Israele alle elezioni e l’incognita dell’Europa

Israele

di Aldo Baquis

Israeli parliament Knesset winter sessionIsraele si avvicina alle Idi di marzo. Il 17 di quel mese milioni di elettori andranno a scegliere la nuova Knesset, dopo lo scoglimento anticipato della scorsa legislatura, sentendosi di certo addosso gli occhi dei vicini arabi e degli Stati Uniti.
Anche l’Europa, in misura crescente rispetto al passato, sarà idealmente presente allo spoglio dei voti. Perché verso lo Stato ebraico sta mostrando segnali sempre più eloquenti di impazienza. Una serie di misure “punitive” stanno per essere adottate. Scatteranno se gli elettori israeliani sceglieranno una leadership sgradita ai vertici Ue.
Il governo uscente di Benyamin Netanyahu è stato protagonista di fratture gravi con il presidente Barack Obama e con i protagonisti della politica europea (Merkel, Cameron, Hollande) mentre meglio ha fatto – in grande discrezione – con l’egiziano Abdel Fattah al-Sissi, con i misteriosi dirigenti dell’Arabia Saudita, con l’indiano Narendra Modi, e con Paesi dell’Africa. Con Hamas ha incrociato le armi la scorsa estate, rimediando un cessate il fuoco che lascia irrisolti i nodi sul terreno. Con Abu Mazen il dialogo è cessato del tutto nell’aprile 2014 e da allora le due parti si guardano in cagnesco.
Che voto gli daranno allora gli elettori? Dai sondaggi emerge un paradosso. Deriva da un diffuso senso di saturazione degli israeliani verso questo premier che complessivamente è stato in carica quasi nove anni. Oltre il 60 per cento pensano che basti così, che sia ora di sostituirlo. Ma quando poi, negli stessi sondaggi, viene chiesto chi sia il personaggio politico più idoneo a fungere da premier, al primo posto c’è sempre Bibi. Potenza dell’assuefazione. Il suo rivale laburista Yitzhak Herzog è molto indietro. Gli altri (Naftali Bennett, Yair Lapid, Tzipi Livni) pressoché inesistenti.
La questione è dunque di vedere quali equilibri politici si formeranno fra i 120 deputati della Knesset.
Una prima osservazione riguarda quei settori della società israeliana che risultano impermeabili ad ogni genere di campagna elettorale.
Il voto della minoranza araba andrà necessariamente ai tre partiti che meglio la rappresentano e che cercano di dar vita ad una lista unica. In quel caso potrebbe raccogliere un decimo dei seggi in parlamento. Il voto degli ebrei ortodossi (una minoranza in crescita esponenziale) confluirà in blocco verso le liste tradizionali: il Fronte della Torah (ashkenazita) e Shas (sefardita), anche se questo partito è travagliato da una crisi di identità. Voto obbligato (verso la Destra nazional-religiosa) anche per le centinaia di migliaia di coloni: nelle colline della Giudea-Samaria la sinistra laica sionista è come fumo negli occhi.
La partita elettorale vera e propria si svolge dunque non nello stadio delle grandi occasioni, ma in un campo più ristretto. Là si gioca l’esito di queste Idi di marzo.
Sul terreno si notano due vettori principali: quello del Likud e quello della lista elettorale unitaria del laburista Herzog, con la centrista Livni. L’hanno chiamata: “Lo Schieramento Sionista” (ha-Mahanè ha-Zionì). Un nome dal sapore patriottico in polemica con la Destra militante di Netanyahu e Bennett.
Eppure, discriminatorio verso i cittadini arabi israeliani. Il loro sostegno attivo potrebbe dare il successo al binomio Herzog-Livni. Ma gli interessati non lo gradiscono, e rischiano grosso. Perché nei sondaggi di gennaio il vettore di centro-sinistra (ha-Mahanè ha-Zionì) viene accreditato di 25 seggi, mentre quello di destra lo precede di gran lunga: 23 seggi al Likud, più 18 al Focolare ebraico di Bennett. Vista così, la conferma di Netanyahu sembrerebbe cosa fatta.

