di Nina Deutsch
Fu un idolo del calcio tedesco, primo calciatore ebreo a vestire la maglia della nazionale e autore di imprese rimaste nella storia. La sua parabola, dalla gloria sportiva alla deportazione ad Auschwitz, viene oggi raccontata da Julian Voloj per ricordare il valore di una vita spezzata dall’odio razziale. La Federazione calcistica tedesca assegna dal 2005 un premio a suo nome contro il razzismo.
Una storia poco conosciuta, quella di Julius Hirsch, uno dei più grandi calciatori della Germania dei primi del Novecento. Fu tra i primi giocatori ebrei a vestire la maglia della nazionale tedesca, vinse due campionati di Germania, combatté per il suo Paese durante la Prima guerra mondiale e fu decorato con la Croce di Ferro. Ma tutto questo non bastò a salvarlo quando il nazismo trasformò gli ebrei tedeschi da cittadini patrioti a nemici dello Stato.
A oltre ottant’anni dalla sua scomparsa ad Auschwitz, la sua vicenda torna al centro dell’attenzione grazie a una graphic novel che vuole restituire un volto e una voce all’uomo dietro il campione. A raccontare il progetto è un recente articolo pubblicato sul Forward.
Chi era Julius Hirsch

Per chi ama il calcio, Julius Hirsch dovrebbe essere un nome familiare. Nato ad Achern nel 1892, settimo figlio di un mercante ebreo, entrò giovanissimo nel Karlsruher FV, con cui conquistò il campionato tedesco nel 1910. Passò poi allo SpVgg Fürth, vincendo un secondo titolo nazionale nel 1914. Centrocampista e attaccante allo stesso tempo, era soprannominato «Juller» ed era famoso per il suo sinistro potente e per uno stile di gioco moderno e offensivo.
Nel 1911 debuttò con la nazionale tedesca. L’anno successivo, contro l’Olanda, realizzò quattro reti in una sola partita, un’impresa destinata a entrare nella storia del calcio tedesco. Partecipò anche ai Giochi Olimpici di Stoccolma del 1912.
Poi arrivò la guerra. Hirsch si arruolò nell’esercito tedesco e combatté per quattro anni al fronte, distinguendosi al punto da ricevere la Croce di Ferro. Come molti ebrei tedeschi della sua generazione, si sentiva profondamente parte della propria nazione e non immaginava che, nel giro di pochi anni, tutto sarebbe cambiato.
Con l’avvento del nazismo iniziò per Julius Hirsch una progressiva e dolorosa esclusione dalla società tedesca. Nel 1933, dopo aver appreso che i principali club della Germania meridionale avevano deciso di espellere i soci ebrei, scelse di lasciare volontariamente il Karlsruher FV, la squadra alla quale era legato da oltre trent’anni. Nella lettera di addio ricordò che molti ebrei tedeschi avevano combattuto per il Paese e sacrificato la propria vita durante la Prima guerra mondiale, chiedendo soltanto che quel contributo non fosse cancellato dalla memoria.
«Ho letto oggi sul Stuttgarter Sportbericht che i maggiori club, tra cui il KFV, hanno deciso di espellere gli ebrei dalle loro organizzazioni», scrisse al club per comunicare le proprie dimissioni. Le sue parole, riportate dal sito Jüdische Sportstars, il portale ufficiale della mostra itinerante tedesca dedicata alle storie degli atleti ebrei e alle persecuzioni subite durante il regime nazista, proseguivano così: «Sono membro del KFV dal 1902 e allora ho dedicato le mie modeste capacità al club con lealtà e onestà. Purtroppo, con il cuore pesante, devo ora annunciare le mie dimissioni. Non voglio andarmene senza ricordare che tra gli attuali capri espiatori della nazione tedesca vi sono anche ebrei tedeschi, persone perbene e forse persino più patriottiche, nel corpo e nello spirito, di molti altri».

