di Anna Balestrieri
Per il fumettista francese, autore del celebre Il gatto del rabbino, disegnare è diventato un modo per testimoniare, custodire la memoria e opporsi alla cancellazione del dolore. Nel suo nuovo libro To Life, il racconto dei mesi successivi al massacro del 7 ottobre si intreccia con una riflessione sulla convivenza, sull’identità e sulla possibilità di piangere insieme israeliani e palestinesi.
Il 7 ottobre 2023 era anche il giorno del suo compleanno. Joann Sfar aveva organizzato una festa alla quale partecipavano, come ricorda, «tanti musulmani quanti ebrei». Poi le notizie dal sud di Israele, il massacro, la paura e lo smarrimento. In quei giorni, racconta il fumettista francese, disegnare è diventato l’unico modo per attraversare ciò che stava accadendo. Non per trovare risposte politiche, ma per restituire un volto alle persone e sottrarre le loro storie all’astrazione.
È da questa esigenza che nasce To Life, traduzione inglese di Nous Vivrons, il diario illustrato con cui Sfar ha raccontato la propria esperienza nei mesi immediatamente successivi agli attacchi di Hamas. Il volume, uscito in inglese l’8 settembre, si inserisce in un progetto più ampio articolato in tre opere, dedicate rispettivamente all’impatto del 7 ottobre, alla storia del popolo ebraico e alle voci palestinesi. Una trilogia che attraversa la tragedia senza rinunciare a interrogarsi su ciò che potrebbe venire dopo.
Sfar, nato nel 1971 a Nizza da una famiglia ebraica di origini algerine e ucraine, è uno degli autori più riconoscibili del fumetto francese contemporaneo. Il grande pubblico lo conosce soprattutto per Il gatto del rabbino, opera irriverente e colta nella quale la tradizione sefardita, il dialogo interreligioso e la convivenza tra ebrei e arabi costituiscono altrettanti punti di partenza per interrogare il presente. La sua produzione ha sempre cercato di sottrarre le identità collettive alla rigidità delle appartenenze, privilegiando le relazioni, le contraddizioni e le esperienze individuali.
Contro le astrazioni, il ritorno alle persone
In un’intervista al Forward, Sfar spiega di augurarsi che il libro possa contribuire a modificare il modo in cui il pubblico internazionale guarda al Medio Oriente. Lo preoccupa soprattutto la trasformazione di una realtà complessa in un terreno di contrapposizione ideologica, anche nel dibattito americano, dove il conflitto è diventato materia di scontro politico interno.
La sua prospettiva parte da un’esperienza personale e familiare. L’autore racconta di essere rimasto colpito, visitando le città palestinesi, dalla somiglianza di molti anziani con suo padre e dalla familiarità dei volti, dei gesti e delle storie. Anche gli ebrei marocchini incontrati in Israele gli ricordavano, per tratti e aspetto, i palestinesi.
«Vorrei che i lettori si confrontassero con le esperienze personali, anziché con le astrazioni», è il senso del suo appello. Le persone che abitano questa regione, osserva, sono legate da una prossimità storica, sociale ed economica che nessuna contrapposizione ideologica riesce a cancellare. La sua non è la pretesa di formulare una soluzione diplomatica: Sfar rivendica piuttosto il ruolo del narratore, disposto a raggiungere i luoghi, incontrare gli individui e riportarne le storie.
In questo senso, il suo lavoro si colloca deliberatamente a distanza dalle grandi narrazioni nazionali. Da una parte chi nega l’esistenza storica di una Palestina, dall’altra chi contesta la legittimità stessa dell’esistenza di Israele: per Sfar, entrambe le posizioni finiscono per cancellare le persone in nome di una rappresentazione totalizzante del conflitto.
Una pietra sulle tombe, contro la rimozione del lutto
Tra le immagini più significative di To Life c’è il funerale di un padre ucciso il 7 ottobre. Il figlio piange sulla tomba e vi depone una piccola pietra, secondo una consuetudine ebraica. Un gesto semplice, che Sfar trasforma in una delle rappresentazioni più potenti della guerra.
Il bambino, osserva il disegnatore, potrebbe essere arabo. Il dolore che manifesta non appartiene a una comunità soltanto: è quello di un figlio che ha perso il padre. «La guerra non riguarda l’eroismo, la gloria o la vittoria. Riguarda i bambini che piangono i propri padri, le proprie madri, le proprie famiglie».
È anche da questa immagine che deriva il significato della scrittura e del disegno come gesto di commemorazione. Sfar descrive il proprio lavoro come il deporre piccole pietre sulle tombe ebraiche: un atto di memoria che non pretende di riparare la perdita, ma impedisce che venga dimenticata.
L’artista denuncia, in particolare, una difficoltà crescente nel ricordare pubblicamente il 7 ottobre in alcuni ambienti culturali francesi, dove la solidarietà con le vittime israeliane viene talvolta percepita come incompatibile con la denuncia della devastazione di Gaza. La sua posizione è diversa: non esiste una gerarchia del dolore che imponga di scegliere quale tragedia meriti di essere ricordata.
Il massacro di israeliani del 7 ottobre, sottolinea, è stato il più grave assassinio di ebrei dalla fine della Seconda guerra mondiale. Le uccisioni e le sofferenze della popolazione palestinese a Gaza, aggiunge, sono una tragedia destinata a lasciare una traccia nella memoria storica per generazioni. Piangere entrambe le tragedie non significa confonderle, né cancellarne le differenze: significa rifiutare che il lutto diventi un’esclusiva identitaria.
