Democrazia e educazione

Mondo

Conferenza internazionale AHN a Gerusalemme. Il racconto di una partecipante.

Cielo blu, alberi verdissimi mossi da un venticello teso, prati di erba smeraldina, un’esplosione di fiori multicolori, stradine linde, acqua inaspettata che scorre su se stessa come in un giardino zen, graziose casette di pietra, qualche costruzione più grande, una piscina olimpionica, un palazzetto dello sport, sala fitness come nelle migliori palestre alla moda, un auditorium con un signor palco, sale e salette per la musica e il canto, laboratori, una mensa che si può modulare a piacere e ragazzi, tanti ragazzi sorridenti: di tutte le età e di tutti i colori, russi, francesi, belgi, israeliani, etiopi, moldavi, bielorussi, polacchi, iraniani…

Non siamo nell’isola che non c’è, ma in un angolo di paradiso possibile nel cuore di Gerusalemme, nel Villaggio Israel Goldstein, anno 2008, a 59 anni dalla sua fondazione e nel 60° anniversario della nascita dello Stato d’Israele. Un luogo in cui anche la bellezza della natura e l’armonia sono parte integrante di un progetto educativo.

Siamo qui convenuti fra il 27 e il 29 maggio grazie all’entusiasmo e alla caparbia volontà di Esther Ghitis, Presidente onoraria italiana degli Amici del Villaggio Israel Goldstein, e dell’Aliyaht HaNoar AHN (che opera in Israele da 75 anni) e del Centro Culturale Luigi Einaudi di Gerusalemme.
Esther Ghitis ha contribuito, ancora una volta, a trasformare un sogno in realtà portando anche una delegazione italiana al Convegno Internazionale sull’Educazione organizzato quest’anno presso il Centro Luigi Einaudi del Villaggio Goldstein. Non solo in occasione delle felici ricorrenze tutte israeliane, ma anche nel 60° anniversario dell’elezione di Luigi Einaudi a primo Presidente della Repubblica Italiana.
Tanti anniversari, tutti convergenti sul tema della democrazia anche nell’ambito dell’educazione.
Ad accoglierci Pini Cohen, Direttore del Villaggio e Judy Segal, Responsabile delle relazioni esterne del Villaggio stesso: due veri pilastri di questa meravigliosa realtà, solidi e amatissimi dalle centinaia di ragazzi che qui possono fiorire, ognuno secondo le proprie inclinazioni e i propri talenti.

Il programma del convegno ci ha permesso anche di entrare in due delle istituzioni più prestigiose dello Stato di Israele: la Corte Suprema e la Knesset.
Camminare fra le loro mura è stato un po’ come camminare dentro la democrazia che Israele ha saputo costruire e difendere fin dalla sua fondazione anche grazie alla capacità di rinnovarsi e di aprirsi a tutte le realtà etniche e culturali che via via sono andate ad arricchirlo e a metterlo alla prova. Anche nel settore della scuola, pur con eccellenze in campo educativo come il Villaggio Goldstein, Israele deve ancora affrontare e risolvere non poche sfide, come ha avuto modo di dirci il membro della Knesset Ronit Tirosh durante un incontro privato, che riguardano soprattutto l’impegno economico.

Gerusalemme era in fermento, costellata di cantieri edili, quartieri rinnovati, centri di ogni genere appena inaugurati, giardini e parchi verdi e ben tenuti, traffico intenso e percorsa da continue delegazioni di intellettuali e di rappresentanti di altri Stati in visita per rendere onore a Israele e ai 40 anni della riunificazione della città d’oro.

