Il 40% dei nuovi “olim” sogna di tornare a casa

Israele

di Ilaria Ester Ramazzotti

OlimGERUSALEMME – Il 40% dei nuovi immigrati in Israele prenderebbe in considerazione l’ipotesi di ritornare nel Paese d’origine. E’ quanto emerge da un sondaggio effettuato dall’organizzazione non governativa Gvahim, che di recente ha sentito il parere di trecento olim, il 59% dei quali provenienti dalla Francia e dagli Stati Uniti.

Nel sondaggio, il 60% degli intervistati dichiara che la principale difficoltà nell’integrarsi in Israele è la scarsa conoscenza del mercato del lavoro del Paese, mentre il 28% indica le difficoltà linguistiche. L’88% crede che avere buone relazioni interpersonali sia un fattore determinante nella ricerca di un posto di lavoro, contro il 24% che ritiene questo fattore importante all’estero. Circa un quarto rileva tuttavia che la mossa vincente per entrare nel mondo del lavoro è la partecipazione a programmi di formazione promossi dal governo. Il 22% pensa infine che ci sia bisogno di “un cambiamento di atteggiamento da parte dei datori di lavoro per quanto riguarda l’assunzione di olim”.

L’amministratore delegato di Gvahim Gali Shahar ha dichiarato nei giorni scorsi al Jerusalem Post che: “In considerazione delle recenti ondate di antisemitismo in Europa, il compito di trovare un sostentamento per le migliaia di olim che dovrebbero arrivare in Israele diventa una sfida nazionale che richiede la partecipazione di tutti gli organismi interessati, i ministeri, il settore economico e i datori di lavoro di altri settori”.

Nel frattempo, il governo israeliano sta lavorando alla definizione di linee guida per facilitare l’inserimento lavorativo di professionisti. La settimana scorsa ha approvato un piano da 180 milioni di shekel per l’aliyah dalla Francia, dal Belgio e dall’Ucraina, mentre il ministero dell’Economia prevede di completare il prossimo mese un’indagine dedicata a titoli di studio tecnici francesi.

In una dichiarazione di settimana scorsa al Jerusalem Post l’esperto francese Dov Maimon, del Jewish People Policy Institute di Gerusalemme, ha disapprovato che il piano del governo non preveda incentivi fiscali per le imprese che delocalizzano, né disposizioni per le start up o permessi di lavoro temporanei per i medici e gli altri professionisti. Il presidente del JPPI Avinoam Bar-Yosef ha definito l’iniziativa governativa “un passo positivo nella giusta direzione”, ma ha aggiunto che la misura “prende in considerazione meno di un terzo degli aventi diritto a fare aliyah dall’Europa occidentale”. Il JPPI propone inoltre di istituire una speciale unità amministrativa all’interno dell’ufficio del Primo ministro per supervisionare e coordinare le varie agenzie governative coinvolte.

“Siccome un numero crescente di ebrei lascia l’Europa, abbiamo un’opportunità unica di disegnare un flusso di aliyah senza precedenti. Per farlo dobbiamo però dimostrare di saper aiutare i nuovi immigrati a costruire la loro vita qui”, ha commentato il portavoce dell’Agenzia Ebraica Avi Mayer. “Diamo il benvenuto ai recenti passi fatti dal governo per facilitare l’integrazione di nuovi immigrati nella forza lavoro israeliana”, ha poi sottolineato.

In risposta al sondaggio di Gvahim, Avi Zana, presidente dell’organizzazione francese Ami Israele, ha detto di non essere sicuro che l’immigrazione sarà davvero così alta, citando statistiche secondo cui il 75% degli ebrei francesi pensa di emigrare ma il numero di chi lo fa è molto più basso. Così, secondo Zana, se il 40% dei nuovi arrivati ​​sta pensando di lasciare Israele non significa che lo farà davvero.

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