TEL AVIV, dalla nostra inviata Ilaria Myr
Durante la missione 2026 in Israele organizzata dal Keren Hayesod Italia, i partecipanti hanno visitato il sito del festival Nova, accompagnati da chi si è subito recato sul luogo del massacro, e altri luoghi in cui la vita è ricominciata, nonostante la sofferenza. Come gli anemoni rossi, che ogni anno, fra febbraio e marzo, fioriscono spontaneamente nell’arsura del deserto del Negev. (Nella foto, gli anemoni di terracotta al memoriale del Nova festival a Re’im)
Quando si arriva al sito dove si svolgeva il festival Nova, ove oggi c’è un commovente memoriale in ricordo delle 378 persone uccise dai terroristi di Hamas, ci si rende subito conto che è un luogo che lascerà una traccia indelebile in chi lo visita, soprattutto se ad accompagnarlo c’è chi quel giorno ha visto quello che era successo, come Eran Massas, un uomo sulla quarantina, padre di quattro figli, il primo in Israele a fare girare video e immagini del massacro a Re’im. «Sono venuto qui moltissime volte dal 7 ottobre a testimoniare, ma ogni volta è molto difficile, e oggi lo è ancora di più vista la vicinanza alla data di quel massacro. Da allora ho deciso di dedicare la mia vita a raccontare quello che ho visto quel giorno».
Ad ascoltarlo il gruppo di italiani, circa una trentina, che hanno partecipato alla missione 2026 in Israele organizzata dal Keren Hayesod Italia: un viaggio di quattro giorni molto intenso, intitolato quest’anno “Israele. Ieri. Oggi. Domani”.
Il racconto di un testimone
La mattina presto del 7 ottobre Eran Massas è a casa sua, vicino a Haifa, quando suo fratello, poco dopo le 6, lo chiama da Eilat e gli chiede di accendere la tv. «Israele sta collassando», gli dice, pensando che, in quanto riservista, sia già stato chiamato dall’esercito per intervenire. «Ma io non sapevo cosa stava succedendo – ci spiega -. Alla tv ho visto, in tempo reale, una macchina di terroristi di Hamas a Sderot e, scioccato ho deciso di mettermi in macchina e partire per combatterli».
In appena 1,20 minuti (anziché due ore e mezza) arriva a Patish, senza sapere dove siano i terroristi e pensando che si tratti di poche unità e lì incontra circa 200 ragazzi e ragazze scioccati e feriti. «Non capivo quello che avevo davanti agli occhi, e quando due ufficiali mi hanno chiesto se fossi io in carico per l’esercito, ho capito che dovevo prendere in mano la situazione, nonostante non fossi stato investito del ruolo – ha spiegato –. I giovani sconvolti hanno cominciato a raccontarci cosa hanno visto e vissuto e abbiamo cominciato a organizzare il loro trasporto con degli autobus all’ospedale Soroka». In tanto una troupe televisiva era lì e ha cominciato a intervistare Eran, che, in buona fede, dà in diretta il suo numero di telefono per ricevere informazioni. «In pochi minuti il telefono è quasi esploso – ci racconta -. Ho cominciato ricevere chiamate da esponenti dall’esercito, dal governo e da parenti delle persone che erano al festival». Una madre gli dice che suo figlio è nascosto su un albero con i suoi amici e gli dice di chiamarli per cognome e di usare una parola d’ordine: dall’albero avevano visto altre persone che erano uscite dai loro nascondigli quando avevano sentito qualcuno gridare “siamo dell’esercito”, e poi brutalmente essere uccise dai terroristi, che li avevano attirati nella trappola.
«Dopo 2 km ho visto cose che non pensavo di potere vedere nella mia vita- ha continuato -. La strada era piena di corpi, e ho cominciato fare foto e video perché altrimenti nessuno mi avrebbe creduto. Quando sono arrivato a Re’im, al sito del Nova, c’era un silenzio di morte, sembrava l’ingresso dell’inferno, cercavo persone vive ma c’erano così tanti morti in condizioni terribili. C’erano dei cespugli che bruciavano, e ho capito poi che erano dei ragazzi feriti che erano stati bruciati vivi dai terroristi. Ho cominciato a portare i corpi, o quello che ne restava, sotto una tenda per dare loro un’ultima dignità, e l’ho fatto fino alle 17.30, quando è arrivato l’esercito». Particolarmente toccante il racconto (che ha anche portato all’Onu) di quando ha trovato il corpo di una ragazza nuda, che era stata stuprata e deturpata nella sua intimità. «Ho pensato a mia figlia di 9 anni, le ho chiesto il permesso e l’ho rivestita, cosa che non ho mai fatto con mia figlia. Lì ho capito che avevano davvero a che fare non con degli esseri umani, ma con delle bestie».
