di Ilaria Myr
Nedo – Un italiano, di Forma International di Ruggero Gabbai, che sarà proiettato al Festival del cinema di Roma il 18 ottobre, ripercorre la testimonianza di Nedo Fiano legata all’arresto, alla deportazione e alla devastante perdita dell’intera famiglia all’arrivo al campo di Auschwitz-Birkenau. La produzione del film è stata seguita dallo storico Marcello Pezzetti. Fra i produttori Rai Cinema, il Museo della Shoah di Roma e la Goren Monti Foundation.
In un periodo storico in cui sempre più spesso assistiamo a un ridimensionamento della Shoah rivista in relazione alla guerra a Gaza, a un uso distorto e strumentale della parola “genocidio” e a una odiosa immagine che propone gli ebrei come “le vittime di ieri diventate carnefici di oggi”, risulta ancora più importante la scelta della Festa del cinema di Roma di fare concorrere il film sul sopravvissuto alla Shoah Nedo Fiano, Nedo, un italiano, realizzato da Forma International di Ruggero Gabbai. Un risultato non affatto scontato se si pensa al recente successo con standing ovation alla Mostra del cinema di Venezia del documentario Naza, o al premio Oscar di qualche anno fa a No other land, così come ai tentativi di boicottaggio nel mondo del cinema a chi non si adegua a una narrativa in cui Israele – e gli ebrei – sono i “cattivi”.
«Già nel 2024 avevamo proiettato, sempre alla Festa del cinema di Roma, il film Liliana, e quindi ritornare alla stessa kermesse con un altro prodotto dedicato alla memoria della Shoah non può che darci grande soddisfazione– spiega a Mosaico-Bet Magazine il regista Ruggero Gabbai –. Penso infatti che in un periodo di revisionismo storico diffuso sia ancora più importante che vengano divulgati film con le testimonianze di chi il genocidio l’ha vissuto davvero. Fa molto pensare che nel film su Nedo Liliana Segre dica che si sente sollevata che lui non sia qui oggi ad assistere a un feroce antisemitismo di ritorno e che mai nessuno dopo la Shoah avrebbe pensato di dovere vivere in un periodo così difficile e pericoloso… Ma proprio per il clima in cui viviamo è ancora più importante divulgare contenuti storici sulla Shoah, con il supporto dei sopravvissuti stessi documentati anche attraverso l’Archivio della memoria filmato 30 anni fa da Gabbai, Pezzetti e Picciotto per il Cdec, che possono dare ai giovani una lettura documentata di quello che è stato, perché solo comprendendo quello che è stato si può imparare a leggere il presente».
Quello, poi, che emerge con forza da Nedo, un italiano sono i valori etici di democrazia e libertà di cui il sopravvissuto alla Shoah si è sempre fatto portavoce: valori senza tempo, che lui ha trasmesso con convinzione ai figli e ai nipoti, che intervengono nel documentario, e ai giovani a cui si è sempre rivolto andando nelle scuole, durante la sua incessante attività di testimone. «Questi non solo valori ebraici per eccellenza, ma sono universali, e devono guidare ognuno di noi nel mondo, perché se si cede alla spirale di violenza e alla vendetta hanno vinto i terroristi e i violenti – continua –. I sopravvissuti, invece, sono portatori del valore della vita e dell’amore per essa e per questo è importante divulgare il loro messaggio».
Il film
Nedo – Un italiano, che sarà proiettato al Festival del cinema di Roma il 18 ottobre, ripercorre la testimonianza di Nedo Fiano legata all’arresto, alla deportazione e alla devastante perdita dell’intera famiglia all’arrivo al campo di Auschwitz-Birkenau. La produzione del film è stata seguito dallo storico Marcello Pezzetti. Fra i produttori Rai Cinema, il Museo della Shoah di Roma e la Goren Monti Foundation.
Nel 1994 Nedo Fiano è stato accompagnato dallo storico del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) Marcello Pezzetti e dal regista Ruggero Gabbai nei luoghi che hanno segnato in maniera indelebile la sua vita: la casa di Firenze in cui aveva vissuto da bambino e che aveva dovuto abbandonare, il carcere delle Murate di Firenze (minuziosamente filmato, che ora è stato smantellato), il campo di transito di Fossoli e infine il Lager di Auschwitz-Birkenau. Nei giorni dell’evacuazione di Auschwitz, Nedo fu inserito in una terrificante “marcia della morte” che lo portò in altri 7 campi, tra cui Stutthof, nei pressi di Danzica, Echterdindgen, nella periferia di Stoccarda, e Buchenwald, a Weimar.
Gabbai torna oggi, trent’anni dopo e a cento anni dalla nascita di Nedo, in alcuni dei luoghi della sua testimonianza, con lo sguardo anche rivolto al contemporaneo attraverso le parole dei figli e i nipoti. Il film si sviluppa su tre piani: il racconto diretto di Nedo Fiano, testimone unico per l’immediatezza e la forza delle sue parole, affiancato da quello dei suoi familiari, i tre figli Enzo, Andrea ed Emanuele, e i nipoti, che descrivono la trasmissione del trauma e la pesante eredità fatta di silenzi e dolorosi racconti.