Perché malgrado tutte le minacce non risolte, malgrado i problemi interni e quelli che toccano il mondo intero, malgrado tutto, Israele è più viva che mai e proiettata verso il futuro. Forse il suo segreto sta nella sua democrazia, come ha saputo ben dire Bernard Henri-Levy dopo la sua visita ufficiale al fianco di Henry Kissinger e del Presidente Shimon Peres, “ […] Sì, naturalmente non tutto è perfetto in Israele. E la questione palestinese, in particolare è una ferita aperta, una piaga. Ma, a parte questo problema, per quel che ne so io, non esistono altri Stati nati dalla decomposizione degli imperi, che abbiano saputo edificare, come Israele, una prosperità durevole, una democrazia degna di questo nome e anche un rapporto con la violenza che mai si libera dall’inquietudine e dalle considerazioni etiche. Al di là di tale contesto[…] osservo questo Stato che accoglie indifferentemente russi e yemeniti, francesi ed etiopi, maghrebini e polacchi ( senza parlare del 20 per cento di arabi palestinesi): lo si voglia o meno, una multietnicità che si combina come da nessun’altra parte, con un’appartenenza nazionale, un patriottismo, un’esigenza democratica sorprendentemente solidi; una lezione, in altre parole, una vera grande lezione alla quale farebbero bene ad ispirarsi tante nazioni potenti confrontate alla stessa impossibile equazione, Francia e Stati Uniti compresi.[…]”

Prima di proseguire nel non facile compito di sintetizzare le relazioni presentate durante il convegno, vorrei accennare brevemente all’altro importante evento cui siamo stati invitati: l’inaugurazione del nuovo Auditorium del Centro Culturale Luigi Einaudi, la cui ristrutturazione, ancora in corso, è stata resa possibile grazie alla donazione in memoria di Guido Jarach e di sua moglie Fernanda Schapira, dedicata loro dai figli e dai nipoti, insieme ad un’aula della musica dedicata a loro fratello e padre Giancarlo, prematuramente scomparso.
La donazione è stata destinata al Villaggio Goldstein in segno di continuità con il progetto di sostegno avviato sin dai tempi del Presidente Einaudi da altri membri della famiglia Schapira di Milano.
Del resto, come ci ha ricordato Rav Roberto Della Rocca, la trasmissione dei valori fondanti dell’ebraismo avviene proprio con il passaggio di “azioni positive” che si trasformano in “pensiero” ( di solito invece è il contrario e cioè che dal pensiero si passa all’azione ). Per educare davvero vale più un buon gesto compiuto dai genitori (e dagli adulti in generale) che mille parole: quel gesto verrà ripetuto dai figli, oltre che in loro memoria, per diventare esempio per tutti i figli che verranno, nel senso più ampio che la parola “figli” può contenere: le dor vador.

L’inaugurazione è stata preceduta da una visita del villaggio e delle sue strutture, con attimi di raccoglimento dinanzi ai memoriali che ricordano le vittime delle guerre e del terrorismo che, prima di essere soldati o cittadini israeliani, sono stati “ragazzi del villaggio Goldstein”. Mi permetto un’ulteriore inciso: il villaggio Goldstein è aperto a studenti israeliani, ma è soprattutto l’incubatrice che consente a giovani spesso in difficoltà e provenienti da tutto il mondo, di portare avanti i propri studi e di compiere il passaggio necessario per l’Aliyah.
Un altro momento toccante di questa visita è stata l’inaugurazione di un piccolo giardino di 20 rose bianche in memoria dei 20 bambini provenienti da tutta Europa, che nel 1944 furono deportati da Birkenau a Neuengamme, lì sottoposti ad esperimenti medici sulla tubercolosi e poi giustiziati senza pietà nella scuola di Bullenhuser Damm, alle porte di Amburgo, mentre la città veniva liberata dalle Forze Alleate, il 20 aprile 1945. Una storia emblematica fra i milioni di storie uniche e struggenti della Shoah, che in un giardino da far coltivare ai ragazzi può essere ricordata con la tenerezza che merita. Tanto più in un luogo nato proprio per accogliere i ragazzi reduci e orfani dall’Europa che li stava perseguitando. Il giardino è stato piantato grazie ad una piccola ma importante donazione ottenuta dai proventi delle vendite del libro “I 20 bambini di Bullenhuser Damm” curato dalla prof.ssa Maria Pia Bernicchia e edito da Proedi Editore. Tanti analoghi giardini del ricordo e della speranza sono già nati e continuano a nascere in Italia e in Europa da un piccolo fondo che la curatrice del libro alimenta anche con il suo lavoro nelle scuole e nelle istituzioni dove viene chiamata a raccontare. A scoprire la targa alla memoria nel giardino di rose sono stati anche due testimoni davvero speciali: Itzak Reichembaum e Shifra Mekler, oggi entrambi fieri cittadini israeliani, ieri fratelli ( Itzak ad Auschwitz e Shifra nascosta in una fossa in Polonia ) di due dei 20 bambini di Bullenhuser Damm. Il destino ha riservato loro un differente cammino, li ha lasciati sopravvivere e arrivare in Israele sulle navi dell’Aliyah Bet, per approdare in luoghi come il Villaggio Goldstein, dove hanno trovato la forza e l’amore necessari per rinascere.

