La visita inconsueta di quattro italiani Chabad al kibbutz: l’incomprensione trasformata in affetto e volontà di dialogo

Opinioni

di Angelica Edna Calò Livne

[Oltre i confini] Sono apparsi qualche mese fa, in giro per le strade del kibbutz. I cappelli a falda larga, i cappotti lunghi e gli abiti neri. Sono apparsi in un momento critico in cui una larga fascia della popolazione israeliana è stanca di esplosioni, di soldati mutilati, di feriti nel corpo e nell’anima, di orfani e vedove, di madri sull’orlo della disperazione per le notti insonni al pensiero dei figli e delle figlie nel servizio di leva.

È nata un’idiosincrasia verso quei giovani haredim, gli ebrei ultraortodossi, che bloccano le strade, che si fanno trascinare via pur di non arruolarsi nell’esercito al grido: «Moriremo ma non ci arruoleremo!». La tensione in Israele è ormai al culmine tra destra e sinistra, tra religiosi, laici e haredim.

Il governo non riesce ad arginare le continue richieste di fondi per sviluppare gli insediamenti mentre piccole e grandi imprese e intere famiglie si sgretolano dopo 4-500 giorni di riserva militare a Gaza o in Libano.

In Israele circa 14 mila haredim raggiungono ogni anno l’età della leva. Il numero complessivo degli ultraortodossi soggetti agli obblighi di coscrizione è stimato tra gli 80 e i 100 mila, mentre gli arruolamenti effettivi restano nell’ordine di circa 3 mila l’anno.

Si puo immaginare la reazione dei membri di Sasa quando hanno visto arrivare questi quattro ragazzi che porgevano con un sorriso i Tefillin ai passanti. Le reazioni sono state varie e a volta mosse dal dolore: «Mio figlio è arruolato a Gaza da tre mesi, non ci sono abbastanza persone per l’Idf!». Una chaverà più giovane con tono un po’ provocatorio ha detto: «Datemeli a me i Tefillin, me li metto io!». Imbarazzo, stupore, la rabbia per tutta questa realtà che stiamo vivendo. Finché qualcuno mi ha chiamato: «Ci sono quattro tipi che si esprimono in italiano…..parlaci tu».

Stavo per uscire di casa quando me li sono trovati davanti: ancora imberbi, uno sguardo buono, impacciatissimi. Si presentano: tutti di Milano. L’altro volto della mia gioventù fiorita nell’Hashomer Hatzair….quelli del Bnéi Akiva, i figli o forse i nipoti di chi era sionista, amante di Israele come noi, ma che ci considerava non abbastanza ebrei perché non rispettavamo tutte le Mizvot, perché viaggiavamo o aprivamo i negozi di Shabbat.

Un incontro, a distanza di mezzo secolo, fra due modi diversi di essere ebrei e sionisti. Sono entrata all’Hashomer Hatzair a 12 anni e poco dopo ho iniziato a studiare al Collegio Rabbinico di Roma sotto l’egida del Moré Elio Toaff, ho quindi il previlegio di capire tutti, ogni forma di ebraismo, purché non sia violenta o costrittiva. Li ho accolti in casa e abbiamo iniziato un dialogo. Volevo che capissero l’insofferenza con cui sono stati accolti.

Dal tetto della mia casa ho mostrato loro il Libano a pochi passi, volevo capissero il pericolo, la precarietà e il timore costanti, la necessità di difenderci e quanto solo leggere la Torà non basti. Mi hanno ascoltato con attenzione, ridendo ogni qualvolta esordivo con una frase in romanesco per allentare la tensione. Da allora ogni venerdì, alle 13 bussano alla porta. Mostro loro i candelabri già pronti e loro mi porgono le candele da accendere per Shabbat.

Arrivano affannati in cima alla salita dove abito, la fronte imperlata di sudore: «Sai, fa caldo con questi cappotti, come le divise dei soldati». «Eh no…non vi paragonate ai soldati. Quelli stanno sotto le bombe di Hamas e Hezbollah, circondati da insidie….». «No, no. Hai ragione, non intendevamo questo! Noi siamo qui solo in missione educativa per Chabad, poi torneremo in Italia o in qualche altra parte del mondo a studiare e ad insegnare». In ogni incontro mi raccontano la Parashà della settimana (che già so ma sono sempre felice di ascoltare altre sfumature che arricchiscono l’animo).

Il culmine viene raggiunto quando in una delle visite sono presenti anche i miei nipotini giunti a farmi visita: quando se li trovano davanti si nascondono dietro di me. Li guardano incuriositi, mi chiedono se sono mascherati per Purim. Spiego loro che questo è il loro modo di vestirsi, che è una tradizione. Ogni ebreo ha un suo modo per ricordare le sue radici… e quando i quattro si accomiatano abbiamo ancora tanto da spiegare e insegnare.

A Rosh Hashanà, i giovani si presentano con un piccolo dono: una vaschetta colma di petali di rosa tra i quali spuntano un vasetto di miele e una piccola mela ricoperta di porporina dorata. Sono commossa. Mi guardano impazienti e mi dicono: «Devi leggere la berachà….te l’abbiamo scritta in romanesco». E sorridono emozionati. «Volevamo ditte che veni’ da te ogni settimana è proprio un piacere e è molto divertente e mo’ se trovamo davanti alle porte dell’anno novo. T’auguramo tante belle novità e momenti felici, dolcissimi come er miele. E l’augurio principale è de ritrovasse riuniti inzieme nel terzo Bet Hamikdash col Rebbe Shlita prestissimo. Shana tovà – gli italiani del venerdì: Sholem, Mendul. Yakov e Shmuel. (com’è il nostro romanesco?)».

Il romanesco è perfetto, gli auguri graditissimi. Ma l’auspicio di un terzo Beit HaMikdash fa sorgere in me tante domande: ce la faremo a trovare un modus vivendi, perlomeno tra noi ebrei? Ce la faremo a realizzare sogni e kavvanot senza calpestarci, collaborando tra noi e con chi ci vive accanto? Ce la faranno i nostri leader, i rabbini, i politici, coloro che hanno potere decisionale, a ricomporre almeno una parte di ciò che il 7 ottobre ha frantumato in milioni di schegge? La risposta non è facile. Ma io continuo a contare su noi educatori, su noi adulti capaci di aprire le porte per capire e far capire, per conoscerci e comprenderci. Conto su chi pensa con la propria testa e, nello stesso tempo, sa riconoscere il diritto dell’altro a pensare diversamente. Non abbiamo altra scelta.