Contagi da record e nuove restrizioni: il Covid torna a minacciare Israele

Israele

di David Zebuloni
Milleottocento è il numero record dei contagi registrati questa settimana dal Ministero della Salute israeliano. Un numero in continua salita che rappresenta una vera e propria minaccia per i cittadini israeliani, che all’inizio del mese di maggio erano tornati alla normalità convinti di aver superato quel capitolo di storia chiamato Covid.

Le prime a riaprire erano state le scuole, poi i centri commerciali, le spiagge, infine i ristoranti. In poche settimane il virus ha ricominciato a diffondersi nel silenzio generale. Da decine a centinaia di contagi ogni giorno. Secondo i dati riportati dalla Knesset, alla fine del mese di giugno, ben 1400 israeliani sono stati diagnosticati con il virus. Il 47% dei contagi totali, sono avvenuti nelle scuole, tra gli allievi e i loro insegnanti. Nonostante il tentativo di rispettare le nuove norme imposte dallo Stato, le scuole non sono riuscite ad evitare il contatto e dunque la diffusione del virus.

Con un tempismo opinabile, le nuove restrizioni adottate dal Governo Netanyahu lasciano presagire l’arrivo di un imminente lockdown. Tra le tante restrizioni elencate, la più significativa è la chiusura degli asili, che rappresenta per migliaia di genitori l’impossibilità di lavorare al di fuori dalle mura di casa. Oltre agli asili, a partire da domenica 19 luglio, anche le sinagoghe, le palestre e i ristoranti verranno chiusi. Per quanto riguarda invece i centri commerciali e le spiagge, l’attuale restrizione prevede solamente la chiusura durante i weekend. L’obiettivo di Netanyahu è quello di ridurre i contagi a 400 entro il mese di agosto, così da poter tornare ad una routine parziale. Una routine priva di quell’euforia che aveva tanto caratterizzato il precedente ritorno alla normalità.

Tema spinoso e molto discusso è stato il sussidio promesso da Netanyahu ad ogni cittadino che abbia compiuto la maggiore età. Un assegno di 750 shekel, pari a 190 euro, che ogni cittadino israeliano riceverà a data ancora da definirsi. Una cifra importante considerati i tempi duri, ma non sufficiente per molti cittadini e assolutamente irrilevante per altri. Settecentocinquanta. Un numero che fa riflettere sul significato della parola “uguaglianza”, tanto utilizzata da Netanyahu durante la conferenza stampa tenuta il 15 di luglio, e sull’utilità di questo gesto apparentemente generoso.

“Non è vero che gli israeliani non hanno da mangiare. Si tratta proprio di una sciocchezza”, ha affermato di fronte alle telecamere di Channel 12 il parlamentare Tzachi Hanegbi, appartenente al partito del Likud, una sola settimana prima dei contagi da record. Il giorno seguente diecimila manifestanti sono scesi nella Rabin Square a Tel Aviv, privi di mascherine e trascurando la famigerata “regola dei 2 metri”, per opporsi al Governo Netanyahu ed esprimere la grande difficoltà economica che stanno vivendo. Sui cartelli vi era scritto a grandi lettere: “Moriremo di fame, non di coronavirus”. Una manifestazione nata con fini pacifici, ma che si è presto trasformata in violenta.

A chiudere il quadro apocalittico è stato Yuli Edelstein, neo Ministro della Salute israeliano. “Per evitare il lockdown, ci vorrà un miracolo”, ha dichiarato Edelstein con tono scoraggiato, durante una delle tante conferenze stampa. “Per ora, sembrerebbe che nessun miracolo è intento a salvarci”, ha commentato ironica e amareggiata la giornalista Yonit Levi.

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