Kafka e l’Italia, un rapporto d’amore

Libri

di Anna Balestrieri
L’Italia per Franz Kafka. Un luogo desiderato, la luce del Sud, una prospettiva di vita lontana dalla grigia e possessiva Praga, la “mammina con gli artigli”. Trieste, Riva del Garda, Merano, diverse le tappe della permanenza dello scrittore boemo nella penisola.

 

L’Italia per Franz Kafka. Un luogo desiderato, la luce del Sud, una prospettiva di vita lontana dalla grigia e possessiva Praga, la “mammina con gli artigli”.

Il suo primo impiego, presso la filiale praghese delle Assicurazioni Generali (1907) è motivato soprattutto dalla speranza di essere trasferito alla sede principale triestina della Compagnia e da là essere inviato in luoghi lontani dove poter “guardare dalla finestra dell’ufficio su campi da zucchero o cimiteri musulmani” (lettera a Hedwig Weiler).

Speranza presto delusa. Un lavoro pesante, burocratico, che non lascia tempo ed energie per la scrittura. Di qui le dimissioni, dopo solo dieci mesi, e l’assunzione alla Compagnia della Assicurazioni del lavoro del regno di Boemia, l’impiego della sua vita.

Ma in Italia va, in viaggio. Nel 1909 a Riva con i fratelli Brod e da lì a Montichiari (Brescia) per la manifestazione aeronautica, nel 1911 a Milano e Stresa. Nel 1913 da solo a Venezia, Desenzano e Riva (ancora asburgica). Infine, dopo la guerra, a Merano (1920).

Balint, giornalista e scrittore americano-israeliano, studioso di Kafka, ripercorre questi momenti, attraverso i taccuini di viaggio, le lettere, le fotografie. Convivono descrizioni giornalistiche (“Gli aeroplani a Brescia” viene pubblicato su una rivista praghese) e riflessioni personali. Si intrecciano le sensazioni date dai luoghi e dagli incontri con il vissuto e la sofferenza interiore. Sotto “il limpido cielo veneziano” scrive una lettera crudele alla fidanzata Felice Bauer evidenziandole l’impossibilità di continuare la loro relazione. A Riva, mentre segue le cure naturiste all’Istituto Hartungen, vive una breve relazione sentimentale, dolce e malinconica, con una ragazza svizzera, cristiana, anche lei nella cittadina gardesana per curarsi.

A Merano, sempre per cure mediche, alloggia alla modesta pensione Ottoburg e realizza come l’antisemitismo stia crescendo. Un “esperimento”. Quando Kafka dichiara candidamente di essere ebreo i commensali si spostano da un altro lato della sala da pranzo.

Ma a Merano inizia soprattutto il “fuoco” della intensa relazione epistolare con Milena Jesenskà.

Atmosfere, sensazioni, stimoli per una feconda stagione creativa (Il verdetto 1912, La metamorfosi 1915).

Itinerari italiani ripercorsi in sua memoria da W.G. Sebald, alla fine del secolo, in “Vertigini”. (1990)

Un capitolo Balint lo dedica all’accoglienza riservata a Kafka nella cultura italiana.

Trieste ed il suo milieu mitteleuropeo sono il tramite, con Roberto “Bobi” Bazlen che consiglia la lettura di Kafka a Montale e a Svevo. Germanisti come Ladislao Mittner e Giuliano Baioni sottolineano del praghese il realismo comico ed il radicamento nel contesto storico. Non tanto mistica dell’alienazione quanto analisi precisa, impietosa del sistema che informa il suo (ed il nostro) tempo.

L’incontro poi con grandi figure del Novecento letterario italiano, Moravia, Calvino, Primo Levi che vive con sofferenza “come una malattia” la traduzione del Processo, l’affrontare un autore così lontano dalla sua scrittura.

Prospettive, interpretazioni originali e stimolanti quelle offerte dal breve testo di Balint. Nella sua prosa intensa, appassionata, il messaggio kafkiano trova un interprete di singolare profondità.

 

Benjamin Balint, Kafka in Italia. I viaggi e l’eredità culturale, Traduzione di Fabio Pedone, Wetlands 2026, pp. 128,  Eu 16.00