di Claudio Vercelli
[Storia e controstorie]
Molto efficacemente Manuela Consonni, docente del Dipartimento di storia ebraica alla Università ebraica di Gerusalemme, a proposito della condizione che da tempo stiamo vivendo, ha parlato di “momento antisemita”. Si tratta di un’espressione che lei stessa ha ripreso dagli studi di Pierre Birnbaum nel merito dell’Affaire Dreyfus, nella Francia di fine Ottocento. Il momento antisemita è quello in cui una pluralità di fattori, altrimenti tra di loro slegati e indipendenti, convergono verso un comune obiettivo. Nella società che li fa propri. Credenze, convinzioni, superstizioni ma anche rabbiosità e astio diventano infatti ingredienti di un impasto dove l’immaginario antigiudaico (un lungo, secolare archivio di suggestioni e idee di forte impatto collettivo) si presenta come un blocco compatto. Capace di auto-convalidarsi, ossia di giustificarsi da sé, senza bisogno alcuno di riscontri e verifiche. Anzi, in grado di produrre autonomamente non solo la propria ragione d’esistere (bisogna combattere gli ebrei poiché sono un pericolo esistenziale per tutti i non ebrei) ma anche il principio stesso di realtà in cui raggiungere un tale obiettivo (il mondo è una lotta perenne tra il male, che si nasconde sotto false sembianze, e il bene, che va invece realizzato con tutti gli strumenti a propria disposizione). Va da sé che in questo caso il focus non siano gli “ebrei” in carne ed ossa. Di essi, semmai, occorre avere delle false e preconcette idee, tanto più radicate quanto meno verificabili. Altrimenti il gioco si romperebbe da solo. Affinché invece ciò non capiti, occorre quindi costruire – in questo come in altri casi – un castello di pregiudizi. Ossia, una montagna di falsità che, per il fatto stesso, di riprodursi nel tempo, assumono le non scalfibili sembianze di falsa coscienza collettiva. Una sorta di tradizione nera, per così dire. Una pedagogia civile capovolta. Poiché il pregiudizio non è mai mancanza di conoscenza bensì consapevolezza deviata, basata sul convincimento che la ripetizione maniacale di determinate superstizioni le trasformi in veri e propri precetti da osservare nella formulazione del giudizio collettivo. Dopo il 7 ottobre 2023 questa marea nera è ritornata in auge. Uscendo dalle fogne e nobilitandosi daccapo come discorso pubblico di senso comune.
È parte di questa dinamica il fatto stesso, per parte sua propria, di rigettare aprioristicamente il rimando all’antisemitismo, qualificato come una sorta di lagna giustificazionista da parte dei “carnefici” del presente. Denunciare la deriva antiebraica sarebbe solo ed esclusivamente un escamotage per coprire le responsabilità storiche dell’ebraismo sionistico, a partire dal “genocidio” in atto nei territori palestinesi. Afferma Consonni, al riguardo: “l’antisemitismo non sta semplicemente aumentando; sta tornando a configurarsi come una grammatica dell’intelligibilità del mondo. L’ebreo, il sionista o l’israeliano emergono come figure attraverso le quali il mondo viene reso intelligibile”. In tutto ciò, infatti, non si misura nulla di marginale e neanche, a conti fatti, di strettamente patologico. L’avversione contro gli ebrei non è una sbavatura della ragione. Semmai ne costituisce una perversione. Tuttavia razionalizzata. Tale poiché mette in relazione i mezzi (ossia gli strumenti del razzismo quotidiano) con un fine (attribuire i mali del mondo ad una presunta motivazione, in sé tanto grande quanto esaustiva: i complotti del “giudei” contro i gentili).
Dopo di che, assumendo come veritiera e tangibile questa osservazione, non basta sostenere che l’antisemitismo si riproponga come una sorta di evento ciclico. Di certo nel Novecento, tra Shoah prima e nascita dello Stato d’Israele poi, alcune sue coordinate sono mutate, adeguandosi ai tempi correnti. Il discorso giudeofobico trova ora due dei suoi principali assi di imputazione nel rigetto della rilevanza storica della condizione di vittime degli ebrei sotto le dittature nazi-fasciste così come nella traslazione della ferocia di queste ultime nell’azione dello Stato ebraico.
Quest’ultimo, secondo una tale impostazione, riprodurrebbe, enfatizzandola, la gratuita crudeltà dell’hitlerismo. Esercitandosi contro le vere vittime del secolo, quello trascorso al pari del presente, ossia i palestinesi. I veri “ebrei”, in un processo di inversione morale che trasforma le vittime trascorse in carnefici dell’oggi, sarebbero quindi le popolazioni arabe della Palestina storica. Tutto il resto, quindi, risulterebbe abusivo o comunque illecito. A partire dalla nascita e dallo sviluppo stesso di una comunità politica che si richiama al combinato disposto tra ebraismo e democrazia. Il tema di fondo è allora la malvagità assoluta dell’ebraismo, che si traduce sia nell’accusa di “nazi-sionismo” rivolta ad Israele sia in quella di costituire da sempre una sorta di Frankenstein del colonialismo. Una creatura che non dovrebbe esistere, creata quindi a tavolino, per vessare i popoli e assoggettarli ferocemente ai suoi calcoli d’interesse.
Dalla legittima critica politica si trascende da subito nell’accusa del sangue: l’ingiustizia in Medio Oriente come, più in generale, nel mondo, sarebbe il prodotto di questo disegno ferino, efferato, spietato, in una sola parola letteralmente disumano. La mostrificazione d’Israele ne costituisce il prevedibile risultato: il Paese, e coloro che ne fanno parte, perdono la qualità di soggetti storici per diventare agenti del male irredimibile. Una sorta di colpa ontologica, ossia identitaria, profonda attraverserebbe il “sionismo” in quanto manifestazione del progetto di dominio giudaico. Ancora Consonni: “l’antisemitismo contemporaneo opera spesso senza piena consapevolezza di sé. Non si presenta necessariamente come odio dichiarato nei confronti degli ebrei; emerge piuttosto attraverso processi di astrazione, generalizzazione e inversione morale. Gli ebrei, ovunque si trovino e quali che siano le loro posizioni politiche, vengono resi collettivamente responsabili […] La figura dell’ebreo o dell’israeliano diviene così un operatore simbolico attraverso il quale si pretende di spiegare l’ingiustizia del mondo”. Come da ciò ne potrà ancora derivare è ancora tutto da capire, anche se i processi di degenerazione nella coscienza collettiva sono già ad uno stadio avanzato. Il che, non promette nulla di buono.



