Elezioni Israele / Bibi vince ancora, ma è Lapid la vera sorpresa

Israele

In Israele, alle 5.30 di questa mattina (ora italiana), lo spoglio dei voti è ormai completato: Netanyahu e il Likud hanno conquistato ancora la maggioranza dei seggi, 31. Ma se un vincitore di queste ultime elezioni dev’esserci, questi non è Benjamin Netanyahu.
Yair Lapid con il suo partito, Yesh Atid, ha conquistato infatti 19 seggi ed è d’un balzo diventato il secondo partito del paese. Lo seguono di misura il partito laburista (Shelly Yacimovich) che conquista 15 seggi, Habait Yehudim (Naftali Bennet) e Shas con 11 seggi ciascuno. Meretz e Hatnuah prendono 6 seggi a testa; United Torah Judaism, 7; i tre partiti arabi – Ta’al, Balad, Hadash – conquistano insieme 12 seggi in totale

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Mentre lo spoglio delle schede era ancora in corso, giornali e media israeliani e internazionali sono già passati alle analisi del voto e di fatto hanno già decretato, insieme agli elettori, il vero vincitore di queste ultime elezioni israeliane: Yair Lapid, leader del partito di centro Yesh Atid.  Yesh Atid, infatti, a sorpresa,  con i suoi 19 seggi conquistati è diventato il secondo partito del paese, superando di quattro punti anche il partito laburista di Shelly Yacimovich.

I partiti di centro-sinistra – Yesh Atid, Labor, Meretz, Hatnuah – insieme ai tre partiti arabi – Ta’al, Balad, Hadash – conquistano 60 seggi alla Knesset; altrettanti guadagna il centro-destra del Likud, di Habayt Hayehudi insieme ai due partiti Ultra-ortodossi – Shas e United Torah Judaism.

“Perchè Netanyahu ha fallito e Lapid ha vinto” è il titolo dell’editoriale di Aluf Benn su Haaretz;  Gil Hoffman sul Jerualem Post spiega a sua volta “Perchè il Likud è collassato” Le analisi sono diverse naturalmente, ma il dato di partenza inconfutabile è lo stesso per entrambi: Bibi e il Likud hanno perso. Aluf Benn sottolinea specialmente i meriti di Lapid, la sua capacità di parlare al cuore della gente, l’aver puntato su questioni che toccano il quotidiano, il carovita, il lavoro.  Quanto a Netanyahu, scrive Benn, “sapeva che gli israeliani erano preoccupati per l’economia, per i prezzi delle case, per la renitenza alla leva degli haredim, ma ha scelto di ignorare questi problemi a favore della minaccia iraniana, di Gerusalemme indivisibile, a favore dei piani di insediamento nelle colonie”. Netanyahu, insomma, “non ha parlato al cuore degli elettori”. Per Gil Hoffman invece il vero il tallone d’achille di Bibi Netanyahu è stata la gestione del tutto personalistica della campagna elettorale, tutta giocata su di sè e sul suo ruolo di uomo forte e di leader unico.

Il New York Times online, che dedica il primo piano proprio alle elezioni israeliane, parla di voto “tiepido” per Netanyahu, e lo definisce una strigliata (“rebuke”) del paese al leader del Likud e capo del governo. La vittoria di Lapid invece, anche per il NYT è frutto dell’attenzione che egli ha rivolto alle questioni che toccano più da vicino gli israeliani, specialmente quelli delle classi medie. Oltre alle questioni dell’economia e del lavoro, uno dei temi forti della campagna elettorale di Lapid, ricorda Jodi Rudoren, è stato quello del servizio militare degli haredim e del loro inserimento nella società israeliana come forza-lavoro. Con questi argomenti, osserva Rudoren, Lapid si è conquistato le simpatie della sinistra. Sorvolando sul tema del processo di pace, invece,  si è in qualche modo attratto a sè  (o, comunque, non si è inimicato) gli elettori (incerti) del centro-destra. “Come la grande maggioranza degli israeliani, sul conflitto israelo-palestinese ha sostenuto una soluzione a due stati, ma si è dimostrato scettico sulla volontà della leadership palestinese di negoziare sul serio; ha chiesto un ritorno ai negoziati di pace, ma non ha fatto di questo argomento una priorità”.

Il successo di Lapid, in parte, era nell’aria: da questo partito nato e cresciuto in un anno, grazie ad internet e ai talk show televisivi,  ci si aspettava conquistasse 12-13 seggi. I 19 emersi dalla conta dei voti, sono stati una vera sorpresa.
Per Lapid ora si tratta di capitalizzare questo “tesoro”, di scegliere cosa fare e come gestire l’ingente patrimonio di fiducia conquistato alle urne. Secondo Yossi Verter (Haaretz), il leader di Yesh Atid ora ha due possibilità: mettersi alla testa dell’opposizione, oppure unirsi al nuovo governo Netanyahu e diventarne uno dei ministri più influenti. “Se sceglierà questa strada, – osserva Verter –  se giocherà le sue carte con saggezza, potrebbe davvero realizzare la sua promessa elettorale, e cioè quella di portare un vero cambiamento nel paese”. E dimostrare che, come dice il nome stesso del suo partito, un futuro c’è.

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