Sacha Baron Cohen

Sacha Baron Cohen, quando la risata diventa una questione di coscienza

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
Il ritorno di Ali G sul grande schermo riaccende le polemiche sulla comicità di Sacha Baron Cohen. L’attore britannico ha interpretato le richieste di boicottaggio del nuovo film dedicato al suo celebre personaggio come parte di una tendenza a colpire e silenziare figure ebraiche. Le contestazioni riguardano anche l’appropriazione della cultura nera da parte di un comico bianco: un dibattito che riporta al centro una domanda tutt’altro che nuova, ovvero dove finisca la satira e dove cominci la riproduzione degli stereotipi.

Da oltre vent’anniBaron Cohen attraversa le contraddizioni della società contemporanea nascosto dietro personaggi grotteschi, irriverenti e spesso insopportabili. Ma dietro la provocazione c’è anche una riflessione sul pregiudizio, sulla responsabilità individuale e sul potere di smascherare convinzioni che, in circostanze diverse, molti preferirebbero non dichiarare apertamente.

Un aspetto emerse con particolare chiarezza il 26 agosto 2023, quando l’attore salì sul palco del Lincoln Memorial di Washington per celebrare il sessantesimo anniversario della Marcia su Washington per il lavoro e la libertà. In quell’occasione non indossava nessuno dei suoi travestimenti: non era Borat, il giornalista kazako dagli improbabili costumi, né Ali G, il rapper caricaturale che confonde ignoranza e arroganza. Era semplicemente sé stesso.

Il suo intervento, dedicato anche all’antisemitismo, al razzismo e alla responsabilità delle piattaforme digitali nella diffusione dell’odio, offre una chiave per rileggere una carriera costruita sul confine ambiguo tra provocazione e denuncia.

Ci sono comici che fanno ridere il pubblico e altri che, attraverso il riso, lo costringono a guardarsi allo specchio. Sacha Baron Cohen appartiene decisamente alla seconda categoria. Per oltre vent’anni ha attraversato le contraddizioni della società contemporanea nascosto dietro personaggi grotteschi, irriverenti e spesso insopportabili. Ma quando, il 26 agosto 2023, salì sul palco del Lincoln Memorial di Washington, non indossava nessuno dei suoi travestimenti. Non era Borat, il giornalista kazako dagli improbabili costumi, né Ali G, il rapper caricaturale che confonde ignoranza e arroganza. Era semplicemente sé stesso.

L’occasione non poteva essere più solenne: il sessantesimo anniversario della Marcia su Washington del 28 agosto 1963, quando oltre 250mila persone si riunirono per rivendicare lavoro, libertà e diritti civili e Martin Luther King pronunciò il suo celebre I Have a Dream.

In quel luogo carico di memoria, l’attore britannico, che il 13 ottobre scorso ha compiuto 55 anni, ha pronunciato un intervento che merita di essere riascoltato. Non soltanto per ciò che dice sull’antisemitismo e sul razzismo, ma perché rivela qualcosa di più profondo sul rapporto tra comicità, verità e responsabilità individuale.

 

La satira come esperimento sociale

Baron Cohen non è arrivato casualmente a parlare davanti alla famiglia King e ai rappresentanti del movimento per i diritti civili. Molto prima di diventare una celebrità internazionale, aveva studiato storia all’Università di Cambridge, dedicando la propria ricerca universitaria alla collaborazione tra afroamericani ed ebrei nella lotta americana per i diritti civili. Per documentarsi aveva visitato il King Center di Atlanta.

Quell’esperienza, ha raccontato a Washington, gli aveva insegnato il valore di un’alleanza costruita non sulla cancellazione delle differenze, ma sulla consapevolezza di un destino condiviso. Neri americani, ebrei e persone di altre comunità religiose avevano manifestato insieme, affrontato il carcere, talvolta sacrificato la vita per un principio universale di uguaglianza.

È la medesima convinzione che, con strumenti assai meno convenzionali, attraversa la sua carriera artistica.

Il personaggio di Borat, nato all’inizio degli anni Duemila, è stato spesso accusato di utilizzare stereotipi così estremi da rischiare di rafforzarli. Una critica che non può essere liquidata troppo facilmente. Eppure il meccanismo della sua comicità è più sofisticato di quanto l’apparente volgarità lasci immaginare: interpretando un individuo dichiaratamente ignorante e intollerante, Baron Cohen induce gli interlocutori ad abbassare le difese, lasciando emergere convinzioni che difficilmente esprimerebbero davanti a una telecamera tradizionale.

Nel discorso di Washington ha ricordato un episodio particolarmente inquietante: durante una ripresa in Arizona, nei panni di Borat, riuscì a convincere gli avventori di un locale a cantare una canzone violentemente antisemita. Non era soltanto una provocazione cinematografica. Era la dimostrazione di quanto facilmente un pregiudizio possa trasformarsi in un comportamento collettivo, quando nessuno trova il coraggio di opporsi.

Ma ha ricordato anche l’esperienza opposta. A Nashville, riproponendo una provocazione analoga, incontrò persone che reagirono indignate e lo cacciarono dal locale.