Qui il video girato da Eran Massas nel bar del Nova festival. ATTENZIONE IMMAGINI FORTI
A Re’im Eran perde il telefono con tutte le foto e i video che ha fatto, ma dopo pochi giorni sui social cominciano a circolare in maniera virale tutti i suoi contenuti: qualcuno gli aveva rubato il telefono – “sciacalli” che erano andati a rubare quello che rimaneva – e aveva messo tutto online.
Tornato a casa dopo tre giorni, Eran è sconvolto, sta per cedere ma l’amore per la sua famiglia lo salva e lo convince che deve restare vivo per celebrare la vita e raccontare quello che ha visto. «Intanto ho deciso che ogni giorno devo scegliere la vita. Dobbiamo sceglierla ogni giorno. Io non sono un eroe. Gli eroi sono loro venuti per celebrare la vita e sono morti. Chiedo a loro scusa».
A proposito di eroi, sull’autobus che da Re’im ci portava al Kibbutz Nir Oz, la nostra guida Giordana Moscati ci ha raccontato la storia di Aner Shapira, soldato israeliano di 22 anni della Brigata Nahal che è diventato un simbolo di eroismo il 7 ottobre 2023, durante il massacro di Hamas al Nova. All’alba, dopo l’inizio del lancio dei razzi, Aner e il suo migliore amico Hersh Goldberg-Polin cercarono riparo insieme ad altre circa 24 persone all’interno di un piccolo bunker in cemento (un migunit) lungo la strada. Quando i terroristi di Hamas si avvicinarono al rifugio e iniziarono a lanciare granate all’interno, Aner si posizionò coraggiosamente all’ingresso e una dopo l’altra, Aner raccolse e rilanciò fuori dal bunker ben sette granate per proteggere le persone nascoste con lui. Ma l’ottava granata esplose tra le sue mani, uccidendolo. Il suo gesto eroico salvò la vita a diverse persone presenti nel rifugio.
Forza e resilienza
Ancora colpiti dall’intensità delle sue parole e dalla sua profonda sofferenza ancora percepibile, ci siamo recati al kibbutz Nir Oz, dove abbiamo prima salutato Gadi Moses, l’ostaggio più anziano tornato in vita da Gaza che avevamo intervistato più di un anno fa e poi ascoltato la spiegazione di Binà BaLev, nuovo centro per l’educazione alla IA, innovazione e opportunità per le nuove generazioni, che ha sede negli edifici degli ex asili del kibbutz, colpiti il 7 ottobre.
La responsabile del progetto, Yael, ci ha mostrato un software sviluppato con l’AI in sole quattro ore, che in passato avrebbe richiesto un team di almeno cinque programmatori e tempi molto più lunghi. Il sistema permette di ottimizzare la produzione industriale, ridurre i costi, gestire le risorse e simulare imprevisti, come interruzioni elettriche o assenze del personale.
Il progetto vuole colmare il divario tra formazione universitaria e mondo del lavoro. I giovani potranno imparare a utilizzare l’intelligenza artificiale e partecipare a progetti industriali reali, acquisendo competenze immediatamente spendibili nelle aziende. L’obiettivo è offrire queste soluzioni alle imprese, generando ricavi da reinvestire nella comunità. E c’è anche l’interesse a coinvolgere imprenditori e professionisti italiani attraverso collaborazioni industriali, progetti tecnologici, formazione e sostegno allo sviluppo delle attività locali.
In conclusione: il progetto punta a trasformare Nir Oz da simbolo della tragedia del 7 ottobre a centro di innovazione tecnologica e sviluppo economico, costruendo un futuro sostenibile per la comunità. Il messaggio dei rappresentanti della comunità è stato particolarmente significativo: «Non vogliamo essere soltanto vittime. Vogliamo costruire qualcosa di cui le prossime generazioni possano essere orgogliose.»
