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Una casa editrice per gli autori israeliani ed ebrei: la risposta al boicottaggio culturale passa da Londra

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
L’agente letterario di J.K. Rowling, Neil Blair, ha fondato High Line Publishing Studio, una nuova realtà editoriale con sedi a Londra e New York, nata per dare spazio agli scrittori israeliani ed ebrei sempre più esclusi dal mercato internazionale. Un’iniziativa ambiziosa, sostenuta da finanziatori privati, che solleva però una questione delicata: costruire un circuito editoriale alternativo significa contrastare l’isolamento oppure rischia di istituzionalizzarlo?

 

Una nuova casa editrice internazionale per riportare le voci israeliane ed ebraiche al centro della scena culturale. È questa la scommessa di Neil Blair, noto agente letterario britannico e rappresentante di J.K. Rowling, che ha appena lanciato High Line Publishing Studio, un progetto editoriale con uffici a Londra e New York. L’iniziativa nasce dalla constatazione di una crescente difficoltà, per autori israeliani ed ebrei, di trovare spazio presso i grandi editori occidentali, in un clima culturale sempre più condizionato dal conflitto in Medio Oriente e dalle campagne di boicottaggio contro Israele.

Eli Sharabi e la copertina del suo libro “Hostage”

A convincere Blair della necessità di intervenire sono state, soprattutto, alcune esperienze professionali che hanno messo in luce le contraddizioni del mercato editoriale. Tra queste, il caso di Eli Sharabi, ex ostaggio di Hamas e autore di un libro di memorie che ha ottenuto un successo straordinario. Blair è riuscito a trovare per il volume un importante editore americano: negli Stati Uniti sono state vendute oltre 350 mila copie dell’edizione con copertina rigida, mentre il libro è entrato nella classifica dei bestseller del New York Times. In Gran Bretagna, invece, nessuno dei principali gruppi editoriali ha voluto pubblicarlo. Alla fine è stata una casa editrice indipendente di medie dimensioni, Swift Press, ad acquisirne i diritti.

Un’esperienza analoga ha riguardato Yossi Cohen, già direttore del Mossad, il cui libro era stato inizialmente accolto da HarperCollins negli Stati Uniti. Secondo Blair, dopo la firma del contratto l’editore avrebbe però ostacolato ripetutamente la pubblicazione, contestando presunte violazioni contrattuali e rifiutando le iniziative promozionali proposte. Anche in Gran Bretagna si sono rivelate infruttuose le ricerche di un editore disponibile a investire sul volume.

Da queste vicende è maturata la decisione di non limitarsi a denunciare il problema, ma di creare uno strumento concreto per affrontarlo. High Line Publishing Studio si propone infatti di pubblicare libri, autori e temi che, secondo i suoi promotori, rischiano di essere esclusi dal circuito editoriale internazionale. Il progetto è finanziato attraverso donazioni private, in larga parte provenienti da sostenitori che hanno scelto di mantenere riservata la propria identità, e si presenta come un’impresa commerciale, non come un’organizzazione senza scopo di lucro.

Oltre i meccanismi di esclusione

Da sinistra: Lindsay Gordon, Adam Cannon, Neil Blair, Jacky Klein, Joel Simons and Oliver Malcolm

 

La nuova struttura comprende due marchi editoriali. Odessa Editions, diretto da Jacky Klein, si concentrerà sulla narrativa e sulla saggistica di autori israeliani ed ebrei. Antidote Books, affidata a Joel Simons, già dirigente di HarperCollins, sarà invece dedicata a opere di non-fiction che affrontano grandi questioni culturali e intellettuali.

Klein, che proviene dal mondo dell’arte e dell’editoria artistica, ha vissuto per due anni a Giaffa con la famiglia, dopo essersi trasferita da Londra prima del 7 ottobre 2023. La sua esperienza personale le ha consentito di osservare contemporaneamente le reazioni alla guerra all’interno della società israeliana e il modo in cui il conflitto veniva raccontato negli ambienti culturali europei e americani.

A rappresentare un momento di svolta è stato, racconta, un articolo pubblicato dal Telegraph britannico sul cosiddetto boicottaggio silenzioso degli scrittori ebrei nell’editoria del Regno Unito. Una denuncia che l’ha spinta a mettere a disposizione del progetto le proprie competenze professionali.

