Nuove parole per vecchi rancori: il «palestinismo»

Opinioni

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie] In quelle tante manifestazioni di cui stiamo ad oggi osservando le molteplici espressioni un po’ ovunque, sono ridondanti – non a caso – le bandiere palestinesi. Cosa significa tutto ciò? Iniziamo a ragionarci sopra. Ricorrendo quindi a immagini e parole in parte perlopiù inedite.

Il «palestinismo» (o palestinesismo, un neologismo in via di affermazione), infatti, è un fenomeno a sé stante rispetto alla consolidata storicità del conflitto tra lo Stato d’Israele e la comunità politica e sociale palestinese. Se nel secondo caso, quello materiale e fattuale, si condensano molteplici fattori di lungo periodo, come tali per nulla trascurabili, nel primo caso le cose sono invece molto diverse.

Lo sono poiché il cosiddetto palestinismo è una forma di mobilitazione monotematica, la cui effettiva forza e consistenza si dà nella reiterazione maniacale dei medesimi concetti, eretti a paradigmi di verità incontrovertibile e indissolubile. Come tali, insindacabili. Il vero oggetto del suo discorrere, infatti, non è la negoziazione e la risoluzione di un conflitto asimmetrico, oramai ultracentenario, bensì l’identificazione totale (quindi emotiva, affettiva prima ancora che politica) da parte di un pubblico diffuso, che spesso vuole ignorare i dati della complessità storica, con un solo soggetto d’amore incondizionato.

Al dunque: i «palestinesi» (immaginari) sono degli angeli, quindi la materializzazione del bene. «Israele» è invece il mostro: quest’ultimo, già Stato abusivo, senza dignità nel consesso delle nazioni del Novecento, in quanto prodotto dell’ebraismo (passaggio in sé fondamentale), si sta comportando come un carnefice. Prendiamo fiato. A conti fatti un tale atteggiamento costituisce, in fondo, un esercizio di tifoseria.

Non a caso poiché, nella crisi delle democrazie, vincono gli ultras di ogni genere, appartenenza e risma. Se la democrazia reale ci restituisce l’esistenza collettiva come un campo di mediazioni (un’area che può essere anche «grigia», come la storia recente ci insegna), nel fondamentalismo populista ancora una volta la lotta è invece esistenziale, ossia riconducibile a due soli capi contrapposti, tra di loro per nulla compatibili e coesistenti. Da ciò – quindi – ne deriva l’annientamento altrui oppure l’estinzione propria. Il palestinismo risponde, perlopiù da sinistra (ma non solo) a quest’ultimo richiamo, quello della giungla.

Proprio per una tale ragione il rimando assordante a un termine come «genocidio» si inscrive in un tale assolutismo auto-assolutorio («sono solo gli altri ad essere colpevoli, e di responsabilità inemendabili; per mia parte, sono esclusivamente una vittima»). Storicamente, questa condotta è un fenomenale lenitivo rispetto alle contraddizioni di sé e del proprio ambito di appartenenza. Sembra quindi agire come un inoffensivo balsamo, mentre, sul lungo periodo, semmai assopisce ogni forma di rimanente consapevolezza critica. Un po’ ovunque. Anche da ciò, in «Occidente», nasce per certuni il combinato disposto tra il rigetto di Israele come potenza «nazi-sionista» e l’ipertrofica immedesimazione nella vicenda palestinese.

Quest’ultima si riassume in una sorta di sempiterna ripetizione dei moventi, delle condotte, delle ragioni di ciò che è vissuto come lo status immodificabile di una vittima totale, tale anche perché posta di contro ai suoi usurpatori (i «sionisti», ergo, dobbiamo ripeterlo, gli ebrei).Tra le altre cose, esercitarsi nel continuare ad inveire contro Liliana Segre risponde proprio a questa intima, profonda, immodificabile necessità. Il profilo profondo dei «tifosi» filo-palestinesi – in questo caso – non aderisce tuttavia alle sole passioni politiche concrete. Semmai sta dentro la cornice mentale, se non antropologica, di un modello rigidamente esistenziale, diffuso un po’ ovunque. Ossia, quello che unifica i giustizialisti di «sinistra» agli aristocratici della destra radicale. I militanti pro-palestinesi, a prescindere dalla plausibile buona fede di certuni, usano quindi come vettore di indignazione permanente le vicende della contrapposizione israelo-palestinese, e le sue molteplici metamorfosi (nonché degenerazioni), per alimentare e soddisfare il proprio confuso bisogno di identità. Il tutto, però, in assenza di due condizioni. La prima di esse è il riconoscimento della storicità degli eventi, dei fatti, dei protagonisti, quindi delle ragioni così come dei torti.

Le une e gli altri sono tali in quanto mutevoli. Al posto di essi il giudizio è invece ossidato, quindi ricondotto a una sorta di storia senza tempo (quello che costituisce l’ideale terreno dei fondamentalismi reazionari, basati sul rimando al connubio tra «terra e sangue»). Si tratta, quindi, di un tracciato senza scorrimento né narrazione. I «buoni» da una parte, i «cattivi» dall’altra. La seconda, e in fondo la più importante, è quella per cui la questione dell’identità etno-nazional-religiosa ha anestetizzato, un po’ ovunque, qualsiasi tipo di riconoscimento-rivendicazione/ricomposizione basata invece sulla fondamentale con-trapposizione tra coloro che traggono giovamento dalle polarizzazioni sociali e quanti, invece, ne pagano i costi. Ciò a prescindere dai confini nazionali. In fondo, sembra di essere tornati all’abbecedario della politica, alla prima classe delle scuole elementari.

In questa totale confusione, c’è un elemento di sintesi del discorso che andiamo facendo ed è quanto segue, posto che irriterà non pochi: tra jihadismo, guevarismo, «campismo» (cose peraltro tra di loro anche molto diverse), da una parte, e kahanismo, messianesimo, fascismo e cos’altro dalla parte contrapposta, c’è il comune rigetto della democrazia liberale e sociale. Ossia, quasi due secoli di diritti faticosamente conquistati. Così come di regole condivise. Quelle, per capirci, che in fondo hanno anche generato Israele e la stessa «questione palestinese». Poi, ci si può anche appendere al palo delle illusioni ideologiche, posto che la corda comunque ci impiccherà, quand’anche nostro malgrado.