Sempre accompagnati da Pini Cohen e Judy Segal abbiamo poi assistito a due ore di spettacolo nel Centro Luigi Einaudi: canti e balli curati dal corpo insegnante delle discipline artistiche del Villaggio e proposti al pubblico dagli studenti dell’ultimo anno. L’Auditorium era gremito di ospiti, di amici, di studenti e insegnanti, tutti a fare il tifo per questi splendidi ragazzi e per la loro trascinante esibizione.

Il giorno successivo si è invece tenuto il convegno vero e proprio, con relazioni israeliane, italiane e inglesi.
Il tema della democrazia a confronto con quello dell’educazione è stato considerato da diversi punti di vista: sociologico, psicologico, etico e morale, nonché religioso. Ci è mancato quello filosofico, che avrebbe dovuto presentare il Prof. Zecchi dell’Università di Milano che per motivi di salute non ha però potuto intervenire.

Ad aprire i lavori è stato l’Arch. Roberto Einaudi, curatore della bella mostra appena presentata al Quirinale ( e da settembre a Palazzo Reale a Milano) sulla figura di Luigi Einaudi, suo nonno. Pochi oggi conoscono lo spessore umano e la grande modernità di pensiero del primo Presidente della Repubblica Italiana, né sanno quanto fosse legato a Israele, tanto da accettare la presidenza onoraria del Centro Culturale creato grazie alla generosità dei donatori italiani all’interno del Villaggio Goldstein. Nella sua introduzione, l’Arch. Einaudi ha voluto soprattutto condividere con noi la visione educativa dell’uomo, oltre che del giovane, che caratterizzava il pensiero di Luigi Einaudi. La sua poliedrica personalità, i molteplici incarichi da lui ricoperti prima di essere eletto Presidente della Repubblica lo hanno sempre tenuto a contatto con “l’altro” e i suoi numerosi scritti ci hanno lasciato in eredità il pensiero e le azioni di un uomo che non ha mai smesso di interrogarsi e di cercare il dialogo come prassi necessaria per difendere la democrazia interiore, prima ancora di quella sociale. Speriamo di poter dunque approfittare della mostra in corso fra Roma e Milano per approfondire la conoscenza di un precursore dei tempi in un Paese come l’Italia, ancora oggi alla ricerca di una sua salda identità.

I saluti dei rappresentanti delle Istituzioni israeliane e quelli dell’Ambasciata italiana in Israele hanno preceduto le relazioni, di cui cercherò qui di condensare i momenti salienti. Il convegno è stato coordinato dal Dr. Emmanuel Grupper, dell’Amministrazione dell’Aliyaht HaNoar del Ministero dell’Educazione di Israele.

Il Dr. John Diamond della Mulberry Bush School di Oxford ci ha portato l’esperienza della scuola speciale da lui diretta, dedicata a bambini e ragazzi considerati ormai “persi”, “congelati” a causa di situazioni di forte disagio e violenza familiare. Compito di questa scuola-comunità e dei suoi operatori è quello di ridare sicurezza, limiti, identità, speranza e creatività a soggetti che ne sono stati deprivati, passando non solo attraverso l’amore, ma anche attraverso un lavoro basato sul rispetto reciproco, sul dialogo. Fondamentale è in questi casi la forte infusione di coraggio nell’essere se stessi, una volta abbandonati i terribili sentimenti di colpa e di odio maturato nella tempesta di cui i bambini sono stati vittime innocenti e inconsapevoli. I risultati si vedono e sono condivisibili.

