Bombardamento israeliano in Libano

Israele-Hezbollah, nuove escalation tra raid, droni e tensioni con l’Iran: il fronte nord torna a infiammarsi

Israele
di Anna Balestrieri
Tra il 28 e il 29 maggio il fronte settentrionale israeliano è entrato in una nuova fase di escalation, mentre sullo sfondo continuano i delicati negoziati tra Stati Uniti e Iran che, nonostante nuovi episodi di ostilità nello Stretto di Hormuz, sembrano orientati verso un’estensione del cessate il fuoco per altri sessanta giorni.

La giornata del 28 maggio è stata segnata da un deciso ampliamento delle operazioni israeliane in Libano. L’aeronautica dell’IDF ha colpito oltre 135 obiettivi riconducibili a Hezbollah, prendendo di mira depositi di armi, infrastrutture operative, postazioni missilistiche, centri di comando e siti logistici utilizzati dal movimento sciita sostenuto dall’Iran. Per la prima volta dopo circa tre settimane, i raid hanno raggiunto anche Beirut.

Secondo fonti libanesi, l’obiettivo principale sarebbe stato il responsabile delle forze missilistiche di una milizia filo-iraniana attiva nel Paese, anche se nelle ore successive non è emersa alcuna conferma sulla sua eventuale eliminazione.

L’intensificazione dei bombardamenti ha segnato il più duro aumento della pressione militare israeliana sul Libano delle ultime settimane.

L’avanzata terrestre israeliana oltre la fascia di sicurezza

L’intensificazione dei bombardamenti è coincisa con un avanzamento delle truppe israeliane oltre la tradizionale fascia di sicurezza nel Libano meridionale.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele sta occupando nuove “posizioni strategiche” per impedire a Hezbollah di riorganizzarsi e consolidare la propria presenza lungo il confine. La manovra viene interpretata da numerosi osservatori come il tentativo di creare una zona cuscinetto più ampia rispetto a quella esistente fino a poche settimane fa.

Le autorità libanesi hanno denunciato che i raid israeliani del 28 maggio hanno provocato almeno quattordici morti, tra cui diversi civili e alcuni bambini. Beirut ha accusato Israele di colpire aree densamente popolate, mentre l’esercito israeliano sostiene che Hezbollah continui a utilizzare infrastrutture civili per attività militari e per il trasferimento di armamenti.

L’attacco con drone Hezbollah e la morte di Rotem Givati

Rotem Givati
Rotem Givati

Nel corso della stessa giornata Hezbollah ha risposto aumentando l’impiego di droni contro le forze israeliane.

Uno di questi velivoli ha colpito soldati dell’IDF, provocando la morte della sergente Rotem Givati, vent’anni, una delle vittime più giovani dell’attuale fase del conflitto. Givati prestava servizio nelle forze schierate lungo il fronte settentrionale ed è rimasta uccisa quando il drone è esploso in prossimità della sua unità durante le operazioni nel settore di confine. Altri militari sono rimasti feriti nell’attacco.

La sua morte ha suscitato forte emozione in Israele, dove i media hanno ricordato la giovane età della soldatessa e il fatto che apparteneva alla generazione cresciuta durante gli anni di tensione permanente con Hezbollah e Hamas.

L’uso sempre più sistematico dei droni da parte di Hezbollah viene considerato uno dei principali fattori della nuova escalation al confine nord.

Nuovi allarmi nel nord di Israele

La mattina del 29 maggio la tensione è rimasta altissima. L’IDF ha annunciato di aver intercettato un drone attribuito a Hezbollah sopra un’area del Libano meridionale dove operano truppe israeliane.

L’allarme ha fatto scattare le sirene nelle comunità israeliane di Misgav Am e Margaliot, a ridosso della frontiera. Secondo l’esercito, il velivolo è stato neutralizzato prima di raggiungere il proprio obiettivo, ma l’episodio ha confermato la crescente centralità dei droni nella strategia di Hezbollah, che punta a colpire direttamente le forze israeliane senza arrivare, almeno per ora, a una guerra convenzionale su vasta scala.

Lo sfondo regionale: Hormuz, Iran e Stati Uniti

Parallelamente agli scontri sul fronte libanese, il contesto regionale resta estremamente instabile.

Nelle stesse ore si sono verificati nuovi episodi di tensione nello Stretto di Hormuz. Media iraniani hanno riferito di lanci missilistici dal sud dell’Iran e di scambi di fuoco contro navi in transito, mentre fonti statunitensi hanno smentito le notizie diffuse da Teheran riguardo all’abbattimento di un velivolo americano nei pressi di Bushehr.

Nonostante questi incidenti, Washington e Teheran continuano a negoziare. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha dichiarato che le parti “non sono ancora arrivate al traguardo”, ma che sono stati compiuti “notevoli progressi”.

Secondo indiscrezioni provenienti sia da fonti americane sia israeliane, la bozza di memorandum in discussione prevederebbe l’estensione della tregua tra Stati Uniti e Iran per altri sessanta giorni, la riapertura completa del traffico nello Stretto di Hormuz e l’avvio di ulteriori colloqui sul programma nucleare iraniano e sulle scorte di uranio altamente arricchito.

La prosecuzione dei negoziati tra Washington e Teheran avviene quindi in parallelo a una crescente escalation militare regionale.

Lo scontro diplomatico con l’ONU

In questo quadro già estremamente teso si è aperto anche un nuovo fronte diplomatico alle Nazioni Unite.

L’ambasciatore israeliano presso l’ONU ha denunciato con durezza la decisione del segretario generale António Guterres di inserire Israele tra le entità accusate di utilizzare la violenza sessuale come strumento di guerra.

La scelta ha provocato una reazione furiosa del governo israeliano, che accusa le Nazioni Unite di equiparare lo Stato ebraico a organizzazioni terroristiche come Hamas. Gerusalemme ha parlato di una decisione “vergognosa” e politicamente motivata, mentre il tema rischia di aggravare ulteriormente la già profonda crisi nei rapporti tra Israele e l’organizzazione internazionale.

Una tregua ormai solo formale

Nel complesso, le ultime quarantotto ore hanno mostrato come il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah sia ormai ridotto a una formula quasi esclusivamente formale.

Raid aerei, operazioni terrestri, attacchi con droni, vittime militari e civili e la crescente tensione tra Stati Uniti e Iran indicano che l’intero Medio Oriente resta esposto al rischio concreto di una nuova escalation regionale.

La sensazione diffusa tra osservatori diplomatici e militari è che il conflitto stia entrando in una fase sempre più imprevedibile e difficile da contenere.