La crisi del Ministero degli Esteri minaccia le ambasciate israeliane nel mondo

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Ha già oltrepassato i confini israeliani la disputa interna al Ministero degli Esteri israeliano, che da mesi vede protestare i suoi funzionari.

Nelle ultime due settimane, infatti, le ambasciate israeliane nel mondo hanno aderito alle proteste, non fornendo i servizi necessari ai concittadini per ottenere il passaporto per tornare a casa. Il sindacato sta ora pensando di indire uno sciopero generale e annullare tutte le missioni israeliane nei paesi stranieri.

Inoltre, è stato deciso di sospendere nelle sedi delle ambasciate in giro per il mondo le tradizionali celebrazioni di Yom Ha-Atzmauth, giorno dell’Indipendenza, che ogni anno richiamano migliaia di persone.

La protesta economica dei funzionari del ministero degli esteri israeliani è ripresa ai primi di marzo dopo la conclusione nei mesi scorsi, al termine di sette mesi di disagi, di un accordo grazie alla mediazione della Corte del lavoro. Al centro delle proteste la questione degli stipendi dei diplomatici, considerati troppo bassi, invariati da 10 anni, con pochi benefits e piani pensionistici insufficienti.

Il dissidio si è riacceso con il ministro delle finanze Yair Lapid e si sono avute subito numerose ripercussioni. I diplomatici israeliani, da allora, non assicurano più la loro assistenza in caso di rappresentanze straniere in arrivo, né di visite in Israele o fuori, né rilasciano più visti o altri servizi.

A farne le spese è stato lo stesso premier Benyamin Netanyahu che, in viaggio negli Usa non ha trovato né diplomatici o inviati del suo paese ad accoglierlo. E per gli stessi motivi, si era parlato sui media di un possibile annullamento del viaggio del Papa a maggio in Terra Santa, poi smentito dalle fonti vaticane.

Importanti anche i disagi economici causati da questa situazione. Si stima, infatti, che da quando gli impiegati del Ministero hanno smesso di dare visti per entrare nel Paese, centinaia di turisti abbiano cancellato il loro viaggio in terra Santa, provocando all’industria del turismo una perdita pari a circa 10 milioni di dollari.