubblico non fosse stato separato per sessi, Hulday si è arreso senza lottare.

E Ben Mashiach ha fatto davvero  il pienone. Al prezzo significativo di 200 shekel (40 euro) a biglietto, quasi 2.700 persone si sono stipate nell’Auditorio per godere nella sua perfetta acustica i gorgheggi dell’artista che – secondo gli addetti ai lavori – ricorda ormai da vicino il piu’ ammirato specialista del genere: il turco (con influenze curdo-arabe) Ibrahim Tatlises.

Scesi dalle loro eleganti automobili nel parcheggio della piazza del Teatro Habima, i membri della buona borghesia ortodossa sefardita sono rimasti perplessi nel trovarsi di fronte un rumoroso quanto sparuto picchetto di attivisti laici, guidati da  Tamar Sandberg (membro del Consiglio municipale di Tel Aviv per conto del Meretz). “La separazione dei sessi – hanno detto ai contestatori – non ci e’ stata imposta, siamo noi a volerla”.

Ma Sandberg tornava già indietro col pensiero agli anni Cinquanta negli Stati Uniti, agli autobus segregati, alla formula giuridica enunciata allora: ‘Separate is not equal’. Anche se ieri una sola donna non ha potuto sedersi in platea, un sopruso è stato compiuto. Ogni tanto qualche donna ortodossa la chiama al telefono. Sono magari casi sporadici, eppure significativi. Le dicono: “Lotta, Tamar, lotta anche per noi. Perchè siamo chiuse in casa. Perchè non ci è permesso collegarci a internet. Perchè non sapremmo altrimenti come far sentire la nostra voce”.

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