Il Dr. Shalom Shamai, della sezione del Ministero dell’Educazione israeliano dedicata ai programmi di integrazione dell’Aliyah giovanile, ci ha presentato il suo lavoro partendo dalla considerazione che oggi ci si confronta con giovani assolutamente più precoci e informati, che quindi tendono a interagire con gli adulti come con loro pari, rifiutando qualsiasi imposizione predefinita. L’adulto e l’educatore in generale devono perciò rivedere il proprio approccio educativo e stabilire una relazione orizzontale con i giovani. Il vecchio rapporto verticale basato sull’imposizione di regole e sull’alternanza di castigo e di premio non ha più senso, né effetto; l’autoritarismo deve lasciare sempre più spazio all’autorevolezza, al coinvolgimento attivo delle parti, alla capacità di mettersi reciprocamente in discussione. Il ruolo dell’educatore deve essere quello di mediare le capacità dei giovani e di aiutarli ad entrare a far parte di una comunità responsabile e democratica, all’interno di un sistema educativo circolare. Chi ha il compito di educare le nuove generazioni diventa insomma il tramite per far emergere da ogni singolo individuo “in costruzione”, tutti i “mattoni” già esistenti e pronti ad essere impiegati per formare un futuro cittadino consapevole e in sintonia con la collettività, apprezzato per le sue competenze e in grado di dialogare con il suo prossimo. Luogo ideale dove innescare questo processo circolare è senz’altro il “villaggio”, dove è più facile trasmettere continuativamente l’esempio della cooperazione, dell’interattività, del rispetto dei valori comuni e può stimolare il senso di appartenenza alla comunità, che verrà in seguito esportata dai giovani nella società più ampia in cui vivranno da adulti. Dando attenzione, si riceverà attenzione; privilegiando il dialogo si creeranno partners, “soci” capaci in futuro di interagire con il prossimo in modo più maturo, responsabile e disponibile al dialogo.

Il Prof. David Meghnagi della Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università di Roma 3 e Direttore del Master sulla Shoah ha presentato una relazione su “Le sfide degli educatori nelle società democratiche aperte”.
Tema affascinante e trattato partendo dall’eredità fondamentale della tradizione ebraica, salvata dalla catastrofe del ‘900 anche grazie alle precoci migrazioni di fine ‘800 verso l’allora Palestina e verso gli USA. In Europa, per merito degli allievi di Freud, si era già sviluppato il sistema dei “pari”, un sistema educativo e di trasmissione di valori centrato sull’antiautoritarismo, sullo sviluppo del senso di responsabilità, sull’apprendimento sempre in divenire e sull’amore per la natura: una “psicanalisi dell’infanzia” legata all’educazione dei bambini assolutamente in anticipo sui tempi.
In Israele si è potuta realizzare la democrazia, attraverso un sistema scolastico innovativo, un’organizzazione sociale unica al mondo e rapporti democratici concreti anche nella relazione di lavoro. Pur sotto la minaccia costante e l’angoscia permanente, Israele ha saputo difendere la propria democrazia tenendosi salda sui valori condivisi della tradizione ebraica: gli stessi valori che gli ebrei hanno saputo mantenere integri in millenni di oppressione, riuscendo a restare “liberi” anche in sistemi chiusi e persecutori. E l’educazione, il passaggio di valori da una generazione all’altra, ne è da sempre il veicolo principale.
La democrazia è legata indissolubilmente alla “libertà”, che comporta comunque e sempre uno scontro per garantire spazio di pensiero per tutti.
Ogni essere umano fin da bambino ha bisogno di ricevere fiducia, senza la quale non potrà mai avere fiducia di sé e diventare una persona autorevole. Questa si riconosce proprio quando ispira a sua volta fiducia e credibilità: invecchiando queste persone diventeranno sagge. Solo autorevolezza e saggezza possono contrastare l’odio.
In un sistema educativo rigido non esiste creatività, perché gli educatori autoritari hanno paura del caos. Per accettare il cambiamento continuo, intrinseco alla creatività dei giovani, si deve essere capaci di attraversare il disordine interiore, di sviluppare il pensiero critico e di tollerare l’aggressività che si sviluppa quando si mette in discussione la status quo.
Un educatore deve sapersi meritare il proprio ruolo ogni giorno e non temere di “transitare le culture”, compito verso cui per tradizione, gli ebrei sembrano essere più predisposti.

