di Anna Balestrieri
Ogni autunno, con l’arrivo di Sukkot, le capanne israeliane si riempiono di decorazioni, frutti, festoni e simboli della tradizione ebraica. Tra gli elementi più riconoscibili ci sono gli Ushpizin, i sette ospiti biblici che, secondo una tradizione sviluppatasi nella mistica ebraica, vengono simbolicamente accolti nella sukkà: Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Aronne, Giuseppe e Davide.
Sette uomini sotto il tetto di paglia
Sono figure maschili, patriarchi, profeti, leader e re. Per decenni, questa presenza esclusiva non ha necessariamente suscitato domande. Ma cosa accadrebbe se, accanto a loro, trovassero posto anche le donne della storia ebraica?
È da questa domanda, semplice ma tutt’altro che marginale, che nasce l’idea delle Ushpizot, le ospiti femminili della sukkà.
Una domanda rimasta appesa per trent’anni
Lee Shira Wilson, autrice dell’articolo pubblicato sul Times of Israel, racconta di avere osservato per più di trent’anni le stesse decorazioni dorate nelle sukkot, chiedendosi ogni volta perché non vi fossero anche figure femminili. Per molto tempo la domanda è rimasta tale.
Poi, quasi per caso, è arrivato il momento di trasformarla in un progetto concreto.
Anche perché Wilson aveva una risorsa decisiva a portata di mano: il marito possiede una tipografia. La lamentela annuale sulle decorazioni della sukkà poteva finalmente trasformarsi in un oggetto da appendere davvero alle pareti.
Il problema, però, non era più come realizzare le immagini. Era decidere quali donne scegliere.
Dalle matriarche a una storia più ampia
Le prime quattro scelte apparivano quasi inevitabili: Sara, Rebecca, Rachele e Lea, le quattro matriarche. Ma una volta superato questo primo gruppo, il patrimonio della tradizione ebraica si apriva in molte direzioni.
Wilson cita, tra le altre, Zippora, moglie di Mosè, figura che occupa una posizione particolare nella narrazione biblica ma che contribuisce alla sua stessa trama. E poi Naama, moglie di Noè, personaggio appena accennato dalla Bibbia e protagonista invece di alcune riletture midrashiche moderne.
È proprio l’immagine di Naama a offrire una chiave interessante: mentre Noè raccoglie gli animali destinati a sopravvivere al diluvio, lei raccoglierebbe semi e piante, preparando ciò che servirà alla vita quando le acque si saranno ritirate.
Non soltanto le protagoniste della storia più conosciuta, dunque, ma anche le donne che la tradizione ha lasciato ai margini o che la rilettura contemporanea ha riportato alla luce.
Chi vediamo quando guardiamo un muro
Il progetto, racconta Wilson, ha progressivamente smesso di essere una questione di decorazioni. Il punto è diventato ciò che le immagini quotidiane insegnano senza bisogno di spiegazioni.
L’educazione, infatti, non passa soltanto dalle lezioni impartite ai bambini. Passa anche dall’ambiente nel quale crescono, dalle figure che incontrano continuamente, dai volti che diventano familiari senza che nessuno abbia mai organizzato una vera e propria lezione su di essi.
Ciò che vediamo ripetutamente finisce per diventare parte della nostra idea di ciò che conta.
È una riflessione che vale ben oltre la sukkà. Le immagini presenti nelle case, nelle scuole, nei libri e negli spazi pubblici contribuiscono a costruire una memoria collettiva: stabiliscono, implicitamente, chi appartiene alla storia e chi invece rimane sullo sfondo.
La memoria passa anche dalle immagini
È qui che le Ushpizot assumono un significato più interessante della semplice aggiunta di personaggi femminili a una tradizione maschile.
Non si tratta necessariamente di sostituire gli Ushpizin tradizionali. Al contrario: l’idea è aggiungere presenze, non cancellarne altre.
La sukkà, del resto, è per sua natura uno spazio aperto. Durante Sukkot la famiglia abbandona simbolicamente la solidità della casa e vive per una settimana in una costruzione fragile e incompleta, destinata ad accogliere ospiti reali e simbolici.
In questo senso, aggiungere nuove figure alla parete sembra quasi coerente con la logica stessa della festa: fare spazio.
Dalla protesta personale a un piccolo movimento
Il progetto di Wilson ha inoltre avuto una conseguenza che l’autrice non aveva previsto pienamente. Quando ha mostrato le prime immagini alle amiche, le reazioni sono state immediate: altre donne hanno cominciato a chiederle le decorazioni, a scegliere le proprie figure, a interessarsi alla storia delle protagoniste.
La domanda ricorrente era significativa: perché non avevamo mai cercato qualcosa del genere prima?
È forse questo il passaggio più rivelatore. Una volta che un’alternativa diventa visibile, la sua assenza precedente appare improvvisamente meno inevitabile.
Una sukkà più grande della tradizione
Il dibattito sulle Ushpizot si inserisce così in una discussione più ampia sul rapporto fra tradizione e rappresentazione. La tradizione non è necessariamente un oggetto immobile: può essere riletta, ampliata, affiancata da nuove pratiche, senza che questo comporti automaticamente l’abbandono delle precedenti.
Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Aronne, Giuseppe e Davide possono dunque rimanere al loro posto. Accanto a loro possono trovare spazio Sara, Rebecca, Rachele, Lea e le altre figure femminili.
La questione non è decidere chi debba uscire dalla sukkà, ma chiedersi chi non vi sia mai entrato.
E forse è proprio questa la forza simbolica delle Ushpizot: trasformare una decorazione stagionale in una riflessione su memoria, appartenenza e trasmissione culturale.
Perché ciò che oggi sembra una novità può diventare, per la generazione successiva, semplicemente parte del paesaggio.
Un giorno, i bambini potrebbero non chiedersi perché ci siano donne sulla parete della sukkà. Potrebbero chiedersi perché, un tempo, non ce ne fossero.
Illustrazione in alto: dal blog di Lee Shira Wilson



