Gli olim francesi hanno difficoltà a trovare lavoro in Israele

Israele

di Nathan Greppi

ebrei-francesiDavid, 43 anni, vive tra Israele e la Francia: ha passato i primi quattro e gli ultimi quattro giorni di ogni mese assieme alla moglie e i quattro figli nella loro casa di Ashdod, e il resto del mese a Parigi, dove lavora come infermiere in un ospedale psichiatrico. Quando ha deciso di emigrare in Israele, David non avrebbe mai immaginato di dover fare tutti questi spostamenti.

“Quando abbiamo iniziato a pensare di fare l’aliyah,” dichiara in un intervista a Ynet, “ci era stato detto che era prevista l’apertura dell’Ospedale Assuta ad Ashdod, e la gente diceva che non avrei avuto problemi a trovarvi un impiego. Dissero la stessa cosa anche a mia moglie, che è un infermiera chirurgica. Eravamo molto contenti. Abbiamo fatto l’aliyah lo scorso luglio, e solo allora abbiamo scoperto che non si tratta di un processo semplice. Ci è stato detto che per ottenere un lavoro all’Assuta dovevamo passare un esame del Ministero della Sanità, in quanto i certificati di infermieristica francesi non vengono riconosciuti qui. Nel frattempo, vedo Ashdod dalla finestra di casa mia, e ogni volta fa male. Non capisco come mai uno come me, che ha anni di esperienza nel prendersi cura dei pazienti, non riesca a trovare lavoro qui.”

David non è l’unico in difficoltà. I voli che partono dall’Aeroporto Ben Gurion la domenica e che tornano di giovedì sono pieni di immigrati francesi che fanno una vita analoga: non essendo riusciti a trovare lavoro in Israele, sono costretti a tornare nel loro paese natio, un fenomeno noto come “Boeing Aliyah”. “Sull’aereo vedo sempre dottori, avvocati, contabili e imprenditori che sono emigrati in Israele e non hanno trovato un impiego,” continua David. “È una sistemazione molto problematica: vedo i miei figli solo pochi giorni al mese, e piango al pensiero che crescano senza un padre. Senza contare il fatto che questi voli mi costano centinaia di dollari al mese, e questa è una spesa enorme.”

“Non voglio diventare milionario, non pretendo un grosso salario, mi basterebbero 6000 shekel al mese (poco più di 1500 euro), ma non mi viene offerto nemmeno questo. I bambini amano vivere qui, ma sto avendo un periodo difficile con i voli e la distanza. Non puoi vivere così a lungo. Lavoro giorno e notte a Parigi, prendo molti cambi, e non ho più energie. Se non trovo un lavoro in Israele entro l’anno prossimo, prenderemo in considerazione di tornare a Parigi.”

Sua moglie Rivka, 40 anni, ha trovato lavoro come infermiera alla Clinica Meuhedet di Ashdod, ma non si ritiene fortunata in quanto preferirebbe praticare la propria professione. “È davvero frustrante per me, dopo aver lavorato come infermiera certificata a un ospedale di Parigi per 15 anni, scoprire che non conta qui in Israele e dover passare un esame del Ministero come se fossi una studentessa che si è appena diplomata,” dice. “Mio marito ha provato a cercare lavoro qui e ha fallito, perciò quello a Parigi è l’unica scelta. Questi viaggi sono l’unica soluzione per noi, ma è meglio di niente.”

David e Rivka non sono gli unici olim francesi che hanno difficoltà a integrarsi: un sondaggio del Qualita, l’organizzazione che li rappresenta, rivela che il 65% dei francesi che hanno fatto l’aliyah negli ultimi quattro anni stanno cercando aiuto nel trovare un lavoro, il 40% lavora in un ambito diverso da quello in cui lavorava prima, e il 37% è disoccupato.

Julie, 26 anni, trasferitasi a Luglio da Parigi a Gerusalemme, assieme al marito Gad: sebbene siano entrambi laureati in psicologia, stanno studiando per ottenere il riconoscimento da parte del Ministero. Nel frattempo, lei lavora come commessa in un negozio di abbigliamento, e lui offre consulenze finanziarie a compagnie israeliane che vanno in Francia. Nonostante tutte le difficoltà, la coppia non intende tornare indietro. “Non lo considero nemmeno – dichiara Julie -. Ho venduto l’appartamento e lasciato un buon posto nel dipartimento di tirocinio di una grossa compagnia finanziaria affinché il mio futuro e quello dei miei figli fosse qui. Voglio essere ottimista, e ogni mattina mi ricordo che devo avere pazienza.”

A Michael, 31 anni, emigrato in Israele nell’Ottobre 2014 con una laurea in ingegneria materiale, era stato detto che avrebbe trovato senza problemi un impiego nell’industria high-tech locale, salvo poi scoprire che per farlo serviva la laurea in ingegneria informatica, non materiale. Per compensare le sue lacune ha cercato di lavorare in un laboratorio al Technion di Haifa, che però è stato chiuso un anno dopo a causa di problemi finanziari, lasciandolo nuovamente disoccupato. Senza altre opzioni, ha trovato un posto nel telemarketing. “Viaggio ogni mattina da Haifa a Netanya e lavoro di notte, vendendo pannelli solari per impianti elettrici condominiali in Francia. Qui ci sono 20 immigrati francesi che ci lavorano dopo che non sono riusciti a trovare un lavoro nel campo per cui hanno studiato. […] Ho fatto l’aliyah a causa dell’antisemitismo. Pensavo che avrei avuto una bella vita qui e avrei fatto il lavoro che volevo. Vedendo che ciò non accade, ogni tanto medito di ritornare in Francia. So che la situazione lì non è piacevole per gli ebrei, ma le cose non vanno bene neanche qui per gli immigrati francesi.”

Nonostante tutte queste testimonianze, in Israele c’è chi tende ad avere un opinione negativa degli ebrei francesi: infatti, in un articolo uscito a gennaio sul Jerusalem Post, la loro situazione veniva confrontata con quella degli immigrati russi venuti dopo il crollo dell’URSS, i quali ebbero difficoltà ancora più grandi a integrarsi ma non consideravano nemmeno l’idea di tornare indietro. Secondo Elizabeth, 50 anni, infermiera emigrata da Marsiglia nel 2012 assieme al marito e ai cinque figli e rimasta senza lavoro, questo è uno stereotipo ingiusto: “Gli israeliani pensano che tutti i francesi emigrino in Israele per comprare degli appartamenti, ma non è questo il caso,” afferma. “Molti di loro hanno venduto i loro appartamenti per fare l’aliyah. Non sono veramente ricchi. Devono lavorare duramente per portare il cibo in tavola.”