Il problema, secondo Klein, non riguarda soltanto il rifiuto esplicito di pubblicare determinati autori, ma anche un sistema di resistenze interne alle stesse case editrici. Un manoscritto può essere giudicato valido, persino commercialmente promettente, ma incontrare ostacoli nei dipartimenti editoriali, nella comunicazione e nel marketing. Di fronte alla prospettiva di un conflitto interno, alcuni responsabili potrebbero preferire rinunciare al progetto.

Negli ultimi anni, le difficoltà denunciate dagli autori israeliani ed ebrei si sono manifestate in forme diverse: dalla circolazione di liste online di scrittori considerati sionisti, alle pressioni sugli editori affinché evitino determinati titoli, fino ai rifiuti di tradurre in ebraico opere di autori stranieri. Un rapporto pubblicato dall’Anti-Defamation League ha inoltre raccolto testimonianze di scrittori ebrei americani che hanno riferito di essere stati esclusi da manifestazioni culturali alle quali partecipavano abitualmente, di aver incontrato proteste durante i propri interventi pubblici e, in alcuni casi, di aver perso i propri agenti letterari per ragioni legate alle loro posizioni su Israele.

Il fenomeno non si limita alla produzione esplicitamente dedicata al conflitto israelo-palestinese. A dimostrarlo è anche la controversia che ha coinvolto la scrittrice sino-americana R.F. Kuang, autrice di bestseller, dopo la diffusione di un estratto del suo romanzo Taipei Story. Una scena in cui la protagonista assiste a un concerto di un pianista israeliano ha suscitato critiche da parte di sostenitori del boicottaggio culturale di Israele, che hanno accusato l’autrice di normalizzare la presenza israeliana. Kuang ha tuttavia rifiutato di modificare il testo.

I primi titoli: dalla storia ebraica al 7 ottobre

Odessa Editions intende partire con un catalogo di otto libri nel primo anno di attività, per poi ampliare progressivamente la propria produzione. Tra le pubblicazioni previste per la prossima primavera figurano l’edizione britannica dell’ultimo libro di Matti Friedman, Out of the Sky: Heroism and Rebirth in Nazi Europe, dedicato a Hannah Szenes e ai paracadutisti ebrei provenienti dalla Palestina mandataria durante la Seconda guerra mondiale; Anatomy of a Failure: The Road to October 7th, del giornalista di Haaretz Amos Harel, già pubblicato in ebraico con il titolo 06:29; e The Final Solution to the Jewish Question, della scrittrice americana Dara Horn.

Per Friedman, giornalista e autore canadese-israeliano, la nascita della casa editrice rappresenta una risposta necessaria a un cambiamento che ha già avuto conseguenze concrete sulla circolazione internazionale dei libri israeliani. Se in passato i suoi lavori erano stati pubblicati in diversi Paesi europei, tra cui Germania, Francia e Serbia, il suo ultimo volume non ha trovato un editore europeo, nemmeno in Germania.

L’autore riconosce che non è sempre possibile stabilire le motivazioni precise dietro un rifiuto editoriale. Tuttavia, ritiene che storie legate a Israele, che fino a dieci o vent’anni fa avrebbero avuto buone possibilità di trovare un pubblico internazionale, oggi incontrino ostacoli molto maggiori.

Resta però una questione: quanto pesano le motivazioni ideologiche e quanto quelle commerciali? Dopo anni di guerra, è possibile che una parte del pubblico occidentale sia meno disposta ad avvicinarsi a narrazioni israeliane o ebraiche. Il disinteresse degli editori potrebbe dunque riflettere anche valutazioni sulle prospettive di vendita, e non necessariamente una volontà esplicita di discriminazione.

Klein respinge questa interpretazione come spiegazione sufficiente. A suo giudizio, il successo commerciale del libro di Sharabi dimostra che esiste un pubblico disposto ad acquistare queste opere. Il problema sarebbe piuttosto la riluttanza degli editori ad affrontare le possibili controversie interne e le reazioni del proprio ambiente professionale.

La nuova casa editrice intende perciò investire non soltanto nella selezione dei manoscritti, ma anche nella promozione, nella costruzione di reti di lettori e nell’organizzazione di eventi. Tra i suoi interlocutori figurano istituzioni culturali ebraiche europee, il Jewish Book Council americano e le organizzazioni Hillel presenti nei campus universitari statunitensi.