Il film vuole rispettare il mandato di Nedo, che viene direttamente da lui, dalle sue testimonianze, dai suoi gesti, dai suoi sguardi. La sua esperienza ad Auschwitz non rimane – e non deve rimanere – un vissuto personale da tenere per sé, ma diventa potente racconto che arricchisce le nuove generazioni e serve da monito per il presente e il futuro.
Il racconto intimo e personale evocato direttamente da Nedo Fiano si muove in luoghi ben definiti e dettati dagli avvenimenti storici.
La sua Firenze, la casa da cui fu arrestato per essere portato nel carcere delle Murate. Ritroverà i suoi genitori e i suoi familiari un mese dopo nel campo di transito di Fossoli, in provincia di Carpi, fino alla deportazione nel campo di Aushwitz-Birkenau. È lì che, durante le riprese di Memoria nel novembre del 1995, ha esposto la drammatica testimonianza della sua prigionia all’interno del Kanada Kommando, composto da addetti alla spogliazione dei prigionieri appena arrivati e ignari della loro sorte. La testimonianza di Nedo è intrecciata nel film al racconto dei tre figli Enzo, Andrea, Emanuele e dei nipoti Uria, Dafna, Talia, Nannerel e Davide.
Queste voci formano un lessico familiare e un dialogo intergenerazionale su piani temporali diversi, creando tasselli di memoria condivisa che evidenziano come la grande Storia si fonda con la storia personale di una famiglia travolta dalle leggi razziali del 1938 e dalla deportazione nei campi di sterminio.
Questa serie di testimonianze è montata per comporre una voce corale che racconta la discriminazione, l’arresto, il viaggio, lo sterminio, la liberazione, la vita dopo Auschwitz e il grande lavoro di testimonianza con i giovani. Lo svolgimento narrativo non è cronologico, privilegia invece i luoghi e i temi che nel tempo sono stati formativi dell’identità di Nedo Fiano.
Per fare questo, il film porta in un viaggio che si sposta dai campi di sterminio polacchi a quelli tedeschi. I figli guidano la narrazione attraverso i campi di sterminio dove Nedo è stato prigioniero: Auschwitz, Stutthof (vicino a Danzica), Echterdingen – nei pressi di Stoccarda – e Buchenwald, vicino a Weimar. Il luogo diventa non solo una nota visiva, ma una forma di racconto rispetto alle testimonianze storiche di Nedo e alle impressioni ed emozioni dei figli e nipoti, alla ricerca del senso di identità familiare, cercando il punto di ricongiunzione di una “famiglia interrotta”.
Il documentario si fonda sulla dimensione psicologica del trauma dei figli e nipoti. Sono diversi gli aneddoti contemporanei, raccontati dai nipoti di Nedo, che fanno percepire con chiarezza la presenza della trasmissione dell’esperienza familiare, non solo sotto forma di trauma ma soprattutto come valore fondativo. I racconti dell’oggi sembrano il nitido riflesso di ciò che è successo più di ottant’anni fa, e il montaggio ricompone un racconto ricco e coinvolgente, mantenendo in equilibrio e dialogo la vicenda umana e personale con quella storica.
Il suono è altrettanto importante: Nedo si è salvato grazie al suo canto, che apre il documentario. Nel film riproduce le feroci urla in tedesco dei generali nazisti, la sua voce è la guida del racconto. Una dimensione imprescindibile del racconto è quella archivistica, l’Archivio della Memoria, girato negli anni ’90, è il pilastro del film, e permette un dialogo intergenerazionale altrimenti impossibile tra Nedo, i figli e i nipoti. Si creano così forti rimandi, e a stagliarsi è la potenza di una testimonianza umana e storica unica.
Il film si propone anche e soprattutto di essere un affresco vero e intenso, interrogandosi sulla complessità della tragedia della guerra e del tradimento di un paese verso una parte dei suoi cittadini, non risparmiando il dolore e la sofferenza di una ferita che non si è ancora completamente rimarginata.
Il film non tralascia una amara nota finale: in età avanzata Nedo si ammala di demenza senile, che lo porta a dimenticare la sua tragica esperienza e a perdere – o liberarsi, secondo uno dei figli – la sua missione di vita, il ricordo di ciò che è stato. Cosa resta dunque della sua identità?
Attraverso il suo impegno di testimone, che per quasi 40 anni ha portato alle giovani generazioni un racconto vero e crudo, Nedo Fiano resta una voce esemplare per rettitudine, chiarezza e voglia di giustizia. Le sue parole fanno da monito in un mondo sempre più complesso da decifrare in cui le nuove ondate di violenza e guerra fanno perdere punti di riferimento etici e morali che sembravano acquisiti anche grazie ai testimoni dell’orrore nazista.












