La collina di Assaf Gavron al di là dell’ideologia?

Libri

di Cyril Aslanov

[Ebraica. Letteratura come vita] In La collina (Ha-giv’ah), romanzo-saga pubblicato nel 2013 (2015 nella traduzione italiana di Shira Katz), Assaf Gavron, autore prolifico, il cui stile di scrittura un po’ frenetico piace alla nostra epoca perturbata, è riuscito a fare ciò che le elucubrazioni geometriche di Column McCann (si veda la rubrica di maggio 2021) non hanno fatto, cioè trovare il modo di descrivere la realtà dei Territori (Giudea e Samaria) in un modo dove i preconcetti ideologici si cancellano nei confronti della realtà, sempre più forte delle ideologie.

Con una distanza narrativa che fa pensare alla scrittura olimpicamente ironica del romanziere illuminista inglese Henry Fielding, Gavron riesce a scrivere una satira benevola ma nondimeno destabilizzante di ciò che si potrebbe chiamare l’illegalità al quadrato: un insediamento di caravan sulla cima di una collina in Giudea che porta il nome dell’insediamento–madre (Ma’aleh Hermesh, «falce») con la menzione gimel, cioè C o 3, come a suo tempo il kibbutz Degania sulle sponde del Lago di Tiberiade ha dato nascita a Degania bet nel 1920 conseguentemente ad un processo di scissione dovuto a un conflitto ideologico fra i pionieri della Seconda ‘Aliya e quelli della Terza ‘Aliya.

Anche nel contesto dei Territori, la creazione di un insediamento satellite riflette un processo di divergenza fra i coloni imborghesiti più vicini alle norme del mainstream israeliano (ciò che alla fine del romanzo Gavron, come molti israeliani, chiama «il consenso») e altri coloni, marginalizzati dal loro estremismo giovanile o dal loro destino fatto di fallimenti e di resilienza (come la maggioranza degli abitanti di Ma’aleh Hermesh C).

L’ironia tragica del naufragio della colonia satellite Ma’aleh Hermesh C ha voluto che il nome stesso dell’insediamento-madre e dei suoi satelliti sarebbe dovuto alla presenza del villaggio arabo Kharmish, a poche centinaia di metri da là. Va precisato che il parallelismo fra l’ebraico hermesh «falce» e il pseudo-arabo kharmish è totalmente fittizio. In arabo, il concetto di falce si esprime attraverso la parola minjal, apparentata all’ebraico maggal «roncola». Tuttavia, il fatto di nominare un luogo nuovo dello spazio israeliano mediante l’adattamento di un toponimo arabo è un procedimento comune nella geografia umana di Israele. Si pensi al nome della cittadina Tsrifin che risulta dall’ebraicizzazione di Sarafend, o al nome del moshav Ksalon ispirato dal villaggio arabo Ksala.

La verità è che, spesso, questi toponimi arabi sono l’arabizzazione di un antico toponimo ebraico esistito fino alla repressione della ribellione di Bar Kochba. Comunque, Ma’aleh Hermesh e Kharmish non esistono. Eppure si può indovinare che dietro quest’invenzione toponimica si profila una realtà che l’autore ha conosciuto da vicino quando, per scrivere il suo romanzo, ha abitato in mezzo ai coloni di Teqoa’ daleth, colonia satellite di Teqoa’ nel sud della Giudea.

È lì che questo autore molto sensibile ha percepito l’atmosfera hippie che caratterizza certi insediamenti e quello di Teqoa’ in particolare. Questo atteggiamento new age spiega le relazioni sociali che si instaurano fra il protagonista Roni Kupper e Musa Ibrahim, un abitante di Kharmish che possiede un campo di olivi multisecolari.

A una prima lettura, i protagonisti di La collina sembrano stereotipati. Eppure, chi conosce da vicino questo mondo dei coloni sa benissimo che al di là dell’affiliazione ideologica, le dramatis personae della tragedia che si svolge nei Territori sono degli esseri complessi, confrontati a un’esperienza esistenziale più forte degli impegni politici o nazionalisti.

Gli unici protagonisti che sembrano monodimensionali sono dei giovani come Yehu, un ragazzo quasi sempre occupato a cavalcare il suo destriero Killer. La fine apocalittica del romanzo si svolge durante un Purim nevoso quando tutti lottano con tutti: i coloni fra di loro e contro l’esercito venuto con un bulldozer per evacuare l’insediamento illegale; gli arabi di Kharmish che escono dalla loro passività per iniziare un’intifada a livello locale.

L’allusione non sfuggirà a chiunque sappia leggere e si ricordi del periodo fra la stretta di mano di Itzhak Rabin e ‘Arafat il 13 settembre 1993 e l’inizio della seconda intifada, quando Rabin era ancora vivo. Fu precisamente la mattina del Purim piovoso del 1994 (25 febbraio 1994) che Baruch Goldstein, un medico che viveva a Kiryat Arba, non così lontano da Teqoa’, decise di commettere l’irreparabile e di fucilare a sangue freddo 29 arabi che stavano pregando nella Tomba dei Patriarchi a Hebron prima di essere trucidato, all’età di 38 anni, dalla folla araba. Come certi protagonisti di La collina, Goldstein era un ebreo americano idealista e marginale che aveva trovato il significato della vita lontano dal consenso e dal mainstream. Eppure, la sua fragilità psicologica e l’assenza totale di barriere mentali lo indussero non solo a massacrare arabi innocenti ma anche ad assassinare il progetto visionario di Rabin e di Peres che avrebbe potuto trasformare il Medio Oriente in uno spazio di prosperità e di vita.

Forse questi riferimenti subliminali alla realtà storica sono un modo discreto di lanciare un segnale d’allarme per mettere in guardia contro il deterioramento della situazione in Giudea e Samaria. Il libro è stato pubblicato nel 2013 ma sembra che la situazione nei Territori sia oggi ancora più grave e complessa.