FDa sinistra, Nafatli Bennett e Yair Lapid, che hanno formato un nuovo governo in Israele

Israele, la sfida della stabilità, il declino di Netanyahu: il governo Bennett-Lapid inaugura una nuova era

di Avi Shalom
Da metà giugno Israele ha un nuovo governo: “il patto dei fratelli” di Naftali Bennett e Yair Lapid rappresenta una svolta epocale per Israele. Otto formazioni che incarnano le più diverse anime politiche israeliane governeranno insieme lo Stato ebraico, una nuova coalizione di governo tra cui c’è Yamina, guidato da Bennett; il centro laico capeggiato da Lapid; la sinistra progressista Meretz che ritorna al governo dopo 20 anni di assenza; il partito islamico Ra’am rappresentato da Mansour Abbas che dal 1977 non sosteneva una maggioranza di governo e che per la prima volta in assoluto appoggia un premier di destra vicino al movimento degli insediamenti.

Dopo anni carichi di prestigio e di responsabilità, un altro primo ministro israeliano esce di scena. Lo spettacolo offerto da Benyamin Netanyahu non è stato dei più edificanti. ‘’Israele – ha denunciato a denti stretti, prima di cedere le redini del governo – è stato vittima di una truffa, la truffa peggiore in un secolo, forse in tutte le democrazie occidentali. I miei ricercatori cercano esempi analoghi, eppure faticano a trovarne’’. Dove sta la truffa? Il Likud ha puntato un dito accusatore verso la ‘Banda dei Quattro’, che lo ha defenestrato: Yair Lapid (Yesh Atid); Naftali Bennett (Yamina); Gideon Saar (Tikwà Hadashà); Avigdor Lieberman (Israel Beitenu). “Hanno carpito voti alla destra – ha esclamato Netanyahu – per poi formare un governo di estrema sinistra. Avete mai sentito una tale enormità?”

Eppure sono state parole al vento. Perché tutti i suoi rivali di oggi sono stati per anni al suo fianco, nei suoi governi, e (con la eccezione di Lapid) sono ancora oggi profondamente radicati nella destra israeliana. Non solo, nei giorni convulsi prima che Lapid e Bennett annunciassero di aver formato un governo di unità nazionale basata su una alternanza fra di loro alla sua guida, Netanyahu ha proposto a Bennett, poi a Saar, infine anche a Benny Gantz (Blu-Bianco) di guidare un diverso governo di alternanza fondato sul sodalizio fra il Likud e i partiti ortodossi. Ma le sue offerte in extremis sono state respinte tutte, con sdegno. Dopo anni di astuzie e di rocambolesche manovre parlamentari, dopo aver trascinato Israele a quattro elezioni in due anni pur di non lasciare la guida del Likud, nel mondo politico locale la credibilità di Netanyahu, a giugno 2021, era pressoché zero.

Ancora una volta un primo ministro che pure ha fatto molto per il proprio Paese viene condotto alla porta, accompagnato da un senso di profondo sollievo di almeno una buona parte del Paese. Tornano alla mente altri Premier che non seppero farsi da parte tempestivamente, e che avrebbero lasciato la carica masticando amaro. Così precisamente accadde nel 1974 a Golda Meir (laburista), contestata duramente in un cimitero militare dopo che Israele aveva sepolto 2.800 dei suoi figli nella guerra del Kippur. Così accadde nell’agosto 1983 anche a Menachem Begin, quando pronunciò la celebre frase ‘Non posso più svolgere questa carica’. Da un anno, mentre la guerra in Libano continuava a mietere vittime fra i soldati di Zahal, Begin si era pressoché dissolto nell’aria, protetto da un velo di riserbo dei suoi consiglieri. Era l’ombra di se stesso: ma gli israeliani non ne erano stati informati. Anche Ariel Sharon (Likud, poi Kadima) sarebbe uscito di scena in malo modo, colto da un ictus pochi mesi dopo il ritiro da Gaza ed oggetto di amare imprecazioni di quanti lo avevano osannato per decenni. Per lui sarebbero seguiti sette anni di oblio, in un letto di ospedale, incapace di esprimersi e di interagire col mondo. Per non parlare di Ehud Olmert (Likud, poi Kadima) che in breve tempo passò dall’ufficio del premier alla cella di un carcere.

