Educare “mano nella mano”: in Israele l’educazione condivisa fra arabi ed ebrei è una realtà

Israele
di Anna Balestrieri
“Yad beYad” è una rete di scuole integrate in cui bambini ebrei e arabi studiano insieme, sin dall’età prescolare. Un progetto educativo radicale nella sua semplicità: due lingue, due culture, pari dignità. In ogni classe ci sono due insegnanti — uno ebreo, uno arabo — e due lingue veicolari, ebraico e arabo,
usate quotidianamente, non come materia astratta ma come strumento vivo di relazione. Una proposta politica nel senso più ampio del termine: un modo diverso di immaginare il futuro.

“L’oscurità non può scacciare l’oscurità. Solo la luce può farlo.” È con una citazione di Martin Luther King Ilana Nelson apre il suo pezzo sul blog del Times of Israel. Una frase che non vuole essere retorica: è una chiave di lettura. Perché quando si parla di educazione condivisa tra ebrei e arabi in Israele, si parla esattamente di questo — di scegliere consapevolmente la luce, anche quando il contesto spinge altrove.

La scuola bilingue e binazionale

Per molti, l’idea di mandare i propri figli in una scuola bilingue e binazionale resta qualcosa di astratto, quasi ideologico. Ma esiste da decenni una realtà concreta che incarna questo modello: Hand in Hand: Center for Jewish-Arab Education in Israel,conosciuta in ebraico e arabo come Yad beYad— “mano nella mano”.

Fondata nel 1998, l’organizzazione gestisce una rete di scuole integrate in cui bambini ebrei e arabi studiano insieme, sin dall’età prescolare. Non si tratta semplicemente di “coesistenza” nel senso superficiale del termine, ma di un progetto educativo radicale nella sua semplicità: due lingue, due culture, pari dignità.

In ogni classe ci sono due insegnanti — uno ebreo, uno arabo — e due lingue veicolari, ebraico e arabo, usate quotidianamente, non come materia astratta ma come strumento vivo di relazione. I bambini crescono così con un’idea profondamente diversa della normalità: parlare entrambe le lingue, avere amici “dall’altra parte”, attraversare differenze culturali senza percepirle come minaccia.

Eppure, per chi sceglie questo percorso, la decisione raramente è semplice.

Come racconta Ilana Nelson, entrare in una scuola Yad beYad significa spesso uscire dal proprio spazio di comfort: sociale, culturale, perfino identitario. Non necessariamente perché ci sia opposizione esplicita, ma perché si tratta di qualcosa che sfugge ai modelli familiari consolidati. È una scelta che può generare incomprensioni, talvolta isolamento.

E tuttavia, proprio in questa tensione emerge uno degli aspetti più interessanti del progetto: lungi dal “diluire” le identità, queste scuole tendono a rafforzarle. Non c’è assimilazione, ma riconoscimento reciproco. Le differenze religiose e culturali non vengono appiattite, bensì esplicitate, celebrate, discusse.

Lo spazio sociale

Un elemento centrale è la dimensione comunitaria. Le scuole Hand in Hand non sono solo istituzioni educative, ma spazi sociali in cui famiglie ebree e arabe si incontrano, collaborano, a volte si scontrano, ma sempre all’interno di un quadro condiviso. Dalle attività scolastiche agli incontri tra genitori, si costruisce lentamente una rete di relazioni che sfida la logica della separazione.

Questo è particolarmente significativo in momenti di crisi, quando paure e diffidenze tendono a riemergere con forza. In questi contesti, avere uno spazio in cui l’“altro” non è un’astrazione ma il genitore del compagno di classe di tuo figlio cambia radicalmente la percezione.

L’approccio alla lingua

C’è poi la questione linguistica, tutt’altro che secondaria. In un sistema educativo in cui l’arabo è spesso insegnato in forma prevalentemente letteraria e poco comunicativa, l’approccio di Yad beYad rappresenta un’innovazione concreta: i bambini imparano a parlare, capire, vivere la lingua dell’altro. E la lingua, come sempre, apre porte.

 

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I passi del cambiamento

Non è raro che genitori raccontino come anche una conoscenza imperfetta dell’arabo o dell’ebraico possa trasformare interazioni quotidiane — con un tassista, un vicino, un collega — in momenti di riconoscimento reciproco. Piccoli episodi che, accumulandosi, costruiscono fiducia.

Naturalmente, queste scuole restano una minoranza nel panorama israeliano. Non sono la norma, e forse è proprio questo il punto. Esistono come possibilità: concreta, funzionante, ma ancora marginale.

Eppure, la loro importanza va oltre i numeri. In un contesto segnato da divisioni profonde, l’idea che i bambini crescano considerando naturale la diversità linguistica e culturale non è solo un esperimento educativo. È una proposta politica nel senso più ampio del termine: un modo diverso di immaginare il futuro.

Non una soluzione immediata ai conflitti, ma un investimento lento, quotidiano, nella possibilità di fiducia.

“Possiamo scegliere un’altra strada”, scrive Nelson. Le scuole Mano nella mano mostrano che questa strada esiste già. Sta a noi decidere quanto siamo disposti ad avvicinarci.