di Pietro Baragiola
Paramount ha accusato Mark Ruffalo di aver evocato stereotipi antisemiti nella sua campagna contro l’acquisizione di Warner Bros, avendola chiamata “una nuova mossa per sostenere Israele e il conflitto a Gaza”.
Negli ultimi tempi la nota star di Hollywood ha dimostrato pubblicamente la sua avversione all’accordo da 111 miliardi di dollari tra i due colossi cinematografici e ha attaccato il CEO di Paramount David Ellison e suo padre Larry accusandoli di “schiacciare i lavoratori e concentrare la ricchezza del mondo per accrescere il proprio potere e dominio.”
Ruffalo ha poi condiviso sui propri profili social un vecchio filmato dell’ex amministratrice delegata di Oracle e dipendente di Larry Ellison, Safra Catz, nel quale la donna parla delle tecnologie dell’azienda messe a disposizione dell’esercito israeliano.
“Queste tecnologie potrebbero entrare a far parte del nuovo gruppo nato dall’accordo e un giorno essere usate contro di voi” ha affermato Ruffalo.
Parole che hanno provocato la dura reazione di Paramount e dei principali esponenti delle comunità ebraiche americane.
La risposta di Paramount
Nelle affermazioni rilasciate negli ultimi giorni, Paramount ha contestato soprattutto il legame che Ruffalo ha erroneamente attribuito tra l’acquisizione di Warner Bros da parte di Paramount e il conflitto a Gaza.
“Parole come ‘genocidio’ e ‘apartheid’, applicate a una transazione societaria, non sono soltanto sbagliate: vanno troppo oltre e sminuiscono la sofferenza reale che quei termini intendono descrivere” hanno affermato i portavoce della società.
A sostenere queste dichiarazioni nella loro condanna alla star di Avengers si è unito Jonathan Greenblatt, amministratore delegato dell’Anti-Defamation League.
“Ruffalo è libero di opporsi alla fusione senza però ricorrere a una retorica antisemita” ha scritto Greenblatt su X. “Tutto ciò è cinico e disgustoso. Non è possibile citare dal nulla lo Stato ebraico in situazioni di cui è completamente estraneo. È un caso da manuale di ossessione e demonizzazione”.
Risposte ancora più dure sono arrivate dal direttore della Creative Community for Peace Ari Ingel che, attraverso la sua organizzazione, riunisce gli esponenti dell’industria dello spettacolo vicini a Israele.
“Mark Ruffalo ha raccolto in un’unica narrativa l’ostilità verso Israele, il concetto di sionismo e i tropi sulla ricchezza associata agli ebrei, sulla proprietà dei media e la concentrazione del potere” ha spiegato Ingel. “Chiediamo ad Hollywood di non collaborare più con l’attore finché non ritirerà le proprie dichiarazioni”.
Ruffalo respinge le accuse
Sabato 21 agosto Ruffalo ha replicato alle accuse definendole “fondamentalmente disoneste” e sostenendo che “criticare il governo israeliano, i contratti militari e gli interessi economici degli Ellison non equivalga ad attaccare gli ebrei” verso i quali dice di nutrire “profondo amore e rispetto”.
L’attore aveva già ritrattato le sue dichiarazioni in passato: nel 2021 Ruffalo ha ritirato un’accusa di genocidio rivolta ad Israele definendola “non accurata, incendiaria e irrispettosa”, riconoscendo che simili espressioni potevano contribuire a giustificare l’antisemitismo. Tuttavia, negli anni successivi è tornato ad utilizzare quel termine.
Dall’inizio del conflitto a Gaza, Ruffalo ha sostenuto numerose campagne di boicottaggio e sanzioni contro il governo israeliano, aderendo persino alla campagna per la liberazione di Marwan Barghouti, dirigente di Fatah condannato in Israele per il coinvolgimento in attentati costati la vita a cinque persone.
Oggi la controversia sulla maxi-operazione Warner Bros ha aperto un nuovo scontro all’interno di Hollywood sul confine tra critica a Israele e antisemitismo, con Paramount che, questa volta, ha scelto di intervenire direttamente contro uno degli idoli dello star system.
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