di Nina Deutsch
A 98 anni, Nate Leipciger, sopravvissuto ad Auschwitz, affida agli studenti ebrei di tutto il mondo un videomessaggio di coraggio: «Non lasciate che l’odio vi definisca». E una lettera che arriva nei campus in un tempo segnato da nuove forme di ostilità e intimidazione verso le giovani generazioni ebraiche. (Nella foto: Nate Leipciger alla Marcia della Vita).
«Il mio nome è Nate Leipciger e sono un sopravvissuto all’Olocausto di 98 anni. Molti di voi hanno affrontato antisemitismo e intimidazioni da parte di insegnanti, personale e studenti ostili. Miei cari studenti, lasciate che vi assicuri: non siete voi i responsabili di questo odio. Esiste da secoli. Voglio che tutti voi capiate di avere pari diritti, proprio come chiunque altro. Siate orgogliosi di essere ebrei. Opponetevi al razzismo e all’odio contro qualsiasi minoranza. Lottate e difendete i diritti umani per tutti. Ricordate: i diritti umani sono anche diritti degli ebrei. Imparate la nostra storia, non solo quella dell’Olocausto, ma quella che risale a migliaia di anni fa. Oggi Israele difende il suo diritto di essere uno Stato ebraico. Sta difendendo il nostro futuro. Restiamo uniti e portiamo avanti la nostra identità ebraica con coraggio, forza, compassione e orgoglio. Miei carissimi studenti, abbiate fiducia in voi stessi, così come io ho fiducia in voi. E se lo farete, so che il futuro dell’ebraismo sarà in ottime mani. Am Israel Chai. Il popolo di Israele vive». Viva Israele.
Sono le parole di Nate Leipciger, 98 anni, sopravvissuto alla Shoah, educatore e testimone instancabile. Parole rivolte ai giovani ebrei che in questi giorni tornano nelle università di tutto il mondo, portando con sé non soltanto libri, progetti e ambizioni, ma anche il peso di un clima profondamente cambiato dopo il 7 ottobre 2023.
Centinaia di migliaia di studenti riceveranno la sua lettera personale e il videomessaggio realizzato per loro. L’iniziativa internazionale è promossa dalla International March of the Living, la Marcia Internazionale dei Vivi, e coinvolge numerose organizzazioni e realtà studentesche ebraiche, tra cui la World Union of Jewish Students, la Jewish Agency for Israel, la World Zionist Organization, IAC e Students Supporting Israel. La lettera è stata diffusa il 1° settembre, anniversario dell’inizio della Seconda guerra mondiale.
È una scelta simbolica potente: proprio mentre una nuova generazione entra nei campus, un uomo che ha conosciuto sulla propria pelle dove può condurre l’odio decide di parlarle non di paura, ma di coraggio.
Leipciger aveva quindici anni quando i nazisti deportarono lui e la sua famiglia dal ghetto ad Auschwitz-Birkenau. All’arrivo fu separato dalla madre e dalla sorella, che non avrebbe mai più rivisto. Lui e suo padre sopravvissero insieme ad Auschwitz, alla marcia della morte e ad altri campi di concentramento. Furono liberati dalle truppe americane il 2 maggio 1945.
Dopo la guerra, Leipciger emigrò in Canada. Ma non ha mai smesso di tornare là dove la sua adolescenza fu cancellata. Da quasi trent’anni accompagna i giovani della International March of the Living e racconta loro ciò che è accaduto.
Lo scorso aprile è tornato ancora una volta ad Auschwitz. Era la sua ventiduesima partecipazione alla Marcia dei Vivi, più di qualsiasi altro sopravvissuto della diaspora ad aver accompagnato i giovani attraverso questo percorso. A 98 anni ha camminato nuovamente da Auschwitz a Birkenau insieme a migliaia di persone.
È da questa storia che nasce oggi il suo messaggio.
Leipciger chiede agli studenti di non confondere la responsabilità con la colpa. Non sono loro responsabili dell’odio che viene rivolto contro di loro. Non devono nascondere una stella di David, una kippah, un cognome o la propria voce per conquistarsi il diritto di appartenere alla comunità in cui vivono.
E soprattutto non devono permettere a chi li odia di decidere chi sono.
Il punto centrale della sua lettera è una verità tanto semplice quanto spesso dimenticata: criticare un governo, anche quello israeliano, è legittimo; discriminare una persona perché è ebrea non lo è. Trasformare gli studenti ebrei nei rappresentanti di una colpa collettiva, escluderli, intimidirli o pretendere che rinuncino a una parte della propria identità non è dibattito politico. È discriminazione.
Ma Leipciger non invita i giovani a vivere soltanto sulla difensiva. Li esorta a conoscere.

A studiare la storia ebraica oltre la Shoah, a riscoprire le storie delle proprie famiglie, a ritrovare la cultura, la fede, la lingua, la musica e tutto ciò che ha permesso al popolo ebraico di sopravvivere e continuare a costruire la propria vita attraverso i secoli.
Perché l’identità ebraica, ricorda, non è soltanto la risposta a una persecuzione. È anche un patrimonio di conoscenza, creatività, memoria, giustizia e speranza.
C’è poi un altro invito, forse ancora più importante: non restare soli.
Cercarsi. Difendere il compagno che ha paura. Stare accanto a chi si sente isolato. Costruire alleanze. Opporsi all’antisemitismo, ma anche al razzismo, all’odio contro le altre minoranze e a ogni forma di disumanizzazione.
È qui che il messaggio di un uomo sopravvissuto alla più terribile persecuzione della storia europea assume un significato universale.
I diritti degli ebrei, scrive Leipciger, sono diritti umani. E difendere la dignità di una minoranza significa difendere il principio stesso secondo cui ogni persona deve poter vivere senza essere perseguitata per ciò che è.
Il suo appello arriva inoltre in un momento particolarmente doloroso per lo stesso Leipciger. Nel suo edificio di Toronto, alcuni mesi fa, furono strappate le mezuzah dalle porte degli appartamenti di residenti ebrei anziani, tra cui sopravvissuti all’Olocausto.
Eppure, dopo tutto ciò che ha visto, Leipciger continua a parlare di speranza.
La ragione è nei giovani che ha incontrato per quasi trent’anni durante la Marcia dei Vivi. Li ha visti arrivare ad Auschwitz, ascoltare, comprendere, interrogarsi e poi ripartire. Ha visto la memoria trasformarsi in consapevolezza e la consapevolezza in responsabilità.
È per questo che oggi affida a loro il futuro.
Non chiede ai ragazzi di vivere nella paura. Chiede loro di vivere pienamente. Di essere orgogliosi senza vergogna, forti senza diventare indifferenti, consapevoli della propria identità senza smettere di riconoscere quella degli altri.
La sua voce arriva da un luogo nel quale avrebbe potuto essersi spenta per sempre.
Invece è arrivata fino a 98 anni.
E oggi attraversa i campus del mondo per ricordare a una nuova generazione che nessuno può essere costretto a scegliere tra ciò che è e il diritto di appartenere.
Il messaggio di Leipciger è, in fondo, un passaggio di testimone: la memoria non deve restare chiusa nei luoghi della Shoah. Deve diventare coraggio nel presente e responsabilità per il futuro.
L’antisemitismo è antico. Il futuro, però, non è ancora scritto.