Molto intensa è stata anche la visita al Centro di resilienza familiare di Ashdod, ampliato e restaurato grazie al progetto del Keren Hayesod e ai contributi provenienti dall’Italia. Lì si è potuto veramente toccare con mano il risultato concreto di quelle che dall’estero possono sembrare solo donazioni, e che qui si sono invece tradotte in spazi bellissimi in cui le famiglie di questa zona, anch’essa molto fragile, possono ritrovarsi, essere ascoltati, passare del tempo insieme e ritornare alla vita. Particolarmente emozionante è stata la testimonianza di un padre che ha perso il figlio e la fidanzata del figlio il 7 ottobre mentre erano in visita al kibbutz Kfar Aza: il dolore ancora così vivido traspariva dal suo volto, prima ancora che dalle sue commosse parole di ringraziamento a chi ha voluto il centro per famiglie.
Molto coinvolgente anche l’incontro con cui abbiamo iniziato la giornata nel sud, al Kibbutz Dorot, sede del Progetto “Eden – Dal trauma alla guarigione”, sostenuto dal Keren Hayesod, che aiuta le vittime del post trauma femminile in seguito alle atrocità subite il 7 ottobre. Qui due donne, Cristina e Sigal, hanno raccontato, con grande commozione e dolore, come grazie a questa iniziativa si sentano ascoltate e capite e stiano riuscendo a tornare alla vita.
Tornare alla vita
E forse è proprio quest’ultima espressione, “tornare alla vita”, quella che riassume meglio l’impressione che chi visita il sud, colpito dalle stragi del 7 ottobre, si porta a casa: nonostante il dolore per le perdite paralizzante e devastante, qui si continua a vivere, non nel senso di sopravvivere, ma proprio nel senso di costruire: nuove case, nuovi centri, nuove famiglie, nuove vite. Esattamente come gli anemoni rossi, che ogni anno, fra febbraio e marzo, fioriscono spontanemante nell’arsura del deserto del Negev, dopo le piogge.
L’ho visto io stessa nella mia ultima tappa del mio viaggio in Israele, al Kibbutz Nir Yitzhak, dove avevo vissuto 6 mesi ben 30 anni fa, che ricordo come uno dei periodi bellissimo della mia vita. Qui, a 2,5 km da Gaza, la vita è ripresa, nasce un bambino ogni tre settimane e cinque nuove famiglie sono in fase di integrazione, mentre stanno tornando per stabilirvisi definitivamente i figli e le figlie del kibbutz. La natura è rigogliosa, i bambini, come sempre, corrono e giocano a piedi nudi liberi per i sentieri, e vanno a visitare gli animali che stanno ripopolando il piccolo zoo didattico del kibbutz, dove avevo personalmente lavorato. Da questo piccolo paradiso dopo il 7 ottobre sono stati portati via tutti gli animali, dislocati in varie località del paese, e molti nel frattempo sono morti, ma c’è la volontà di rinnovarlo, per riportare i bambini e ragazzi a imparare dal contatto con gli animali, dal loro accudimento, superando paure e timori (nel prendere, ad esempio, un pitone in mano o una tarantola).
Passeggiando per il kibbutz ci si accorge che molti edifici sono stati rifatti e protetti– ad esempio gli asili e i luoghi pubblici – e che sono stati creati, grazie a donazioni, nuovi spazi per gli abitanti (ad esempio un giardino dal KKL Svizzera).
Più difficile, certamente, è guarire le ferite di chi quel maledetto sabato è rimasto per ore chiuso nella stanza di sicurezza, sentendo i propri vicini essere rapiti da casa, o li ha sentiti, come la mia amica Vivi, entrare e uscire dalla propria casa più volte, scoprendo poi che casa sua era stata usata come “infermeria” per i terroristi feriti. Lei è una di quelli che dopo un anno da evacuata in un hotel, non ha subito voluto tornare al kibbutz, trasferendosi a Beer Sheva con il marito per un anno. «Ma mi mancava troppo il kibbutz, questa è casa mia. Qui sono nati e cresciuti i miei figli. E sono felice».