L’obiettivo dichiarato, tuttavia, non è rivolgersi esclusivamente a un pubblico ebraico. Odessa vuole raggiungere lettori di ogni provenienza e conquistare uno spazio nelle principali manifestazioni letterarie internazionali, senza rinunciare alla propria missione identitaria.

Il rischio di un nuovo ghetto culturale

È proprio qui che emerge la contraddizione più interessante dell’iniziativa. Creare una casa editrice dedicata agli autori ebrei e israeliani può rappresentare un modo efficace per superare le barriere esistenti, ma potrebbe anche finire per consolidare una separazione che si vorrebbe combattere. Se gli scrittori non riescono più a entrare nel circuito editoriale generale e devono affidarsi a strutture finanziate da donatori e rivolte in primo luogo alla comunità ebraica, non si rischia di costruire una nuova forma di isolamento?

La domanda è tutt’altro che secondaria per Klein, che riconosce come il rischio di trasformare Odessa in una sorta di ghetto editoriale sia centrale nel dibattito interno al progetto. La risposta, spiega, sta nell’ampiezza del catalogo e nella volontà di non limitare la selezione agli autori ebrei o israeliani. La casa editrice prenderà in considerazione anche scrittori arabi israeliani e autori iraniani, compresi dissidenti e persone che hanno lasciato il proprio Paese.

Tra i sostenitori dell’iniziativa figura anche lo scrittore Matti Friedman, che invita a considerare la questione da una prospettiva storica. Le comunità ebraiche, ricorda, hanno spesso risposto alle discriminazioni creando istituzioni autonome che, con il tempo, sono diventate centri di eccellenza. Cita l’ospedale Mount Sinai di Toronto, fondato quando i medici ebrei incontravano difficoltà a ottenere incarichi nelle strutture sanitarie esistenti, e la rivista americana Commentary, nata nel 1945 per iniziativa dell’American Jewish Committee e diventata negli anni un importante punto di riferimento del dibattito culturale.

Friedman non esclude che una fase di marginalizzazione possa persino stimolare una nuova stagione di creatività intellettuale. L’integrazione nel mainstream culturale, osserva, ha offerto agli ebrei opportunità importanti, ma potrebbe aver attenuato quella particolare energia creativa che aveva caratterizzato autori come Norman Mailer e Philip Roth, cresciuti in un contesto storico e culturale differente.

La sua posizione è pragmatica: invece di limitarsi a denunciare le discriminazioni, preferisce costruire nuove istituzioni e nuove possibilità di espressione.

Riportare le voci ebraiche al centro

Alla presentazione londinese di High Line Publishing Studio hanno partecipato figure di primo piano del mondo editoriale e culturale anglosassone. Tra i nomi coinvolti nel comitato esecutivo e consultivo figurano lo scrittore britannico-americano Lee Child, il conduttore televisivo e autore Rob Rinder, l’editore Bob Miller, fondatore di Hyperion Books, e la giornalista e attivista Julie Bindel.

Il progetto ha già attirato l’attenzione della stampa specializzata e del Wall Street Journal, portando nel dibattito editoriale internazionale una questione che per molto tempo era rimasta confinata a testimonianze individuali e conversazioni informali.

Resta da capire se una struttura autonoma, per quanto dotata di risorse economiche e di relazioni professionali importanti, potrà incidere sulle dinamiche dei grandi gruppi editoriali e modificare le condizioni di accesso al mercato internazionale. Una casa editrice può certamente offrire una possibilità a chi non trova interlocutori altrove, ma non può, da sola, risolvere una crisi culturale e politica che coinvolge università, festival, istituzioni e industria creativa.

Klein torna infine a una domanda che considera decisiva: chi accompagnerà la prossima generazione di grandi scrittori ebrei? Cita David Grossman, Gary Shteyngart, Nicole Krauss, Deborah Levy e Jonathan Freedland, chiedendosi chi oggi stia investendo sugli autori destinati a raccoglierne l’eredità.

La sfida di High Line Publishing Studio non è dunque soltanto pubblicare libri che altri editori non vogliono, ma impedire che una tradizione culturale ricca e plurale perda la possibilità di parlare al mondo. Il successo dell’iniziativa si misurerà soprattutto su questo: non nella capacità di costruire un circuito parallelo per lettori ebrei, ma nella possibilità di riportare gli autori israeliani ed ebrei dentro uno spazio culturale realmente condiviso.