Elementi di instabilità
Il residuo elemento di incertezza riguarda le liste di centro (Yesh Atid di Lapid, Kulanu dell’esordiente Moshe Kahlon e per certi versi Israel Beitenu di Lieberman) che potrebbero – nella migliore delle ipotesi di Herzog e della Livni – “assorbire” voti di elettori tradizionalmente di destra ed elargirli al centro sinistra, in cambio di adeguati incarichi nei dicasteri economici. Se pure uscisse vincitore Herzog sarebbe un trapezista alla guida di una traballante coalizione, composta da cinque, sei partiti dalle ideologie contraddittorie, puntellato dall’esterno dalle liste arabe, e per lo più appiedato da una alternanza al vertice con la Livni dopo due anni di governo.
Pallottoliere alla mano, un governo che si fondasse su una alleanza fra il Likud di Netanyahu e ha-Mahanè ha-Zionì darebbe forse maggiori garanzie di stabilità: ma i diretti responsabili hanno assicurato agli elettori che questo scenario non si realizzerà. A Washington come a Bruxelles si incrociano le dita nella speranza che sia appunto Herzog ad impugnare il timone della navicella Israele, dopo aver gettato a mare la zavorra nazionalista del binomio Netanyahu-Bennett. Ma se così non fosse?

La crisi con l’Europa
Un documento del ministero degli esteri israeliano soffiato alla stampa prevede che il 2015 sarà un anno di crisi nei rapporti con l’Unione europea se Netanyahu fosse confermato al potere. Mentre a gennaio, dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo, Netanyahu cercava a Parigi una nuova alleanza con i leader europei nella lotta contro il terrorismo islamico, il documento prevede all’opposto che dall’Europa spireranno venti gelidi verso Israele.
Il blocco delle trattative di pace; l’assenza di nuove iniziative diplomatiche; la politica di colonizzazione in Cisgiordania e a Gerusalemme est sono i tradizionali elementi di fastidio nelle capitali europee, dove sempre meno si crede che Netanyahu punti sinceramente alla “Soluzione dei due Stati”. Il suo alleato, Bennett, dice peraltro a chiare lettere che uno Stato palestinese non può e non deve nascere. Al massimo i palestinesi della Cisgiordania potrebbero beneficiare di una autonomia.
Negli uffici dell’Unione europea, secondo l’analisi del ministero degli esteri, sono pronte sanzioni e misure punitive. Fra queste: il boicottaggio di prodotti originari dai Territori; crescenti riconoscimenti ufficiali allo Stato palestinese; sostegno alla “offensiva diplomatica” scatenata da Abu Mazen contro Israele: ad esempio nella Corte penale internazionale. E ancora: moltiplicazione dei “disinvestimenti” europei in Israele e boicottaggio attivo dei suoi istituti accademici. Le previsioni meteo degli analisti economici sono allarmanti: alcuni temono un “diluvio” di sanzioni; altri paventano uno “tsunami”. “Bassa pressione” sulla stampa di Destra che denuncia il “tradimento” dell’Europa verso l’“unico Stato democratico” del Medio Oriente, un tradimento imputato alla crescente influenza del mondo islamico in Paesi chiave dell’Ue. Ecco dunque apparire più chiaro il significato delle elezioni delle Idi di marzo: mentre Israele si trova sempre più minacciato dal terrorismo islamico (a Gaza, nel Sinai, sul Golan, in Cisgiordania e Libano Sud) e vorrebbe coordinare la lotta con i vertici europei, i suoi “alleati naturali” sono in procinto di volgergli le spalle. Israele vorrebbe anche avere assicurazioni da Barack Obama che gli Stati Uniti non firmeranno con l’Iran un accordo che lasci pressoché integro il suo potenziale atomico. Ma siamo alle Idi di marzo: ed è dubbio che Obama alzi il telefono, se a chiamarlo da Gerusalemme fosse ancora Netanyahu.

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