Il migliori Film ebraici: il dirompente “Talk Radio” di Oliver Stone

Spettacolo
di Roberto Zadik

Talk radio: previsione e condanna dell’antisemitismo americano. Il regista, Oliver Stone, figlio di un broker ebreo,  ribelle del cinema americano, oggi compie ottant’anni. Il film (1988) è tratto dal libro Talked to Death: The Life and Murder of Alan Berg di Stephen Singular e dall’adattamento teatrale dell’omonimo sceneggiato di Eric Bogosian, che è anche l’attore protagonista del film di Stone

 

Il regista newyorchese Oliver Stone, vero nome Silverstein, è un personaggio complesso e, il 15 settembre di quest’anno, ha compiuto ottant’anni. Fustigatore impietoso della società americana e del perbenismo moralista di molti ambienti, autore di sinistra, anti-establishment e anti-patriottico come dimostrano capolavori come Platoon, commovente affresco sulla guerra del Vietnam, basato sulla sua esperienza personale e uscito quarant’anni fa,  e la ricostruzione dell’omicidio del presidente Kennedy nel suo monumentale JFK un caso ancora aperto.

Autore dalla lunga carriera cinematografica, iniziata nel 1978, con la sua sceneggiatura di un capolavoro difficile come Fuga di Mezzanotte, firmato dal regista Alan Parker, con cui ha vinto un Oscar, è stato abile sceneggiatore anche di altri film famosi da Conan il Barbaro a Scarface con Al Pacino.

Oliver Stone ha un rapporto molto complicato col mondo ebraico e Israele. Lo dimostrano varie sue dichiarazioni, decisamente infelici, contro la politica israeliana e il presunto controllo ebraico dei media, anche se, ironia della sorte, suo padre era un broker, di religione ebraica, la madre invece francese cattolica; comunque, nonostante ciò, uno dei suoi film più belli è Talk Radio, attacco frontale contro l’antisemitismo che evidenzia come Stone sia davvero un personaggio contraddittorio e versatile, dalla cinematografia profonda e tagliente come conferma questa pellicola che è un inno disperato alla libertà d’espressione e una previsione profetica sull’odio antiebraico che da tempo dilaga nel mondo e negli Stati Uniti.

Il regista mette anche l’ accento  sui pericoli dei mezzi di comunicazione nella propagazione dell’ostilità e dell’uso della parola fuori controllo da parte di chi è pronto a prendersela con tutto e  tutti in nome dell’audience e del successo.

Era il lontano 1988, internet e i social network non esistevano ancora, ma il film Talk Radio  sembra davvero profetizzarne l’avvento e le relative controindicazioni. Protagonista della pellicola, girata tutta in interni, è Barry Champlain, rabbioso ed arguto conduttore radiofonico notturno del programma Voci nella notte, interpretato da uno straordinario Eric Bogosian che viene bersagliato da ogni tipo di persona, dagli emarginati, agli squilibrati  ma che, col crescere della sua popolarità, finirà in un vortice di odio e pericolose minacce fino al tragico finale.

Film dal ritmo serrato e incalzante, dalla sceneggiatura incisiva, sorretto da una regia solida di un poco più che quarantenne Oliver Stone e dall’ottima interpretazione del protagonista, tutto ambientato nella cabina di registrazione della sua rubrica radiofonica. Una figura scomoda e provocatoria, quella del presentatore radiofonico ebreo Champlain, ispirato alla storia vera del suo collega Alan Berg ucciso nel 1984,  da estremisti di Destra del Ku Klux Klan, attorno a cui ruota un film davvero nobile e coraggioso come questo che è un attacco frontale contro il razzismo, i pregiudizi e la violenza sotterranea di una certa America.

Stone è stato fra i primi a mettere in luce il “lato oscuro” dell’America con un  cinema originale e graffiante  decisamente generatore di capolavori come questo, Platoon e Wall Street, ispirato alla figura paterna, con un formidabile Michael Douglas.  Fra i suoi film più controversi sicuramente The Doors, biografia di Jim Morrison, che ha fatto infuriare i membri della band perché, a loro giudizio,  era scarsamente aderente alla realtà  e descriveva in modo troppo negativo la personalità di Jim Morrison; comunque il film era caratterizzato da una vibrante ricostruzione dell’era hippie oltre che dalla fantastica interpretazione di Val Kilmer.

Insomma, difficile definire il rapporto di Stone con le sue radici ebraiche anche se da alcuni fondamenti della sua cinematografia,  come in Talk Radio, si deduce un certo strano attaccamento, un sentimento se non di appartenenza almeno di condanna verso i pregiudizi e l’incontrollabilità dell’odio e delle pulsioni peggiori dell’essere umano verso le minoranze e le diversità etniche e religiose.