Rav Roberto Della Rocca, Direttore del Dipartimento Educazione e Cultura dell’UCEI ci ha parlato di come “Essere in grado di rimanere se stessi in un mondo che confonde”.
Ogni idea ne porta altre con sé e questo è il fondamento del dialogo, se si coltiva la capacità di accogliere l’altro, di riconoscerne il volto. Senza dialogo non ci può essere che violenza. Fonte inesauribile di riflessione al riguardo sono ovviamente, per Rav Della Rocca, la Torah e tutti i testi della tradizione ebraica. A cominciare dall’incomunicabilità sviluppatasi fra Caino e Abele, risolta addirittura con il fratricidio e divenuta emblematica nelle storia dell’uomo. Poi Babele, luogo metaforico per eccellenza, dove tutti parlavano la stessa lingua senza più comprendersi, senza più ascoltarsi, dove l’alterità non veniva più riconosciuta.
Questa la premessa per dire che anche l’insegnamento è “dialogo”, che non si possono trasmettere solo nozioni o regole, ma bisogna sapersi parlare e sapersi ascoltare, anche in un mondo confuso e che confonde, che tenta di appiattire tutto su un unico livello rinunciando al dialogo e scegliendo la violenza come mezzo di relazione. Ancora dalla tradizione ebraica ci viene un’altra importante riflessione. L’identità ebraica, ci ha ricordato Rav Della Rocca, fa riferimento alla luna e non solo come astro cui si riferisce la scansione del tempo. La cultura della luna è quella che protegge dall’illusione della pienezza, è l’antitesi delle culture del sole, sorte sfolgoranti e inesorabilmente tramontate perché incapaci di mutare di continuo e di mettersi in discussione. Proprio osservando e facendo nostra la continua incompiutezza della luna saremo capaci invece di farci piccoli e come lei di crescere e di cambiare, alla ricerca di sempre nuovi significati. E ancora dalla Torah, un piccolo significativo paradosso: l’assenza della parola hinuch, educazione. Solo una volta vi si fa riferimento ed è per dirci di educare e coltivare il fanciullo secondo le sue inclinazioni. Come a ricordarci senza fine che l’educazione è l’invito ad ascoltare l’altro, soprattutto il giovane, e dedicarci allo sviluppo delle sue capacità e qualità.
L’ebraismo rifugge il dogma, non contempla l’assolutismo ed è invece la miglior scuola per scegliere sempre il dialogo, la discussione, lo scambio e il dubbio.

I lavori sono proseguiti con la proiezione di un documentario sui giovani nell’Aliyah. “Life tools”, “Strumenti di vita” che è stato voluto e prodotto dal Presidente europeo degli Amici dell’Aliyaht HaNoar, la sig.ra Marion Frankenhuis e diretto dall’olandese Paul King. Un interessante percorso fra alcuni dei villaggi che oggi operano in Israele e che offrono con ottimi risultati a giovani israeliani e non una reale alternativa al disagio giovanile, uno strumento di riscatto in un mondo complesso e violento.