Due situazioni, due risposte. Il punto decisivo del suo ragionamento sta proprio qui: il pregiudizio non costituisce un destino inevitabile. Di fronte all’odio, ciascuno conserva la possibilità di scegliere.

L’antisemitismo e le molte facce della menzogna

Il cuore dell’intervento è una riflessione sulle false rappresentazioni dell’altro. L’idea che gli ebrei controllino segretamente il mondo, che le persone di colore siano inferiori, che le donne non abbiano pari dignità o che le minoranze sessuali costituiscano una minaccia: sono menzogne differenti, ma alimentate da un medesimo meccanismo.

La costruzione di un nemico immaginario permette di trasformare paure, frustrazioni e incertezze in ostilità verso un gruppo riconoscibile.

È un processo antico, che la storia europea conosce tragicamente bene. Baron Cohen insiste tuttavia su un elemento essenziale: la solidarietà tra le vittime dei diversi pregiudizi non nasce dal considerare identiche tutte le discriminazioni, bensì dal riconoscere la comune negazione della dignità umana.

La sua presenza accanto agli eredi di Martin Luther King assume così un significato preciso. Ricorda un capitolo talvolta trascurato della storia americana, quello della collaborazione tra comunità afroamericana ed ebraica nelle battaglie per l’emancipazione, e suggerisce che tale eredità non debba essere consegnata soltanto ai libri di storia.

L’economia dell’odio nell’era degli algoritmi

Ma il passaggio forse più attuale del discorso riguarda il ruolo delle piattaforme digitali.

Nel 1963, osserva Baron Cohen, i movimenti razzisti e antisemiti non disponevano di uno strumento capace di diffondere istantaneamente i propri messaggi a milioni di persone. Oggi quell’infrastruttura esiste, e il suo funzionamento pone un problema che non è soltanto etico, ma anche economico.

Se i contenuti che provocano indignazione, paura e conflitto generano maggiore attenzione, e se l’attenzione costituisce la materia prima dell’economia pubblicitaria digitale, il rischio è che la diffusione dell’odio finisca per essere premiata dagli stessi meccanismi commerciali delle piattaforme.

Non è un argomento nuovo per Baron Cohen. Già nel novembre 2019, ricevendo un riconoscimento dall’Anti-Defamation League, aveva denunciato la responsabilità delle grandi società tecnologiche nella circolazione della disinformazione e della propaganda estremista.

A Washington, però, il suo messaggio si traduce in richieste concrete. Agli utenti domanda di non condividere acriticamente teorie cospirative. Alle imprese chiede di interrogarsi sulla destinazione dei propri investimenti pubblicitari. Ai dirigenti delle piattaforme sollecita modelli di attività economica che non traggano vantaggio dalla polarizzazione. Ai legislatori ricorda la necessità di stabilire responsabilità e regole.

La questione è tutt’altro che secondaria: fino a che punto un’impresa può considerarsi estranea alle conseguenze sociali dei contenuti attraverso i quali genera ricavi?

È una domanda che investe direttamente il rapporto tra mercato, tecnologia e democrazia. E che mostra come la libertà di espressione e la responsabilità di chi organizza economicamente la circolazione delle informazioni non siano necessariamente concetti incompatibili.

Il coraggio di togliersi la maschera

Esiste infine un paradosso particolarmente interessante nella vicenda di Sacha Baron Cohen. Per anni ha utilizzato personaggi immaginari per ottenere dagli altri dichiarazioni autentiche. Ha inventato identità assurde per far emergere verità scomode. Ha trasformato la finzione in uno strumento di indagine sulla realtà.

Al Lincoln Memorial ha compiuto l’operazione inversa: ha rinunciato alla maschera perché il messaggio non aveva bisogno di alcuna finzione. Non ha rinunciato del tutto all’ironia, naturalmente. Sarebbe impossibile per un artista che ha costruito la propria carriera sulla capacità di incrinare la solennità. Ma quella leggerezza iniziale lascia progressivamente spazio a un richiamo alla responsabilità morale.

«Abbiamo sempre una scelta», ripete nel suo intervento.

Una frase apparentemente semplice, dietro la quale si nasconde un’idea esigente della cittadinanza. Non basta non condividere personalmente un pregiudizio. Occorre decidere come comportarsi quando lo si incontra, quando viene normalizzato, quando diventa spettacolo, linguaggio quotidiano o merce capace di generare profitto.

A sessant’anni dal sogno di Martin Luther King, la domanda rimane dunque aperta: che cosa siamo disposti a fare, individualmente e collettivamente, perché il rispetto dell’altro non resti una dichiarazione di principio?

Forse è proprio questo il significato più profondo del discorso di Baron Cohen. Il comico che ha fatto ridere il mondo ricordandogli le sue contraddizioni ci invita, per una volta, a prendere sul serio ciò che troppo spesso preferiamo liquidare con una risata.

E a comprendere che il contrario dell’odio non è semplicemente l’assenza di ostilità, ma la scelta consapevole di non restare indifferenti.