La rettifica di Matteo Pucciarelli, giornalista di La Repubblica
Il giornalista scrive di aver detto: “Nel marzo scorso il Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti ha approvato una mozione che il sottoscritto, assieme Fulvia Caprara, Angela Caponnetto e Danilo De Biasio, abbiamo promosso sulla definizione di antisemitismo da adottare come categoria. Con quella mozione abbiamo deciso di assumere come riferimento la “Jerusalem Declaration on Antisemitism”, abbandonando quella dell’IHRA precedentemente sottoscritta.
Spiegherò perché lo abbiamo fatto, partendo da una premessa che per me è fondamentale: non abbiamo scelto la “Jerusalem Declaration” perché riteniamo l’antisemitismo un problema meno grave, ma esattamente il contrario. È un punto che trovo molto importante anche nella “Jerusalem Declaration”: la lotta contro l’antisemitismo viene collocata dentro la lotta contro la discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.
E credo che sia particolarmente importante dirlo oggi, visto che viviamo in società nelle quali crescono a dismisura la xenofobia, il razzismo contro migranti e persone nere, l’islamofobia. Società nelle quali assistiamo continuamente alla costruzione politica di un “altro”: qualcuno che viene descritto come estraneo, pericoloso, incompatibile con la nostra comunità. Lo straniero, il maranza, il musulmano, le seconde generazioni, tutte parole e concetti di dominio pubblico e che tendono a mettere determinate categorie nel mirino. Non avrebbe senso, allora, costruire una tutela degli ebrei separata dalla battaglia contro questi meccanismi. Paradossalmente, sarebbe controproducente, trasformando l’ebreo nel soggetto privilegiato, esente da ogni critica.
La memoria della persecuzione degli ebrei non dovrebbe servire a costruire un privilegio morale degli ebrei. Dovrebbe renderci più capaci di riconoscere i meccanismi di esclusione, discriminazione e disumanizzazione quando colpiscono chiunque altro. Personalmente, trovo questa visione universalista in linea con la migliore cultura ebraica”.
La professoressa Valentina Pisanty fa molta chiarezza sulla questione nel suo libro, “Antisemita. Una parola in ostaggio”, dove spiega che la definizione IHRA è diventata uno strumento di pressione di Israele per alleggerire la propria posizione, o per mettersi al riparo dalle critiche.
Ma proprio perché l’accusa di antisemitismo è, giustamente, un’accusa infamante, dobbiamo impedire che diventi un’arma politica: uno strumento per squalificare l’interlocutore invece di confrontarsi con quello che dice. Altrimenti arriviamo al paradosso estremo: usare la memoria della persecuzione degli ebrei non per allargare lo spazio dei diritti e delle libertà, ma per restringerlo”.
La replica della giornalista di Mosaico
Gentile Matteo Pucciarelli, mi scuso se ho attribuito solo a lei l’adozione della definizione di antisemitismo della Jerusalem Declaration. Ad onore del vero, avrei dovuto citare anche Fulvia Caprara, Angela Caponnetto e Danilo De Biasio. Poiché però in aula era presente lei e stavo riportando la sua posizione, mi sono permessa di utilizzare la terza persona singolare, riferendomi a lei.
Mi permetta di farle notare che nel mio articolo non ho mai scritto che lei non ritenga l’antisemitismo un problema grave, anzi. Però è un dato che la definizione IHRA non costituisca il riferimento prioritario del CNOG.
Non sono io a parlare di “soggetto privilegiato”. Sono parole sue. La memoria della persecuzione degli ebrei non costituisce “un privilegio morale degli ebrei”. Costituisce la nostra vergogna. Sottolineo che lei stesso parla esplicitamente di “privilegio morale degli ebrei”, non sono io a parlarne. Sono ancora parole sue. Così come appartiene al suo discorso l’affermazione secondo cui una tutela degli ebrei separata dalla battaglia contro altri meccanismi di discriminazione sarebbe “controproducente”.
Se nel mio articolo non ho attribuito alla professoressa Pisanty questa specifica posizione, prendo atto della precisazione. È precisamente per questo che le rettifiche e le precisazioni sono utili: consentono di attribuire a ciascuno le proprie parole. Ma tornano a non essere mie le idee, da lei citate e riportate, secondo cui “La definizione IHRA è diventata uno strumento di pressione di Israele per alleggerire la propria posizione, o per mettersi al riparo dalle critiche”. E torna a non essere mia l’idea di “usare la memoria della persecuzione degli ebrei per restringere libertà”.
Gentile, la ringrazio per aver assunto una posizione così precisa circa le parole da lei pronunciate. Le sono grata per le sue rettifiche. Se posso permettermi di citarla, come lei stesso ha concluso nel suo discorso: “Abbiamo deciso di fare una scelta di precisione delle parole”. Le parole sono importanti, ha ragione, così come il contesto nel quale vengono pronunciate. Come quello del 29 settembre 2026, presso la sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, in via delle Botteghe Oscure 54, Roma, 00186, primo piano. In un clima, mi permetta di precisarlo, decisamente ostile a Israele, nonostante il tema del corso di formazione per giornalisti fosse l’antisemitismo. Del resto, nel post su Instagram realizzato insieme al collega Nico Piro e dedicato all’incontro, il titolo recita: “Conoscere per difendersi (dai bavagli)”. Io ho riportato le sue dichiarazioni. Gradirei che un collega non mi metta il bavaglio. O se vuole, gradirei quello inesistente che mette l’IHRA. E quindi mi permetta, da collega, di rivendicare la stessa libertà che lei rivendica per sé e per gli altri: il diritto di parlare, il diritto di criticare e, soprattutto, il diritto di riportare ciò che viene detto in pubblico. Perché le parole sono importanti. Ma lo è anche il diritto di non metterle a tacere.