Con quel gesto, Julius Hirsch evitò l’umiliazione di essere cacciato dalla società che aveva rappresentato per gran parte della sua vita, ma non poté sottrarsi alla discriminazione che ormai aveva colpito lui e milioni di altri cittadini ebrei tedeschi.
Negli anni successivi la persecuzione colpì anche la sua famiglia. I figli subirono le discriminazioni delle leggi razziali e Hirsch arrivò perfino a divorziare dalla moglie, che non era ebrea, nel tentativo di proteggerli. Non servì. Il 1° marzo 1943 fu deportato da Karlsruhe ad Auschwitz. Il suo nome non compare nei registri di ingresso del campo sopravvissuti alla guerra e molti storici ritengono che possa essere stato assassinato subito dopo l’arrivo. Anche i figli di Hirsch furono travolti dalla persecuzione nazista. Considerati dai nazisti dei “Mischlinge” – termine dispregiativo e discriminatorio con cui il regime classificava le persone ritenute di discendenza ebraica parziale – furono deportati a Theresienstadt nel 1945. Riuscirono però a sopravvivere alla tragedia e furono liberati al termine del conflitto.
Le principali informazioni sulla sua biografia sono raccolte anche nella voce a lui dedicata su Wikipedia. Per decenni, tuttavia, la sua vicenda è rimasta ai margini della memoria collettiva, conosciuta soprattutto dagli storici del calcio e della Shoah.
Una graphic novel fa riemergere la sua storia dall’oblio
Oggi quella storia torna finalmente alla ribalta grazie al fumettista Julian Voloj, autore di numerose graphic novel di carattere storico e documentario, che ha scelto di dedicare a Julius Hirsch un’opera illustrata destinata a restituire voce non solo al grande campione, ma soprattutto all’uomo. L’idea è nata durante una ricerca negli archivi del Bayern Monaco, dove Voloj si è imbattuto nella figura di Hirsch. Da quella scoperta è nato “Juller”, il volume realizzato insieme al disegnatore israeliano Avi Blyer con il sostegno della Federazione calcistica tedesca.
L’obiettivo, spiega Voloj a Forward, non è realizzare un libro sul calcio né concentrarsi esclusivamente sulla tragedia dell’Olocausto, ma raccontare Julius Hirsch come essere umano. Per questo la graphic novel ricostruirà anche la sua vita familiare, le tradizioni ebraiche, il matrimonio celebrato sotto la chuppah e la quotidianità di un uomo che si sentiva pienamente tedesco, prima che l’antisemitismo gli negasse perfino il diritto di appartenere al proprio Paese.
«All’inizio era visto come un eroe, poi come qualcuno che doveva essere distrutto», osserva Voloj nell’intervista.
Secondo l’autore, la storia di Hirsch parla anche al presente. Il calcio è oggi uno sport sempre più multiculturale, ma continua a confrontarsi con razzismo, discriminazioni e odio identitario. Recuperare figure come quella di Julius Hirsch significa ricordare quanto velocemente una società possa trasformare un proprio idolo in un bersaglio.
Non è un caso che dal 2005 la Federazione calcistica tedesca (DFB) assegni ogni anno il Premio Julius Hirsch, destinato a società sportive, scuole e associazioni che si distinguono nella lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e ogni forma di discriminazione. È il modo con cui il calcio tedesco prova a restituire memoria a uno dei suoi pionieri, cancellato dalla storia prima ancora che dai campi di gioco.
Negli ultimi anni anche altri gesti simbolici hanno contribuito a mantenerne vivo il ricordo. Nel 2020 il Chelsea ha inaugurato allo Stamford Bridge un murale dedicato alle vittime dell’antisemitismo nel calcio, dove Julius Hirsch è raffigurato accanto ad Árpád Weisz, il grande allenatore ungherese che portò il Bologna a vincere tre scudetti prima di essere deportato e assassinato ad Auschwitz. Un’immagine che ricorda come lo sport possa diventare non solo memoria, ma anche responsabilità verso il futuro.