L’antisemitismo e la solitudine degli artisti ebrei
Una parte importante del libro riguarda anche il clima vissuto dagli ebrei in Francia dopo il 7 ottobre. Sfar racconta di intimidazioni, minacce di boicottaggio e contestazioni rivolte agli artisti ebrei, spesso liquidati come sostenitori di un presunto «genocidio» soltanto per il loro legame con Israele.
L’autore ricorda un episodio a Marsiglia, dove un gruppo di manifestanti aveva cercato di impedirgli di disegnare durante uno spettacolo. A difenderlo intervennero numerosi spettatori, consapevoli del carattere umanitario e pacifista della sua opera. Per Sfar, l’episodio mostra quanto rapidamente il confronto possa degenerare in un rifiuto della persona, indipendentemente da ciò che pensa o racconta.
Eppure, la sua esperienza nelle librerie e negli incontri pubblici è stata molto diversa da quella osservata sui social network. Se online, sostiene, il confronto è spesso impossibile, nelle presentazioni ha trovato un pubblico disposto ad ascoltare e discutere. Nous vivrons ha venduto oltre 60.000 copie in Francia, raggiungendo lettori ben oltre la comunità ebraica. Anche gli incontri organizzati nelle università, talvolta occupate o interessate da proteste pro-palestinesi, si sono rivelati occasioni di dialogo.
La regola che Sfar cerca di applicare è inclusiva: ai suoi appuntamenti sono benvenuti i sostenitori di Israele, quelli della causa palestinese e persino coloro che non conoscono affatto la questione. La possibilità di dissentire, purché si continui a riconoscere l’umanità dell’interlocutore, è per lui una condizione essenziale del confronto.
La memoria familiare e il legame con Israele
Il libro affronta anche una questione particolarmente delicata per le comunità ebraiche della diaspora: il rapporto con Israele dopo il 7 ottobre. Sfar è preoccupato dalla crescente distanza che percepisce tra ebrei israeliani, americani ed europei, soprattutto tra le generazioni più giovani. Criticare il governo israeliano, precisa, è legittimo e necessario; fingere che Israele non abbia alcun rapporto con la propria storia familiare è invece un’altra cosa.
L’artista non si presenta come un sostenitore acritico dello Stato ebraico. Definisce Israele un Paese profondamente problematico, governato da una destra radicale, e respinge l’idea che gli ebrei della diaspora debbano dimostrare continuamente la propria fedeltà politica. Ma il legame storico e familiare, a suo avviso, non può essere ridotto a un’adesione ideologica.
Sfar individua una responsabilità anche nelle politiche israeliane, che avrebbero spesso trasmesso alla diaspora l’idea che l’appartenenza ebraica debba tradursi necessariamente in un sostegno incondizionato a Israele. Non si può chiedere a un giovane ebreo di sentirsi in colpa perché non è abbastanza filoisraeliano: il rapporto con Israele dovrebbe poter esistere anche al di fuori delle posizioni politiche del momento.
A rendere ancora più personale questa riflessione è la presenza ricorrente nel libro del nonno dell’autore, evocato attraverso dialoghi immaginari. Fu lui a crescerlo e a trasmettergli una visione del mondo estranea al nazionalismo e alle retoriche della grandezza nazionale. La sua unica preoccupazione era la sopravvivenza. Guardando all’Europa del dopoguerra, prevedeva che la tregua seguita alla Shoah sarebbe durata soltanto qualche decennio, prima del ritorno dell’odio antiebraico.
Oggi Sfar teme che quella previsione si sia rivelata corretta. Ricorda inoltre come il 7 ottobre abbia riattivato, soprattutto nelle famiglie ebraiche sefardite e di origine mediorientale, memorie di persecuzioni e violenze subite nei Paesi arabi, dalle quali molti ebrei furono costretti a fuggire nel corso del Novecento.
Disegnare per non dimenticare
A tre anni dagli attacchi, Sfar considera uno dei pericoli maggiori la progressiva rimozione del loro significato storico. Il 7 ottobre, sostiene, rischia di essere assorbito nelle successive contrapposizioni politiche, perdendo la propria specificità di evento e di esperienza vissuta. A questo si aggiunge la preoccupazione per gli attacchi rivolti in Francia ai luoghi della memoria della Seconda guerra mondiale, talvolta accusati di essere strumenti di propaganda filoisraeliana.
È una deriva che, per l’autore, mette a rischio la possibilità stessa di una riconciliazione. La memoria non è un ostacolo alla pace, ma una delle sue condizioni. Ricordare non significa perpetuare il conflitto: significa riconoscere ciò che è accaduto, senza selezionare le vittime in base alla loro appartenenza.
La trilogia di Sfar non offre dunque un programma politico né una formula per uscire dalla guerra. Il suo contributo è un altro: riportare il lettore davanti ai volti, ai gesti quotidiani, alle relazioni che resistono anche quando le grandi narrazioni sembrano averle cancellate. In un tempo in cui ogni immagine rischia di diventare un’arma nel confronto ideologico, il fumettista sceglie la lentezza del disegno e la concretezza delle storie individuali.
Deporre una pietra su una tomba, tracciare il volto di un bambino, ascoltare chi vive dall’altra parte: per Sfar, sono gesti minimi, ma necessari. Perché prima di immaginare una pace bisogna riuscire a riconoscere, nel dolore dell’altro, qualcosa che ci riguarda.