Il convegno si è concluso con un gruppo di studenti del Villaggio Goldstein e con le loro esperienze personali. Questo è stato forse il momento più bello, quello che ha riempito tutto di significato.
Era come trovarsi di fronte a un’aiuola di fiori dai mille profumi e dai colori sgargianti, promessa di un futuro che vorremmo per il mondo intero.
Ragazzi aperti, coraggiosi, consapevoli e orgogliosi di aver scelto di arrivare, soli, in Israele. Come il ragazzo che di fronte alla prospettiva di diventare “difensore dell’Iran”, suo Paese natale, ha preferito affrontare un viaggio attraverso la Turchia e giungere in Israele per difendere la sua libertà e quella degli altri. O come la ragazza russa che non si limita a studiare e a dedicarsi alla danza quasi professionalmente, ma sceglie di offrire il poco tempo libero che le rimane ai ragazzi autistici che sono ospitati all’interno del Villaggio. Insieme ai ragazzi che vengono da lontano abbiamo ascoltato anche una sorridente etiope di seconda generazione, nata a Dimona e desiderosa di avere una marcia in più per contare nel suo Paese; o un’altra israeliana ancora, che molto semplicemente ha dichiarato la sua felicità di essere stata accettata nel Villaggio “perché qui si diventa persone migliori”.
Mentre i ragazzi parlavano osservavo Pini Cohen e Judy Segal: nei loro occhi un luccichio sospetto, quasi che l’emozione di sentire ritornare tutto l’impegno e l’amore profuso nel loro lavoro stesse per sgorgare sotto forma di lacrime dolci.
Di sicuro lì al Villaggio crescono giovani migliori, impegnati senza posa in mille attività che insegnano loro a rispettare persone e cose, ad accettare ogni diversità, sia essa etnica, culturale o fisica e che li motiva profondamente a ricevere, fare e dare il massimo. Così, fra i fiori e l’erba nati dal deserto, rinasce ogni giorno anche la speranza di stare davvero coltivando insieme i presupposti di un mondo migliore.

Prova ne è che quasi tutti i ragazzi che si diplomano al Villaggio, specialmente quelli che fanno l’Aliyah, chiedono di entrare in corpi speciali dell’esercito e dopo laureati tornano spesso a lavorare per i loro eredi più piccoli, gli altri giovani che scelgono di compiere il loro stesso percorso.

Abbiamo assaggiato la parte più gustosa del Villaggio Israel Goldstein e le nostre coscienze ne sono uscite ben nutrite. Ma salutando lo staff, i ragazzi e tutti i collaboratori che tengono in vita questo luogo così speciale abbiamo anche capito che l’impegno di dare sempre il massimo costa tanta fatica . Fatica che non può e non deve perdere mai il nostro supporto morale ed economico, nella certezza che in questo vivaio crescono da più di mezzo secolo uomini e donne migliori, non solo per Israele. Quando il Villaggio fu fondato, la scuola che accoglieva i giovani era di indirizzo esclusivamente agricolo e insegnava a far fiorire il deserto, perché era di questo che Israele aveva bisogno. Fra gli anni ’50 e ’60, sotto l’ondata migratoria degli ebrei espulsi dai Paesi arabi, il Villaggio seppe trasformarsi e offrire altre prospettive educative e lavorative, attraverso la creazione di scuole professionali: i bisogni del Paese e quelli dei giovani olym erano mutati. Dagli anni ’80 in poi l’immigrazione massiccia dai Paesi dell’ex Unione Sovietica determinò un ulteriore cambiamento e la conversione dell’offerta formativa del Villaggio a studi di tipo liceale.
Nessuno al Villaggio ci ha detto che questo sia l’assetto definitivo, perché la scommessa non finisce mai, come quella della democrazia israeliana.
Questa elasticità nel sapersi adeguare ad una realtà in trasformazione ci dimostra che la teoria del dialogo e di un progetto educativo in divenire è l’unico cui possiamo ispirarci con fiducia per mantenere vivo il più ampio progetto democratico cui aspiriamo.

Per dirla con le parole di Luigi Einaudi: “Questa è la differenza tra il totalitarismo e la libertà. Il totalitarismo vive col monopolio; la libertà vive perché vuole la discussione tra la libertà e l’errore; sa che solo attraverso l’errore si giunge, per tentativi sempre ripresi e mai conclusi, alla verità. (tratto da Scuola e libertà, Torino 1956)”.