Beniamin Netanyahu
Beniamin Netanyahu, leader del Likud e premier uscente

Netanyahu rivendica i risultati ottenuti

Adesso è Netanyahu a sentirsi vittima di una presunta ‘’ingratitudine’’ da parte dei suoi connazionali. Dove sono finiti gli anni di sicurezza pubblica, in cui gli attentati palestinesi sono stati pressoché azzerati? E perché non menzionare la buona salute del mercato, chiede ancora Netanyahu? E gli accordi di pace con quattro Paesi arabi? E la straordinaria performance dell’apparato sanitario di Israele che ha sconfitto il Covid 19 a tempo di record, destando ammirazione in tutto il mondo?

Nei suoi ultimi giorni di governo, Netanyahu è tornato a denunciare di essere stato vittima di una “campagna di caccia”, subdolamente ordita dai suoi rivali con la attiva complicità della magistratura, della polizia e dei mass media. Il complotto insomma di un ‘’Deep State’’ tanto malefico quanto inafferrabile che – come Gulliver con i lillipuziani – lo avrebbe immobilizzato prima con un processo per corruzione e frode (che rischia di durare anni) e poi sottraendogli con un sotterfugio una maggioranza alla Knesset. Tuttavia, va notato che contrariamente ai suoi abrasivi slogan politici, Netanyahu non è stato affatto disarcionato da un “governo di estrema sinistra”; è stato ribaltato piuttosto da forze politiche schierate in difesa delle istituzioni – Knesset, magistratura, Corte Suprema – dopo che negli ultimi anni Netanyahu aveva cercato sistematicamente di minarle alla base per emergere in qualche modo dalle traversie giudiziarie personali. Non solo: in un Paese dove un primo ministro sostiene costantemente che la magistratura inventa ad arte capi di accusa, che la Corte Suprema è venduta, che la polizia è corrotta, non stupisce che verso quelle istituzioni venga meno anche la fiducia dei cittadini. Questo è stato, secondo molti osservatori politici israeliani e internazionali, il gioco più avventato di Netanyahu, che ha provocato al Paese danni ben superiori di quelli pur seri esaminati nei dossier in cui è accusato di frode e corruzione.

Da qui è sbucato il ‘governo di convalescenza’ messo a punto dal tandem Lapid-Bennett. Perché al di là degli accordi di pace e dei successi sul Covid, gli anni di Netanyahu saranno ricordati in Israele come un periodo di corruzione politica crescente accompagnata dalla perdita di controllo dello Stato su importanti settori della popolazione. In particolare la latitanza delle strutture dello Stato è stata spesso evidente fra gli ultrà israeliani in Cisgiordania, negli agglomerati degli ebrei haredì e anche nelle località arabe, esposte negli ultimi mesi ad una grave escalation di criminalità. La situazione di quasi-anarchia è esplosa nella seconda metà di maggio, durante la “guerra dei missili”, con gravi incidenti in città israeliane a popolazione mista ebraica e araba fra cui Lod, Ramle, Jaffa, Akko e Tiberiade.

Quello di oggi si presenta dunque come un ‘governo di convalescenza’ incaricato innanzi tutto di riportare la calma sociale. Inoltre, un governo che intende formare una commissione ufficiale di inchiesta sul disastro avvenuto a Lag Ba’Omer sul Monte Meron (Galilea) dove 45 persone sono morte nel corso della festività. Poi, di varare la finanziaria per gli anni 2021-22, dopo che Netanyahu e il suo ministro delle finanze Israel Katz avevano preferito nascondere la questione sotto un tappeto per gestire con totale disinvoltura i fondi necessari per la lotta al Covid.

Un governo ‘di convalescenza’

Composto da otto liste in dissenso fra di loro su numerose questioni, il governo di alternanza di Bennett e Lapid potrebbe avere breve durata. La colla che lo tiene assieme è lo spauracchio di quinte elezioni. Elezioni in cui alcune delle liste che lo compongono rischiano effettivamente di scomparire.

Intanto Netanyahu è impegnato in due battaglie. Una si svolge nel Likud, dove alcune figure fiutano il suo momento di debolezza e potrebbero cercare di sfruttarlo per aggiudicarsi la guida del partito. I nomi emergenti sono Israel Katz, Yuli Edelstein, Yariv Levin e Nir Barkat. La seconda battaglia si svolge al tribunale distrettuale di Gerusalemme, dove Netanyahu ha approntato una ‘macchina da guerra’ di legali di grande fama per dare filo da torcere alla pubblica accusa. Nelle ultime settimane ha conseguito successi parziali. Ma la ‘macchina da guerra’ è molto costosa e Netanyahu potrebbe doversi impegnare per raccogliere finanziamenti da parte di figure amiche. Finché fungeva da premier, i volontari a sostenerlo non mancavano. Adesso invece il futuro porta con sé nuove incertezze.